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Alessandro D’Avenia «Annunciazioni quotidiane»


1 dicembre 2025


La Voce era una dea. Lo narra Omero. Noi lo seguiamo più prosaicamente usando delle metafore: trovare la propria voce, avere una voce dentro, ascoltare una vocina...

Se poi diventano tante è un brutto segno: sentire voci, voci che perseguitano o confondono... La lingua coglie il vero con le sue metafore durature, e non ce n'è una migliore della voce per dire che noi umani siamo «intimi a noi stessi»: siamo una relazione tra vita e concreto vivente, un dialogo interiore che, non coltivato, ci consegna al vociare del mondo: non so chi sono. 


Il pensiero è a tutti gli effetti una conversazione, una relazione tra la vita che ci vive e noi che la viviamo. Io sono un «tra me e me», dove i due «me» non sono lo stesso, non sono l'uno un'eco dell'altro, altrimenti non sarei libero, dubbioso, in ricerca: non ci sarebbero messe a punto tra vita ed esistenza, scelte, erranze. 


La vita, che è in me e che non mi sono dato, parla e posso ascoltarla, riceverla, moltiplicarla. 

«Vivere la vita» non è un'espressione pleonastica, perché la vita si può averla anche senza viverla, si può esser viventi ma non vivi. E dipende proprio dalla qualità della conversazione interiore, che crea il mondo di ciascuno. Dalla stessa metafora vocale viene infatti «vocazione»: vita che appassiona, dà gioia. In piante e animali è un destino «uni-voco», obbediscono a (da ob-audire: ascoltare attentamente) una sola voce: il ciliegio fa ciliegie e le api miele. E noi a chi «obbediamo»? Chi ascoltiamo? E come ascoltare? 


Il tema artistico dell'Annunciazione è la sintesi plastica della relazione primaria con noi stessi. In molte Annunciazioni una luce esce dalla bocca dell'angelo e raggiunge l'orecchio di Maria. Amo particolarmente quella di Simone Martini del 1333, oggi agli Uffizi, dove il fascio di luce è una voce scandita in lettere d'oro: «Ave gratia plena, Dominus tecum» («Gioisci piena di grazia, il Signore è con te»). 


La vita pro-voca (chiama a presentarsi) e l'orecchio accoglie: dialogo interiore. Maria è infatti rappresentata nella quiete (prega, legge, tesse...): non si dà «voce» senza «capacità» (apertura, disposizione a ricevere) di ascolto. Non è un'eco di pensieri già saputi ma l'arrivo del nuovo. 

L'annunciazione è un evento ordinario per quelli che ascoltano la vita. Il messaggero (in greco: angelo) è qualcosa/qualcuno che ci conferma che la vita è «con noi» e ne siamo «pieni» in modo gratuito. Ma questo accade in modo diverso per ciascuno: ogni vivente riceve la vita in modo irripetibile, la vita si compie in modo unico in ciascuno. 


E come faccio a sapere che quella è la voce della vita? Dalla gioia che pro-voca, dall'azione che ispira: chiama a fare più vita. La vita vuole creare altra vita, in noi e attraverso di noi, ma solo se colgo dove e quando mi appassiona: se provo passione per la mia stessa vita, allora mi metto in moto. Per dire che non amiamo diciamo infatti: «non sento nulla», ma a volte è solo perché non stiamo ascoltando. È venuto meno lo spazio di ricezione, di cui il silenzio è metafora (perché il silenzio non è assenza di suono ma quiete): «capacità» (un vuoto) di ascolto. 


Di certo il silenzio di un bosco non è assenza di suoni, così come non lo è quello della lettura: la vita usa le sue parole e parla a chi è in quiete, e non inquieto. Quel silenzio può accadere ovunque, perché è risonanza: fenomeno fisico per cui qualcosa che produce un suono ne fa vibrare un'altra che ha la stessa frequenza, ma la seconda non smette di vibrare quando la fonte cessa, continua con energia propria, non è un'eco ma appunto una ri-sonanza. Questa «conversazione» interiore non è possibile senza «conversione» interiore: devo rivolgermi alla vita sulla mia frequenza, aprire le orecchie, l'organo del «concepire». Un violino canta perché è cavo: ha la capacità. E così le persone che trovano la propria voce in-cantano: in loro la vita trova spazio e risuona. 


Le forme del silenzio (cioè quando permettiamo alla vita di risuonare in noi) sono «occasioni» di chiamata, come quando aspettiamo una telefonata e fissiamo il telefono. Anche per questo il silenzio comporta fatica, va scelto: bisogna districarsi nel rumore interiore (menzogne, paure, giudizi, pretese, lamentele, chiacchiere, dicerie...) che impedisce alla vita di raggiungerci, di fecondarci, farci entrare in risonanza e ricevere il vero sé. Cristo dice: «Tu, quando preghi, entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il Padre tuo nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà». La ricompensa non è un premio al bravo bambino che prega, ma noi stessi: Cristo sta descrivendo la struttura creatrice e dialogica della vita. La camera con la porta che viene chiusa è il silenzio: quando finalmente ascoltiamo la vita (il Padre è colui che dà la vita) e in questa quiete la ricompensa è certa, non è qualcosa da chiedere ma la vita stessa che ci raggiunge, ci appassiona: «Possesso di me tu mi davi dandoti a me» scrive il poeta Salinas all'amata. 


Van Gogh diceva che la pittura era una voce che non poteva ignorare, Rita Levi Montalcini nei momenti di difficoltà obbediva a una voce che le ripeteva: «continua», Emily Dickinson non scriveva ma ascoltava le sue poesie da una voce che la sorprendeva, il matematico Poincarè parlava di voce della mente, Hannah Arendt di voce del pensiero. 


Ma noi abbiamo questo spazio dove la vita si fa parola e ci raggiunge, illumina, appassiona? O non riusciamo a «ricevere» perché non ascoltiamo e c'è sempre il rumore a inquinarci? Non c'è quiete ma inquietudine, non suono ma frastuono, l'anima è invasa dalla folla, non si è mai tra sé e sé. 


Un'educazione alla gioia vuole allenamento al silenzio. Per un bambino sono fondamentali i 12 minuti dall'uscita di scuola: gli serve stare con l'adulto in una ritualità tranquilla, senza domande, permettendo il «ritorno» alla propria voce, così poi sarà lui a sentire l'esigenza di raccontare. Non c'è racconto senza prima ritorno, noi invece oggi parliamo parliamo parliamo senza esser mai tornati, parliamo «senza voce». 


Noi adulti per primi abbiamo bisogno di spazi di silenzio, cioè di musica (da Musa): dove la vita risuona in noi e ci ispira. Chi riesce a star fermo per mezz'ora «in silenzio», che poi oggi significa «senza telefono»? 


Qualche giorno fa ho dato ai miei studenti il compito di fare una passeggiata di mezz'ora senza cellulare. Dovevano poi scrivere un testo ispirato alla cosa che aveva «parlato» di più. Volevo così mostrare che l'ispirazione non è che un dialogo, che nella camera interiore la vita si fa sentire sempre: gli angeli hanno le ali perché sono ovunque. Infatti un pallone da calcio abbandonato in un campetto dell'infanzia parla di una gioia corale che manca nei divertimenti di adesso. Delle rose ricordano un dialogo memorabile con la nonna che non c'è più. Una libreria raggiunta per ripararsi dalla pioggia parla attraverso oggetti rettangolari detti libri. Una bambina che accarezza un cane prima di recuperare una palla finita vicino all'animale narra l'armonia tra le cose del mondo. C'è chi, senza cuffiette, ha «sentito» che la pioggia è una colonna sonora capace di lavare pensieri e paure. E anche l'acconciatura di un passante o una foglia incastrata in un tergicristalli cantano quanto mondo c'è nel mondo, quanta musica nel silenzio, quanta grazia nel quotidiano. 

Da qui viene la gioia che ci manca: potersi sentirsi a casa anche nel pieno di un'avventura. 


Ci appassioniamo alla vita quando la vita si fa «sentire» sulla nostra frequenza, e il vivente che siamo diventa vivo. È uno dei benedetti paradossi dell'esistenza: solo quando ricevo, mi ricevo; solo quando ascolto, trovo la mia voce. 


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