Quando si è deboli, il dono prezioso della cura
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All’inizio del nuovo anno, ci appare preziosa questa riflessione di Ivo Lizzola. Vivere è possibile anche quando i tempi si accorciano e le forze declinano.
“Non ti abbandonerò"
Vivere a lungo con la malattia, oltre a un richiamo alla trasparenza e alla parola chiede la maturazione di competenze per la vita particolari. La prima è la competenza del “trafficare” con la propria vulnerabilità, incontrata ed accolta. Questa competenza permette di riorganizzare le condizioni di vincolo e di possibilità nella vita personale e sociale, coltivando l’equilibrio affettivo e la tenuta psicologica che sono necessarie, e praticando un pensiero strategico.
Questa competenza ne richiama altre: ad esempio quella della cura della dimensione simbolica, e non solo progettuale, dei gesti nei quali si esprimono visione e consegna, indicazione e testimonianza. Vivere nel segno del diminuire e del declinare chiede, e può sostenere, inoltre, la capacità di non oscillare tra libertà immaginaria e abbassamento dell’orizzonte delle attese: può abilitare a tenere il sogno dentro la realtà. Un sogno ad occhi aperti che coglie il valore proprio delle cose, che ne coglie l’attesa. Attesa di rispetto, di coltivazione, di incontro, di dialogo, di attenzione.
È una competenza mite e delicata che nasce dall’”incontro tra soli”, come annota Julia Kristeva, o “tra poveri” come le risponde Jean Vanier. Capaci di fidarsi ed esporsi, di essere promessa senza altre certezze che la parola data. Magari quella silenziosa: non ti abbandonerò.
E lì, dove persone fragilissime rischiano l’annullamento di ogni possibilità narrativa, proprio lì si possono tessere trame di veglia e ricerche concrete che possono portare a dire: “credo di potere, posso provare a potere”; anzi, ”devo provare a potere perché tu ci sei”. L’ignoto, il ripresentarsi della sospensione tra essere e nulla, prova la capacità di restare sull’aperto.
L’ignoto, l’aperto che ci fa paura e che temiamo; l’ignoto, l’aperto che ci protegge, ci custodisce, ci difende. Lo sfuggiamo, lo neghiamo e, pure, nella resa e nell’abbandono, può aprire uno stupore senza fine. Nel riverbero della grazia incontrata, della bellezza colta e serbata, dell’innocenza che ci s’affida, nella remissione dei debiti e delle colpe non confessate, lì la vita. La vita può ritrarsi, può continuare a darsi.
L’essenziale è nelle pieghe, nelle vite spiegazzate; o un po’ lacerate, rattoppate e anche ritorte. Dove si torna a cominciare un po’ per forza un po’ per desiderio: da ‘segnati’ le donne e gli uomini, i ragazzi e gli adulti e i vecchi, i liberi e i responsabili, i detenuti della colpa e della pena, devono tornare a nascere, provare di nuovo a desiderare, cercare una ragnatela di racconto.
Non ci si appartiene più
Trovarsi in vita, appunto: grazie, con e tra altri. Ci sono uomini e donne che si ritrovano lì, quando la vita è flottant, quando sussulta e fatica, e prova (invano, pare a volte) ad essere una risorgiva. E non temono di vedere riflessa la loro piccolezza e la loro pochezza, le loro paure e le loro impotenze. Incontrano tutto questo, e incontrano il mistero dell’altro che viene loro incontro.
“Non ci si appartiene più”, via via lo si sente con chiarezza. E il corpo, via via, sente il gemito e il finire, e forse anche la bellezza, il piacere del dono d’un corpo vicino; sente la bontà, il piacere d’un corpo che sorregge. Nella povertà e nel forte impaccio dei corpi, le parole non riescono, spesso, ad articolarsi, allora possono provare a sentire quel silenzio della vita dal quale una parola deve continuamente tornare a nascere. Forse solo nella passività del corpo che non regge (più), dell’umano che tocca il suo finire, è possibile re-imparare le parole e il silenzio, la veglia e l’attesa.
Quando ci è capitato di pensare dai margini della vita, (i nostri e quelli che incontriamo o presso i quali ci poniamo), viviamo come uno scioglimento, un legame che è slegame. Il tempo non si dipana più come progetto, si sorprende come luogo di una promessa (di verità e bontà, di riscatto e riparazione, di giustizia e pace).
Vivere declinando richiama anche alla necessità ed alla possibilità di trovare modi e tempi nuovi per il vivere, di declinarlo appunto. Ogni “rottura instauratrice” che si determina nella biografia personale, relazionale (o sociale) impone, e permette, di tornare a cercare una forma, una dimensione, una destinazione nuova al tempo vissuto. Saper resistere, ri-esistere, iniziare, finire e consegnare, curare lasciti, ricapitolare in nuove narrazioni, desiderare, rigenerare, e farlo diminuendo: cercare trovare questa cura di sé, e dell’altro, può chiedere un nuovo, inedito, altro apprendimento del rapporto con il tempo (e con l’altro). Segnato ben diversamente rispetto al volere potere, al controllare e dominare, al disporre, all’accrescere.
Molte donne e molti uomini lo vivono sulla scena della cura nel tempo di malattia, nel quale si sente di “non appartenersi più”. La malattia diventa un luogo esistenziale, un luogo di significazione, un luogo di responsabilità.
Fonte: La barca e il mare
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