Rosanna Virgili 'Campioni del mondo'

strumento mensile di informazione, formazione e
animazione missionaria della Diocesi di Vicenza
Rubrica: “La parola che brucia”
Settembre 2026
Sugli spalti c’era un ottanta per cento di argentini e un quindici per cento di
spagnoli a tifare per le rispettive squadre che – arrivate finaliste – si
contendevano la coppa del mondo. Favorita era l’Argentina che poteva
vantare un calciatore di assoluto e navigato valore come Messi. Ma ha vinto la
Spagna. Come mai una squadra priva dei grandi nomi degli eroi del calcio l’ha
spuntata? E come mai, al contrario, squadre come il Portogallo – con il
grandissimo Ronaldo – o come la Francia – col magico piede di Mbappè –
oltre a quella dell’Argentina sono tornate a casa sconfitte? Cosa ha permesso
a una formazione senza nomi particolari, con calciatori peraltro giovanissimi,
di vincere la gara nello sport più seguito al mondo? È stata proprio la
“squadra”. È stato il gioco di squadra, di gruppo, qualcuno ha persino detto
“di famiglia”. Ed è vero: persino chi come me è profana in materia si era
accorta della sintonia di un gioco di concerto, ben composto, dove tutti
collaboravano, quasi ad arte, al successo della squadra stessa. Mentre le
squadre munite dei grandi campioni facevano ruotare il loro impegno attorno
a questi ultimi e i cronisti usavano addirittura il loro nome come sineddoche
ad intendere l’intero team. Due logiche opposte: l’una che tende a fare di una
persona la causa della vittoria e della vittoria la gloria dell’unico campione;
l’altra che, al contrario, sa che è saper fare “squadra” che vince, e la vittoria
serve a condividere la gioia. Viva, dunque, la Spagna e la sua sapienza
calcistica!
Una logica simile a questa sebbene in un ambito molto diverso, è quella
adottata anche nell’ultimo Concistoro straordinario per volontà di Papa Leone. Pur essendo egli un tennista, praticante – quindi - di uno sport
“individuale”, nel suo ruolo di Pontefice preferisce la logica dello sport di
squadra. Davvero interessante è stato il suo Discorso d’apertura dell’ultimo
Concistoro che si è tenuto a Roma il 26-27 luglio scorso. Così ha esordito:
“Nel Concistoro dello scorso gennaio avevo espresso un desiderio semplice: che questi
incontri ci aiutassero a imparare sempre più a «lavorare insieme nel servizio della Chiesa»
e a proseguire «una conversazione che mi aiuti nel servizio della missione di tutta la
Chiesa». Non erano soltanto parole introduttive. Continuo a pensare che questa sia una
delle responsabilità più importanti affidate al Collegio Cardinalizio. Anche noi, come tutta
la Chiesa, impariamo camminando. La comunione non è mai un risultato acquisito una
volta per tutte: rimane una conversione quotidiana, che prende forma nella preghiera, e
attraverso atteggiamenti concreti, relazioni di fiducia e disponibilità ad ascoltarci
reciprocamente”.
Il Papa è troppo intelligente per non capire che solo la squadra vince, che
non bastano isolati “campioni” a costruire l’ecclesialità ma che ci vuole la
corresponsabilità ad un successo comune. Che non servono gli effetti speciali
prodotti da qualcuno per dar voce al Vangelo ma conta l’essere credibili nel
mettere in pratica le parole del Vangelo in specie quelle di assoluta mitezza
che invitano dicendo: “amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi” (Gv 15,17).
Una logica che può definirsi davvero cristiana ed è l’unica logica
“vincente”! Che, grazie a Dio, sentiamo animare anche il Documento di sintesi del
Cammino sinodale delle Chiese che sono in Italia. Seducente ed intrigante è il suo
titolo: Lievito di pace e di speranza. Sinodalità vuol dire corresponsabilità di ogni
cristiano alla testimonianza di una chiesa lievito per il mondo. Profeta di pace
e grembo di speranza dev’essere la Chiesa e ciò può avvenire soltanto con un
gioco di squadra. Ognuno con la ministerialità che mette a frutto il suo
particolare carisma. Un frutto in cui il nome di ogni ministero si unisce e
confonde con quello dell’altro, poiché ciò che resta è la gioia della festa.
Quando tutti gli affamati del mondo siederanno a mangiare un pane gratuito,
ben lievitato di Bontà e profumato d’Amore.