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Antonio Autiero "Papa Francesco: dodici anni dopo"

Mancano solo pochi giorni alla data del 13 marzo. Essa ci riporta ancora una volta a 12 anni fa, a quella sera del 13 marzo 2013, in cui il nuovo pontefice si presenta al mondo con il nome di Francesco. 

Una voce irrinunciabile 

Le apprensioni per le sue condizioni precarie di salute di queste ultime settimane rendono la persona di papa Francesco particolarmente vicina alla coscienza dell’umanità e non solo a quella parte di essa che si professa cattolica. Il modo di esercitare la sua funzione come papa ha reso Francesco una voce irrinunciabile nel narrare la storia che viviamo: esso ha dato al suo massaggio e al suo stile quel valore da tutti riconosciuto di leadership morale per capire e fronteggiare quello che egli stesso, mutuando il termine dal sociologo e filosofo francese Edgar Morin, definisce «policrisi». 

In questi dodici anni di papato Francesco ci ha educati a guardare con occhio disincantato l’intreccio drammatico in cui convergono temi di portata globale, come le guerre, i cambiamenti climatici, l’esaurirsi delle risorse energetiche, le epidemie, il fenomeno migratorio, l’emergere di innovazioni tecnologiche. 

Senza cadere nella retorica della catastrofe, Francesco ha presentato al mondo un messaggio aperto di speranza, di fiducia nelle capacità dell’uomo di sottrarsi alla spinta del male e di abbracciare la via del bene. Ma per fare questo, egli ce lo insegna, l’uomo deve potenziare le risorse di empatia, prendendo spunto dall’immagine di un Dio che si lascia coinvolgere, un Dio vulnerabile che si curva sul destino del mondo e offre spazi di redenzione e di salvezza. Le encicliche di papa Francesco (Laudato sì, Fratelli tutti, Laudate Deum) hanno allargato le dimensioni dell’insegnamento e della dottrina; hanno fatto capire che religione e destino dell’umano non sono realtà disgiunte. Per lui l’attesa della salvezza non distrae dalla responsabilità di impegnarsi qui e ora nella costruzione di un’umanità più giusta, più accogliente, più inclusiva. Coltivare uno sguardo globale che parte dalla fede religiosa e arriva all’impegno politico e civile è l’elemento distintivo e decisivo dello stare al mondo da donne e uomini che amano la vita, la rispettano e se ne prendono cura. 

Eppure, questo dodicesimo anniversario dell’elezione di Francesco a pontefice suona con toni particolari, quasi come di un tempo di fine papato. Da molte parti si tratteggiano quadri riassuntivi del suo pontificato, bilanci di un cammino intenso e complesso. Si cercano fattori specifici per capire quello che è stato e quello che resterà del pontificato del papa argentino, venuto da molto lontano. 

Chiesa sinodale 

Proprio in questi giorni esce in Germania un libro sul pontificato di Francesco. Il titolo suggestivo – Der Unvollendete (L’incompiuto) – dice una grande verità sull’eredità di Francesco e, come l’autore, il giornalista italiano Marco Politi insinua, anche della lotta per la sua successione. 

Numerose volte in questi dodici anni Francesco ha sorpreso il mondo e la Chiesa (particolarmente quella cattolica) con immagini a cui, in un certo senso, non eravamo abituati. Il suo modo di pensare alla Chiesa come a un «ospedale da campo» ha fatto da telaio per definire in modo nuovo la missione ecclesiale: non è la conquista di nuovi adepti, ma la compagnia con l’umanità dolente; non è la patria dei benestanti dell’anima, ma il luogo di accoglienza per prendersi cura delle ferite della vita. 

Su questo sfondo papa Francesco ha intessuto un programma di rinnovamento e di riforma della Chiesa. Intuitivamente, egli ha visto lungo sul binario della storia; ha espresso giudizi severi sulle istituzioni sclerotizzate dell’apparato burocratico-curiale, esigendo inversioni di marcia per esprimere più lucidamente la benevolenza di Dio e l’appello del Vangelo alla fraternità e all’amore. 

Muovendo dalla visione del Concilio Vaticano II, Francesco ha aperto varchi importanti nell’ecclesiologia, potenziando l’immagine della Chiesa sinodale. Certamente questa visione teologica resterà come un punto rilevante del pontificato di Francesco. Essa, infatti, tocca le dimensioni fondamentali dell’essere Chiesa e traduce in esperienza concreta il superamento da un’ecclesiologia piramidale, strettamente gerarchica a un’ecclesiologia partecipativa, comunionale. In modo particolare il recente sinodo sulla sinodalità è entrato nel tessuto vivo della Chiesa e ha mostrato il bisogno di una riforma che è solo appena iniziata. 

Nell’orizzonte della Chiesa sinodale trovano la loro specifica consistenza le altre espressioni di riforma a cui Francesco ha inteso dare vita. In modo particolare si deve menzionare tutta una serie di provvedimenti con i quali egli ha esteso lo spazio di partecipazione delle donne nella vita e nella leadership della Chiesa. 

Abbiamo già alcuni esempi molto rilevanti di posizioni apicali in dicasteri della curia e in funzioni amministrative dell’apparato ecclesiale ricoperte da donne e in modo più esteso ancora non si può non riconoscere che, proprio in questo clima, si è estesa la consapevolezza di partecipazione delle donne alla cultura teologica, dentro e fuori degli ambiti accademici, nella guida di comunità, nell’organizzazione della vita ecclesiale anche su scala locale. La via per quello che papa Francesco aveva indicato come un proclama e un programma, cioè di «smaschilizzare la Chiesa» (discorso alla Commissione Teologia Internazionale, 30 novembre 2023) era imboccata e dovrà rimanere come una strada senza ritorno. 

L’incompiuto 

Eppure, la figura di «Unvollendet»–incompiuto che forma il titolo del libro di Marco Politi non può essere spazzata via frettolosamente. Essa contiene una chiave di interpretazione e un punto di equilibrio e di compensazione. L’incompiutezza è una figura retorica complessa. Essa non dice solo il deficit rispetto a quello che non c’è, ma fa appello anche a valorizzare ciò che è stato avviato e già c’è, pur sapendo che non è tutto. 

L’incompiutezza può essere un sinonimo di incoerenza, di inconsistenza, ma può esprimere anche quella forma di faticosa e paziente elaborazione di un processo che viene avviato e al quale non si vuole più rinunciare. 

Nella definizione di Francesco come papa incompiuto, la seconda parte del termine, quella costruttiva e processuale, deve essere particolarmente sottolineata. Questa non è l’opzione per un giudizio banalmente benevolente, ma è la risorsa per prendersi cura responsabilmente della parte di cammino che resta da fare, riconoscendo la verità dell’impresa avviata. E questo serve anche a capire che la parte non realizzata del processo di rinnovamento e di riforma alla fin fine rimanda a una visione di insieme, di carattere teologico ed ecclesiologico, ancora legata a residui preconciliari, dove l’indole giuridico-gerarchica della Chiesa aveva la sua predominanza. 

Anche sul versante teologico-dottrinale la sua visione resta ancorata a nessi e presupposizioni che impediscono o rallentano l’elaborazione di una dottrina sinceramente rinnovata. Il luogo in cui questo massimamente diventa evidente è in una certa disgiunzione tra teoria e prassi, tra impianto dottrinale non messo in discussione e prassi pastorale resa più morbida e accogliente. Dal canale di questa disgiunzione – o meglio attraverso il superamento di essa – passa la vera energia di riforma e di rinnovamento della Chiesa. 

Sì: Der Unvollendete – l’incompiuto ha visto lungo per certi processi di cambiamento e si è fatto “apripista” di essi, anche a costo di attirare incomprensioni e contrasti interni ed esterni alla Chiesa. Ma, alla fine, ogni pontificato è unvollendet – incompiuto, perché ogni papa è un punto sulla linea della storia della Chiesa che non nasce e non finisce con il papa, con ogni papa concreto. 

Allora è anche plausibile e onesto aprire il discorso sull’eredità di un pontificato e soprattutto sulla sua successione. Non per stabilire chi deve essere il prossimo, ma per riconoscere che, chiunque esso sia, deve sapere di essere un papa unvollendet – incompiuto e per questo non gli è consentito ignorare il cammino avviato da chi lo ha preceduto. Semmai gli è richiesto di analizzare i motivi per cui tale cammino è rimasto a metà strada e lavorare per rimuovere gli ostacoli e incrementare le condizioni, affinché esso possa fare ancora passi in avanti. 

Antonio Autiero è professore emerito di teologia morale all’Università di Münster (Germania) 




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