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Massimo Recalcati "Neonati sepolti, l’orrore in giardino: le vite sdoppiate di quei ragazzi senza legge né tormenti"

La Repubblica, 21 Settembre 2024 

È sempre difficile commentare l’orrore ed è impossibile per uno psicoanalista formulare giudizi clinici quando non si ha un contatto diretto o informazioni esaurienti sul caso. Mi limiterò dunque a isolare solo quattro brevi note sul duplice caso dei bambini seppelliti in giardino dalla mamma Chiara Petrolini.

La prima riguarda la categoria di normalità. Anche in questa vicenda, come in quella recentissima di Paderno Dugnano, siamo di fronte a uno schermo di vite normali (quella di Chiara, dei suoi famigliari e del suo ragazzo) che senza preavviso esplode traumaticamente. L’orrore della sepoltura nel giardino di casa dei due corpicini appena partoriti è un simbolo tragico di questa distorsione: lo scorrere di una vita apparentemente normale avviene con accanto l’orrore. 

La seconda nota riguarda l’alterazione profonda che ritroviamo anche in molte altre situazioni psicopatologiche della funzione materna. Se l’essere madre si realizza prendendosi cura della vita che si è generata, in questo caso si è di fronte a una inversione brutale di questa funzione. La generazione non si lega alla vita ma alla morte. Dunque al posto dell’atteggiamento di cura nei confronti della vita inerme del figlio, abbiamo la sua terribile soppressione. 

La terza nota, ai miei occhi la più significativa, riguarda invece il tema dello sdoppiamento. Dovremmo qui provare ad allargare il nostro sguardo: questa ragazza si trova ad affrontare una esperienza profonda com’è quella della maternità senza avere evidentemente le risorse psichiche per soggettivarla. Qualcosa viene troppo in anticipo, accade troppo precocemente, troppo presto. 

Il soggetto non ha gli strumenti per mentalizzare quello che sta accadendo a se stesso e al suo corpo. La maternità non diventa una esperienza possibile, ma viene rigettata insieme all’esistenza dei due neonati. Il parto sembra assomigliare a un processo di pura evacuazione, di liberazione, di separazione da un oggetto bizzarro che ha occupato impropriamente il corpo di questa ragazza. 

Perché lo sdoppiamento si manifesta proprio a questo livello: per un verso Chiara è ancora un’adolescente, ma, per un altro verso, ella deve affrontare una maternità che non sa in nessun modo fare propria. 

Si tratta di una scissione che deve essere valutata clinicamente nel dettaglio, ma che ritroviamo in termini evidentemente meno drammatici nella vita dei nostri figli. Essa appare, infatti, per un verso, esposta a una miriade di informazioni, contatti, sensazioni, possibilità, ma, per un altro verso, in grande difficoltà nel tradurre simbolicamente tutto questo in una forma di esperienza soggettivamente elaborata. 

In altre parole, non è così scontato che il guadagno più che legittimo di libertà delle nuove generazioni coincida con la necessaria responsabilità. Piuttosto i comandamenti sociali del nostro tempo tendono a produrre la loro più netta divaricazione: l’assoluta libertà provoca un collasso del senso della responsabilità. La crisi in cui versa il discorso educativo è un esito significativo di questa divaricazione e ci consegna una domanda inaggirabile: come fare esistere una libertà che non rigetti la responsabilità? Come non separare la libertà dal vincolo che l’esistenza dell’altro stabilisce? 

La quarta e ultima nota riguarda il venire meno del senso della Legge che costituisce lo sfondo più generale di questa e di altre vicende simili. Se la vita di questa ragazza sembrava normale è perché riusciva ad adattarsi alle regole basiche imposte dalla vita collettiva sufficientemente bene. 

Ma dovremmo sempre ricordarci che il rispetto formale delle regole non coincide affatto con l’acquisizione etica del senso della Legge. Quello che in questa scena sembra, infatti, palesarsi è l’assoluta assenza di senso di colpa. 

La vita continua come se niente fosse perché niente di davvero significativo è accaduto. Mentre per l’uomo moderno — si pensi al protagonista di Delitto e castigo di Dovstoevskj, è il confronto con la solidità della Legge a generare angoscia, lacerazione morale, vergogna e senso di colpa — nel nostro tempo è l’inconsistenza della Legge ad aprire un nuovo campo dove semmai l’angoscia non sorge dal confronto con il peso della Legge ma con la sua latitanza. 

Ogni volta la domanda risuona identica a se stessa: ma come è stato possibile? In questo caso non c’è alcun brivido della trasgressione, non c’è alcuna tentazione di aggirare la Legge perché, in fondo, la Legge non esiste, è evaporata, non ha alcuna consistenza. Il giorno dopo del passaggio all’atto criminale non c’è il drammatico tormento morale dell’uomo dovstojeskiano, ma l’organizzazione di una vacanza, il ritorno ai propri affari quotidiani in un giorno come tutti gli altri.


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