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Paolo Crepet e i genitori zombie


Vanity Fair 24 agosto 2024

Paolo Crepet e i genitori zombie: «Credono che la responsabilità sia dare tutto ai figli: è questo il loro mantra. Continuano a dare, dare, dare e quindi tolgono, tolgono tolgono» 

Lo psichiatra e opinionista porta avanti una battaglia culturale contro l'indifferenza e la perdita delle emozioni attraverso una conferenza-spettacolo ispirata al suo nuovo libro. Ci ha spiegato il suo punto di vista sul ruolo dei genitori, sugli sbagli dei nonni e sulla forza dell'empatia: «ciò che può salvarci dalla barbarie»

Il prossimo 2 settembre, Paolo Crepet sarà protagonista sul palco del Mantova Summer Festival con la sua nuova conferenza spettacolo Mordere il Cielo. È soltanto una delle numerose tappe in giro per l'Italia dell'appuntamento ispirato all'omonimo libro, attraverso cui l’autore, 72 anni, invita tutti a riappropriarsi con audacia delle proprie emozioni. Quelle che in una società sempre più indifferente e distratta, non viviamo più. 

Da tempo lo psichiatra, sociologo, educatore, saggista e opinionista italiano denuncia proprio gli effetti collaterali che questa anestesia emotiva unita a certe «disfunzioni» sociali stanno producendo su giovani e adulti. Lo fa portando avanti anche una battaglia culturale contro l’indifferenza e la perdita di responsabilità che sempre più genitori stanno mostrando. Genitori che lo stesso Crepet, in passato ha definito simili a «zombie», incapaci di fermezza, di prese di posizione decise e soprattutto di responsabilizzare i figli, educandoli alla vita. 

Che cosa significa essere un «genitore zombie»? «Significa tante cose. Intanto una sorta di disorientamento che la gente sente e che non è necessariamente legato a un orientamento o a un “riorientamento”. Ho l'impressione che molti abbiano capito che essere disorientati è anche molto confortante. Significa essere in una sorta di comfort zone in cui non hai responsabilità. Puoi alzare la manina e re: “Io sono disorientato, quindi non aspettatevi risposte da me”. E così ognuno fa quello che vuole, sostanzialmente continua la sua passeggiatina esistenziale che non porta da nessuna parte, se non al parco a sedersi su una panchina e accendere il telefonino. Mi pare che sia pieno di queste persone: madri, padri, parenti vari che fanno di tutto - spero incoscientemente - per rovinare i propri figli». 

E il senso di responsabilità che fine ha fatto? «Queste persone ritengono che la responsabilità sia dare tutto ai loro figli: è un po' questo il loro mantra e quindi, poveretti, continuano a dare, dare, dare e invece tolgono, tolgono tolgono. Questo è l'aspetto forse più inquietante». 

Lei sottolinea l'importanza di imparare sin da piccoli a fare i conti con «la vita vera». Dove sbagliano i genitori di oggi? «Posso citare il titolo dell’ultima opera che ho scritto: Mordere il cielo. Ecco, i genitori non lo vogliono più fare. Perché è faticoso e comprende anche un po’ di rischio». 

Il problema maggiore non sono tanto i ragazzi quanto i genitori, quindi? «Beh, anche i nonni». 

In che senso? «Un contributo negativo lo hanno dato anche loro. Perché i nonni, quando sono stati ragazzi, hanno fatto la vita che più o meno descrivo io, cioè quella in cui monti su una motocicletta e te ne vai via. Per gioco o per costrizione, per miseria o per virtù, sono stati comunque una generazione che ha accettato l'idea dell’ignoto, del costruire, del cantiere che tira su un edificio che si chiama vita. Poi, però, hanno smesso di farlo. Come se a un certo punto arrivasse un'età in cui c’è una sorta di gong a dire "fermi tutti, state pure tranquilli", come fosse il ciak finale di un film. Questo è stato delittuoso da parte nostra, sicuramente, perché poi si è trasmesso a una generazione, quella più o meno genitoriale, che ha fatto una sorta di rinuncia al pensiero: il pensiero è diventato un optional, un gadget di cui possiamo fare a meno. Oggi è più importante avere un autista sotto casa che pensare. Il che è terribile, ed è anche un atto di enorme presunzione». 

Nel suo nuovo libro, Mordere il Cielo lei pone l’accento anche sul fatto che ci stiamo avviando verso una neutralizzazione emotiva sempre più forte. Che cosa sta spegnendo le emozioni? «La ripetitività delle cose. Se si vuole spegnere il senso di una cosa, proprio come se si avesse in mano un telecomando, basta ripeterla all’infinito. Esempio: se si prende il tentato assassinio di Trump e lo si vede non più tante volte, come accadeva un tempo con la televisione, ma 100, 1000, 10.000 volte attraverso i social, si toglierà definitivamente l’emozione da quella pallottola». 

Lei ha parlato di «anestesia dell'anima», in riferimento alle relazioni, all'incontro con l'altro. Davvero è cosi? «Sì, è così. I bambini non si abbracciano più, quasi non giocano neanche più. Abbiamo proprio buttato il Napalm sulle emozioni». 

Nel suo nuovo libro ha parlato anche dell'empatia: manca è dovremmo riacquisirla «per evitare la barbarie». Ma l'empatia si può imparare o è innata? «No, non è innata e sì, si può imparare. Per esempio, crescendo in un ambiente si gioca, si litiga con gli amici, si incontrano nuovi bambini simpatici. Si tratta di una grande ginnastica mentale e porta alla nascita di un tessuto neuronale che spinge alla ricerca dell’altro, alla curiosità per l’altro. L’empatia è questo». 

Si può imparare anche da adulti? «Magari con dosi di difficoltà maggiori, se non la si conosce. La differenza è che a 30 anni è un impegno cosciente, a 5 anni no: giochi e basta, viene da sé. Diciamo che fare i castelli di sabbia sul bagnasciuga è empatia, perché poi magari arriva qualcuno che te lo distrugge, un altro ti dice che è bellissimo o uno che lo fa più bello del tuo». 

Come dovrebbero intervenire i genitori per crescere nuovi adulti empatici e quindi con un atteggiamento diverso nei confronti della vita? «C'è un compito ben preciso che gli adulti hanno, per la verità, una grossa responsabilità. Perché, per esempio, non c'è più un tempo dell'ozio sociale? Perché consideriamo moderno e contemporaneo e futuribile addirittura una sorta di solipsismo digitale? Che cosa ha di così interessante? È un ergastolo! Se un padre si prendesse invece del tempo per raccontare al proprio figlio adolescente di quando da giovane prendeva un treno con tre amici e arrivava in Danimarca, di cosa succedeva, del freddo che faceva, di cosa mangiava e dove dormiva, degli incontri che faceva, del concerto che ha visto, insomma: della vita che ha vissuto durante quel viaggio, questo farà innamorare dell'idea del viaggio e allora, il minimo che possa succedere è che quel figlio o quella figlia possano aprirsi alla vita e dire, a un certo punto: “Vado con i miei amici in Finlandia!”». 

Dottor Crepet, qual è l'emozione che le manca più di tutte le altre in questo momento storico? «La sorpresa».


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