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Siamo ancora a questo punto? (don Paolo Zambaldi)

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Custos, quid de nocte?/
Sentinella, quanto resta della notte? 
Is 21,11

Una domanda che attraversa i secoli e torna a farsi attuale oggi nella nostra Chiesa…

Una domanda che spinge ad essere vigili e in relazione con i cambiamenti del mondo (i cosiddetti “segni dei tempi”) per non perdersi nel buio delle tante “notti della ragione”…

Un’interrogativo che oggi in questa realtà ecclesiale, del XXI secolo, ha per me sempre più il tono di una richiesta disperata che resterà senza risposta…

Viviamo oggi l’era della post-modernità e di una secolarizzazione sempre più radicale (e non è detto che un mondo più secolare sia anche un mondo peggiore!). Secolarizzazione è, secondo il sociologo anglosassone, Bryan Wilson «(…) il processo per mezzo del quale il pensiero, la pratica e le istituzioni religiose perdono significanza sociale.». Un processo di cambiamento importante, radicale e impossibile da arrestare o da invertire.

Sono sempre più convinto che abbia ragione don Ferdinando Sudati quando nell’introduzione ad un testo del gesuita Roger Lenaers Cristiani nel XXI secolo? Una ri-lettura radicale del Credo scrive che oggi «non ci troviamo tanto di fronte ad un epoca di cambiamenti, quanto ad un cambiamento d’epoca.».

Perfino il Romano pontefice nel 2019 (in occasione dei consueti auguri natalizi alla Curia romana) ha affermato, a ragione e con inusuale sincerità per un uomo di potere, che: «Non siamo più nella cristianità, questo è un cambiamento d’epoca».

Due affermazioni quasi identiche ma che raccontano anche una differenza sostanziale. Mentre l’uomo di teologia dice/comprende a fondo e orienta di conseguenza il suo agire, i suoi tempi, i suoi valori, le sue priorità… l’uomo dell’istituzione dice/intuisce superficialmente, ma non ha nessuna intenzione di cambiare o di mettere se stesso, e la Chiesa, in discussione.

Infatti questo mio sospetto sul “non aver compreso”, da parte della mia Chiesa, è stato suffragato dalle recenti notizie: ancora giubilei, ancora indulgenze, ancora “bambini magici” santificati, ancora l’apoteosi del “miracolo” e, dunque, della superstizione!

E così si continuano a riproporre vecchi modelli, vecchi linguaggi e approcci, ormai, solo nocivi… incuranti di una cosa molto semplice e cioè che di una realtà ecclesiale disincarnata, socialmente, teologicamente e filosoficamente legata a modelli arcaici, stupidamente spiritualista/miracolistica e propensa a condanne, l’uomo contemporaneo (ed io con lui!) non sente più alcun bisogno! Dinnanzi ad essa egli rimane disgustato, annoiato, indifferente…

Pensavo di essermi ormai abituato/rassegnato a tutto questo “circo” che con un percorso spirituale serio ed “adulto” non ha nulla a che fare… tanto meno con il Vangelo e con la sequela del Nazareno (a meno di non voler cancellare 200 anni di storia, di studi biblici e di teologia!).

Pensavo di riuscire ad ignorare chi continua a proporre un approccio tribale al cristianesimo esponendo cadaveri di ragazzini benestanti, parlando di in-credibili miracoli eucaristici e che crede ancora in un universo costruito su modelli pre-copernicani…

Io, invece, Paolo Zambaldi, 30-40 enne, interessato e ben disposto, mediamente intelligente, con una buona cultura (anche teologico-esegetica), parteciperei ad una sola di queste iniziative? La risposta è sempre: “No! Assolutamente no!”

Per quanto potrò sopportare questo tipo di fede e i suoi accoliti?

Chi pensa che siano veramente queste le proposte/attività che ci salveranno da una crisi che ci spinge verso l’insignificanza totale? Una crisi evidente, irreversibile e costantemente ignorata: crisi di partecipazione/comunitaria; crisi come struttura territoriale; crisi di capacità comunicativa/formativa…

Non sarebbe meglio tornare a produrre cultura, arte, pensiero teologico… impegnarsi per avviare percorsi veramente liberi e liberanti, inclusivi, di giustizia… senza avere ansia da risultato e la smania da piazze piene?

Non c’è poi da stupirsi se la parte migliore e culturalmente più avanzata della nostra società si tiene alla larga da noi e dalle nostre proposte… Non sarà a causa di esse se (dati Doxa del 2019 relativi all’Italia) solo il 51,3% dei laureati si sente vicino alla nostra Chiesa, mentre facciamo “breccia” tra l’87,6% di chi ha solo le elementari (e per come è diventato complesso il mondo oggi è come dire tra chi è praticamente “analfabeta”)?

Ci siamo già dimenticati di quello che diceva don Lorenzo Milani? Cioè che la vera questione, la “questione seria” è proprio quella del rapporto tra cultura e fede. Con la risposta che risultava “spiazzante” per i più, incominciando dai preti: occorreva puntare sull’acculturazione di giovani e adulti, come condizione per maturare spirito critico, capacità di valutazione, disponibilità verso le domande esigenti della vita. Senza questi strumenti infatti non è possibile comprendere a fondo il significato della Parola.

In una Chiesa cattolica, ma non è la sola, che propone questi modelli, questa “teologia”, questo approccio uno come me (e come molti di coloro che mi stanno leggendo) ha ancora spazio?

Possiamo ancora dire di essere “a casa”?

don Paolo Zambaldi


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