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Gianfranco Ravasi Mitezza, la forza della ragione

Gianfranco Ravasi
Avvenire 4 luglio 2015

Quest’anno le prediche di Spoleto, proposte dall’arcidiocesi assieme al “Festival dei 2 Mondi” e col patrocinio del Pontificio Consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione, sono dedicate alle “Parole per la felicità”.


Il filosofo Norberto Bobbio nel suo Elogio della mitezza (1993) aveva celebrato questa virtù come la più «impolitica» e si può comprendere questa sua posizione nel contesto della gestione della politica che ignora ogni compassione e si fonda sul potere e spesso sull’arroganza. In una visione più alta della politica la mitezza avrebbe invece uno spazio rilevante. Essa, infatti, non è né codardia né mera remissività, come osservava lo stesso filosofo: «La mitezza non rinuncia alla lotta per debolezza o per paura o per rassegnazione». Anzi, essa vuole essere come un seme efficace piantato nel terreno della storia per il progresso, per la pace, per il rispetto della dignità di ogni persona. Ma aspira a raggiungere questo scopo rifiutando la gara distruttiva della vita, la vanagloria e l’orgoglio personale e nazionalistico, etnico e culturale, scegliendo la via del distacco dalla cupidigia dei beni e l’assenza di puntigliosità e grettezza.

Noi, però, ci interessiamo ora della mitezza evangelica, presente nella terza beatitudine (Mt 5,5), una virtù che non ha solo una dimensione etica, come accadeva nel mondo greco, ma che si rivela come un dono
divino, capace di fiorire nel cuore del credente come amore per l’altro, perdono, rigetto della violenza, fiducia nel giudizio di Dio. Si possono, quindi, assumere tutti i sinonimi che accompagnano la mitezza nel nostro vocabolario per cui la persona mite è paziente, benigna, benevola, docile, buona, dolce, mansueta, clemente, affabile, umana e gentile all’interno di una società crudele, dura, spietata. Tuttavia la mitezza evangelica altro non è che la «povertà nello spirito» della prima delle Beatitudini, colta nella sua connotazione di adesione gioiosa alla volontà e alla legge divina.

Il modello rimane lo stesso Cristo che delinea proprio la mitezza come sua qualità distintiva e fonte di imitazione per il discepolo: «Imparate da me che sono mite e umile di cuore» (Mt 11,29). E continua con una citazione del profeta Geremia (6,6): «Così troverete riposo per le vostre anime». L’autoritratto di Gesù si ripresenta nell’evento messianico dell’ingresso a Gerusalemme ove si rimanda al profeta Zaccaria (9,9): «Dite alla figlia di Sion: Ecco, a te viene il tuo re, mite, seduto su un’asina e su un puledro, figlio di una bestia da soma» (Mt 21,5).

In questo passo divenuto celebre il Messia è tratteggiato dal profeta non come un guerriero vittorioso né come un condottiero regale lanciato alla conquista, bensì come il Servo obbediente a Dio e misericordioso verso gli uomini. Cristo non assume, dunque, le vesti di un dominatore e neppure quelle di un sacerdote aristocratico e glorioso, né il suo è il profilo di un profeta incendiario. I suoi concittadini rimarranno, anzi, sconcertati, ricordando la sua modesta anagrafe sociale: «Non è costui il figlio del carpentiere? E sua madre non si chiama Maria? E i suoi fratelli, Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? E le sue sorelle, non stanno tutte da noi?» (Mt 13,55-56).

Il premio destinato ai miti è espresso attraverso il ricorso a un passo salmico secondo il quale «i poveri erediteranno la terra e godranno di una grande pace» (Sal 37,11): «Beati i miti, perché erediteranno la terra». È curioso notare che questo passo biblico è ripreso anche nel Corano quando Dio afferma: «Noi abbiamo scritto nei Salmi... che la terra l’avrebbero ereditata i miei servi buoni» (XXI,105). Il tema dell’“eredità” ha nell’Antico Testamento un grande rilievo e prevalentemente esso si raccorda, come nel nostro caso, al tema della terra promessa. Nel Nuovo Testamento l’“eredità” e l’“ereditare” acquistano prevalentemente il significato metaforico che, ad esempio, pone come oggetto di questa eredità il Regno di Dio (Mt 25,34; 1Cor 15,50), oppure la vita eterna (ad esempio, Mt 19,29).

Il simbolo dell’eredità della “terra” è normalmente applicato alla terra d’Israele, la terra promessa, sede della storia e della vita libera del popolo ebraico biblico. Questa realtà, infatti, era molto più di una semplice espressione topografica. Come si diceva, era già per l’Antico Testamento un simbolo di pienezza, tant’è vero che riceveva descrizioni destinate a superare il mero dato geopolitico: «Terra buona e bella, terra di torrenti, di fonti e di acque sotterranee, sgorganti nella pianura e dalla montagna, terra di frumento, di orzo, di viti, di fichi e di melograni, terra di ulivi, di olio e di miele, terra dove non mangerai con scarsità il pane, dove non ti mancherà nulla, terra dove le pietre sono ferro e dai cui monti scaverai il rame» (Dt 8,7-9).

Per questo possiamo dire che Gesù pensava alla terra biblica ma ovviamente nel suo valore di simbolo di pienezza. La Terra Santa geografica acquista, così, un valore trascendente, affacciato su un futuro perfetto ove lo spazio territoriale della Gerusalemme celeste sarà incastonato nella «terra nuova, perché il cielo e la terra di prima sono scomparsi» (Ap 21,1). Mentre i potenti allargano con la violenza e la sopraffazione il loro possesso ereditario «aggiungendo casa a casa, unendo campo a campo, così che non vi sia più spazio e restino solo loro ad abitare la terra» (Is 5,8), i miti, che non prevaricano e non pretendono spazi grandiosi sgomitando, saranno da Dio accolti nella terra rinnovata che è sua creazione e suo legittimo possesso.

Purtroppo, in contrasto con la mitezza, rimane l’oscuro fascino che il mostro della violenza esercita sull’uomo, anche nella forma di quel vizio capitale che è l’ira. È ciò che rappresentava in modo brillante un autore ironico come Achille Campanile, nelle sue Vite degli uomini illustri (1975). Egli metteva in bocca a un Socrate immaginario questo consiglio malizioso, ma anche molto seguito: «Chi ha ragione di solito non urla, non scaraventa oggetti, ma lascia che la ragione s’imponga da sé... Ci scherzate, invece, coi risultati che ottiene uno il quale, sapendo di aver torto e non potendo ricorrere ad altri argomenti, scaraventa oggetti in terra, urla, minaccia, poi sbatacchia la porta e se ne va? Rispettatissimo. Temutissimo».

A tutti è accaduto di imbattersi in scenate analoghe a quella tratteggiata dallo scrittore romano, messe in atto da persone prepotenti e in palese torto: si deve con amarezza ammettere che costoro riescono a generare rispetto e persino a lasciare il sospetto che, in fondo in fondo, un pizzico di ragione forse ce l’abbiano... La persona mite, calma e pacata, schierata dalla parte del vero e del giusto è, invece, convinta che basti la forza della ragione e della pazienza. Ma il risultato è spesso quello di essere sbeffeggiata o ritenuta poco convincente. L’appello della nostra beatitudine si trasforma, allora, anche in un impegno a resistere serenamente e coraggiosamente di fronte alla tentazione della violenza.

Proprio per questo i “miti”, che le tre religioni monoteistiche esaltano come gli eredi della terra promessa – la quale è, come si è detto, il Regno di Dio nella sua attuazione piena – hanno molteplici lineamenti, morali e spirituali. C’è chi vede in essi appunto i non violenti, gli oppressi che non ricorrono alla forza, coloro che non scelgono il possesso e l’auto-affermazione così da non dominare sugli altri. C’è chi intuisce in essi il profilo dei mansueti, dei diseredati e degli espropriati; c’è chi pensa agli umili e agli inoffensivi, fiduciosi nella volontà di Dio.

C’è chi li considera interiormente forti e, per questo, pazienti, dolci, generosi. In ultima analisi, attraverso questa molteplicità di virtù, nei miti scopriamo in filigrana il volto del vero discepolo di Cristo.

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