La zattera e il mare. L’umanità al bivio di Lampedusa
Su quest’isola si decide quale civiltà vogliamo costruire: quella che riconosce il volto dell’altro e se ne prende cura, oppure quella che lo lascia naufragare nell’indifferenza.
5 luglio 2026
Nel Mediterraneo di oggi non si consumano soltanto tragedie: si gioca la tenuta della nostra civiltà. Ciò che si continua a liquidare come “emergenza” è invece il frutto di scelte politiche precise, di una gestione dei confini che ha trasformato il nostro mare in un sepolcro d’acqua. Per levare la voce del Vangelo in questo contesto di disumanità e di inimicizia, papa Leone è approdato a Lampedusa, tredici anni dopo papa Francesco.
Il suo messaggio è stato chiaro, potente: «Oggi Lampedusa e Linosa si trovano su una strada pericolosa come quella che scendeva da Gerusalemme a Gerico: qui abbiamo visto non solo uno, ma migliaia di esseri umani caduti nelle mani di briganti che portano loro via tutto, li percuotono a sangue e se ne vanno, lasciandoli mezzi morti. Il mare ha accolto gli altri, quelli che non ce l’hanno fatta a giungere dove speravano. Avvertiamo però la loro presenza, che ci interpella non meno di quanti sono sbarcati, bisognosi di attenzione e di soccorso».
È il corpo nudo e bisognoso di tutto, il corpo del depredato, del ferito, del morente, della vittima innocente, a chiamarci alla prossimità, alla compassione, al pianto, perché questo corpo è per i cristiani il corpo stesso del Cristo. Qui l’umano e il cristiano coincidono.
E il Mediterraneo rende tragicamente attuale e visibile la lotta tra umano e disumano, tra la vita e la morte dell’umanità. In questo ottavo centenario di Francesco d’Assisi, Lampedusa diventa cartina di tornasole: separa chi si prende cura dell’umanità dell’altro da chi, inseguendo un cieco inumano protezionismo, trascina le società verso la distruzione totale. Il ritorno del successore di Pietro – del «pescatore di uomini» – a Lampedusa, è un atto di alta valenza profetica. Mentre nel mondo il potere arrogante e folle celebra il tagliare i ponti e l’innalzare muri, il Papa sceglie di stare dove il dolore umano grida nella notte. Non è retorica. È l’unica speranza di una sopravvivenza dignitosa per ogni uomo e per ogni donna, per ogni bambino e per ogni persona fragile.
La Sicilia assume qui un ruolo di fondamentale peso simbolico, politico, umano ed evangelico: è nel Mediterraneo la zattera che custodisce e recupera l’umano distrutto dalla violenza inumana. Offriamo una zattera, restando fedeli alla nostra storia di accoglienza. Non è un semplice approdo geografico: è un avamposto di umanità che interpella l’intera nazione, richiamandola alla sua bussola: la Costituzione della Repubblica italiana. La nostra Costituzione, in un momento magico, purtroppo oggi brutalmente ignorato, ha raccolto diversità politiche e storiche in quel territorio condiviso che è il vangelo dell’umano.
Lampedusa oggi – dobbiamo dirlo – è uno sfregio alla bellezza di questa Costituzione. Tutti coloro che l’hanno sfregiata dovranno renderne conto, perché disprezzare la Costituzione – che spinge a non considerare mai l’altro un nemico o un invasore, ma come un fratello da accogliere nella casa comune – significa violare l’identità profonda del nostro Paese, il suo codice culturale fondativo. Siamo davanti a una svolta storica. Inutile tacerlo. O il Vangelo torna a essere la Bella Notizia di un’umanità che sceglie di amarsi, di essere solidale nella sofferenza, di gioire ancora del sorriso di un bambino e dell’amore che genera vita, oppure rischiamo di tornare verso l’orrore di un nuovo Auschwitz.
La strada che porta ai campi di sterminio comincia proprio dall’indifferenza che oggi osserviamo nel mare di Sicilia. «Mai più» è scritto a Dachau: eppure eccoci a ripetere gli stessi orrori nel Mediterraneo. Se smarriamo questo senso di comunità, siamo condannati a scivolare lentamente e nuovamente nelle catastrofi che hanno caratterizzato il Novecento.
Il Papa ci ha ricordato con forza che gridare «Umanità!» in nome di Dio (« Magnifica humanitas »!), compiere gesti concreti, quotidiani, di condivisione e di consapevolezza in vista di una nuova Città dell’Uomo, significa scegliere da che parte stare: non con i muri dei potenti che cantano la distruzione, ma con la vita che cerca, disperatamente, di approdare alla spiaggia della speranza. La Chiesa non può ignorare il grido di chi fugge da terre depredate da potenze straniere che, rubando risorse, costringono intere popolazioni all’umiliazione e infine al rischio estremo delle onde.
Papa Leone XIV, con la sua presenza a Lampedusa, ci ricorda che il mondo è un giardino da custodire, e che il pane che mangiamo ci nutre – e non ci avvelena – solo se condiviso.
