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Paolo Gamberini 'Attendere Cristo'

Illustrazione in stile vetrata gotica della Vergine Maria incinta in ginocchio e in preghiera. Indossa un mantello verde scuro con stelle dorate e un abito crema con il grembo luminoso. Sullo sfondo si vede un cielo notturno stellato con la luna all'interno di un arco in pietra. In basso a sinistra compare la scritta bianca "ATTENDERE CRISTO di Paolo Gamberini" con il logo "AlzogliOcchiversoilCielo".

Dio è l’Essere che contiene in sé tutte le cose del mondo, tutti gli enti. Quando conosci le cose dall’interno del mondo (sub specie creaturae), resti distinto da ciò che conosci: come ricorda il Vangelo di Filippo (n. 44), “chi vede il sole non diventa il sole; chi contempla il cielo, la terra o qualsiasi altra cosa esistente, non diventa ciò che vede”. La conoscenza mondana è sempre conoscenza esterna, duale, separata. 

Ma se conosci le cose — e te stesso — dall’interno di Colui che contiene tutte le cose (sub specie dei), cioè in Dio, nello spazio di rivelazione che è Cristo, allora la conoscenza diventa identificazione trasformante. In questo “Hamakom-luogo”, dice ancora il Vangelo di Filippo, “tu diventi ciò che contempli. Se conosci il Soffio, sei il Soffio. Se conosci il Cristo, diventi il Cristo. Se vedi il Padre, sei il Padre”. Conoscere “in Dio” significa essere introdotti nel luogo in cui l’essere e il conoscere coincidono, dove la relazione non è più distanza ma partecipazione, e la contemplazione diventa trasformazione ontologica. 

Ora, se gli enti “sono” in Cristo, e Dio è l’Essere che contiene tutto ciò che è, allora ciò che contiene non è ciò che è contenuto. L’Essere divino, proprio perché contiene gli enti senza essere uno di essi, è ni‑ente rispetto agli enti: non un ente tra gli enti, ma la loro possibilità, il loro grembo, il loro spazio generativo. E, nello stesso tempo, questo “ni‑ente” è niente rispetto all’Essere stesso di Dio: non una realtà distinta, ma il modo in cui l’Essere divino si svuota (divinitas passiva) per lasciare emergere ciò che non è Dio. Ombra dell’altissimo. Tenda che adombra (ἐπισκιάσει σοι). 

Il “contenere divino” non è un atto aggiuntivo, ma un vuoto generativo, una kenosi originaria. Per questo le cose emergono dal vuoto che è Cristo, dallo spazio in cui Dio non si afferma come potenza, ma si ritrae per lasciare essere l’altro. Cristo è il luogo in cui l’Essere si fa “ni‑ente” per far essere gli enti; il luogo in cui la trascendenza si svuota per diventare ospitalità; il luogo in cui la conoscenza diventa partecipazione e la partecipazione diventa identità. 

Conoscere “in Cristo” significa allora entrare in questo spazio kenotico, dove ciò che è visto non resta fuori di noi, ma ci assimila, ci plasma, ci rende ciò che contempliamo. È il passaggio dalla conoscenza come distanza alla conoscenza come co‑essere, dalla verità come oggetto alla verità come trasformazione, dall’ente al “ni‑ente” che lo genera. In questo spazio — che è Cristo — vedere è innanzitutto attenzione, ad-tendere, tendere verso, patiens, e lentamente diventare l’attesa, il vedere che è essere, e l’Essere stesso si rivela come relazione che si dona svuotandosi. 



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