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Conversazione con Gherardo Gambelli "Fedeli al Vangelo, aperti al mondo"

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Conversazione con Gherardo Gambelli
nuovo arcivescovo di Firenze 
Rocca 3 Luglio 2024

di Stefano Zecchi

Percorro via Masaccio a Firenze, dove è morto nella casa della madre don Lorenzo Milani, entro in via Giovanni Pascoli e mi trovo sulla destra la bella chiesa della Madonna della Tosse, con una bella vetrata che ritrae insieme le figure di Giorgio La Pira e don Giulio Facibeni. La Chiesa ha avuto fino al 2000 come parroco don Angelo Chiaroni, un prete del dialogo ecumenico e del rinnovamento conciliare, un luogo d’ incontro di figure come Giovanni Gozzini, Luciano Martini, padre Benedetto Calati, padre Balducci. Dopo la morte di don Chiaroni la parrocchia viene affidata a don Giacomo Stinghi, fondatore del Centro di solidarietà di Firenze, un centro voluto dall’ ora cardinale Benelli per la prevenzione, l ‘assistenza e il recupero dei tossicodipendenti. Attualmente è parroco don Gherardo Gambelli, nominato arcivescovo di Firenze da papa Francesco. Don Gherardo mi accoglie con cordialità e amicizia appena pochi giorni prima della sua ordinazione avvenuta il 24 giugno nella Cattedrale di Santa Maria del Fiore.

Buon giorno don Gherardo come sta? 
Sto bene grazie a Dio. Un po’ preoccupato, ma sento molto la preghiera che mi sostiene e che aiuta a tenere fisso lo sguardo sul Signore. 

Come ha appreso la nomina a Vescovo di Firenze da parte di papa Francesco? Qual è stato il suo primo pensiero? 
L’ho appreso tramite il Nunzio che mi ha chiamato l’8 di aprile, proprio nel giorno in cui quest’anno cadeva la solennità dell’Annunciazione. Il primo pensiero è stato quello di stupore. Mi sono chiesto come facesse il Papa a conoscermi. Poi ho pensato alle tante persone con cui ho condiviso il ministero, alle gioie e alle sofferenze provate, fin dai primi anni in cui ero viceparroco a Rifredi, una parrocchia importante di Firenze che custodisce il tesoro della testimonianza del venerabile don Giulio Facibeni, fondatore dell’Opera della Madonnina del Grappa. Ringrazio Dio perché dovunque sono stato mandato a svolgere il servizio pastorale ho trovato amici: preti, religiose, laici che mi hanno aiutato a crescere nella fede. Mi piace quell’immagine del pastore di cui parla Papa Francesco, che ogni tanto deve stare dietro al gregge, fidandosi del fiuto che hanno le pecore. Molte volte ho ricevuto testimonianze di persone che sono state per me come dei santi e delle sante della porta accanto. Sento la chiamata a sdebitarmi di questo dono ricevuto. 

Lei è stato parroco della Chiesa della Madonna della Tosse a Firenze, una parrocchia che ha visto prima di lei due preti che hanno lasciato un segno nella Chiesa fiorentina, don Angelo Chiaroni e don Giacomo Stinghi. Che realtà ha trovato? 
Ho trovato una comunità viva che ha saputo attraversare momenti difficili, mostrando una grande maturità. Pur nel breve tempo passato in questa parrocchia, ho potuto raccogliere qualcosa dell’eredità lasciata dagli ultimi due parroci: l’attenzione all’ecumenismo e al dialogo interreligioso e l’impegno per la difesa della dignità di ogni persona umana. Io ho cercato di sensibilizzare sulla dimensione missionaria della Chiesa e ho notato con gioia l’interesse e la simpatia di tanti parrocchiani nei confronti di quanti annunciano con gioia e creatività il Vangelo in contesti difficili ed esigenti, sotto tutti i punti di vista. 

Missionario per dodici anni in Ciad poi parroco, docente nel seminario e cappellano del carcere. Che esperienza porta alla Chiesa fiorentina? E come far diventare centro la periferia sociale ed esistenziale? 
La Chiesa del Ciad è una delle Chiese più giovani al mondo. L’evangelizzazione è iniziata meno di cento anni fa e, negli ultimi anni della mia esperienza missionaria, ho svolto il mio servizio nel Vicariato Apostolico di Mongo, al confine con il Sudan, una circoscrizione ecclesiastica creata appena venti anni fa. In un contesto segnato da una forte maggioranza musulmana, i primi missionari fin dall’inizio della loro presenza, sono stati attenti a evitare il rischio che le comunità cristiane si ghettizzassero, puntando molto sulla dimensione sociale dell’evangelizzazione. Ancora oggi c’è un grosso impegno della Chiesa nei campi dell’educazione (con le scuole e le università cattoliche), della sanità e dello sviluppo. Nell’est del Ciad, per esempio, è nata l’esperienza delle banche dei cereali per combattere il fenomeno dell’usura, delle realtà che si strutturano in vere e proprie cooperative agricole nelle quali collaborano cristiani di diverse confessioni e musulmani. Le giovani Chiese ci insegnano ad essere attenti ai segni dei tempi, a credere che, quando ci muoviamo verso le periferie sociali ed esistenziali, impegnandoci concretamente per il rispetto della dignità di ogni persona umana, si trovano sempre tanti fratelli e sorelle di buona volontà pronti a collaborare per la costruzione di un mondo più giusto e fraterno. 

Lei è diventato Arcivescovo di Firenze, una diocesi e una città che è stata tante volte protagonista del confronto ecclesiale, la città dei “Folli di Dio”. Che eredità hanno lasciato questi “eretici” innamorati di Cristo e della Chiesa che da Firenze hanno parlato il linguaggio della profezia spesso pagato a caro prezzo? Da La Pira a padre Turoldo, da don Milani a padre Balducci e così via? 
Il profeta nella Bibbia è colui che parla a nome di Dio davanti al popolo e l’autenticità della sua vocazione si verifica sempre sul compimento della parola che pronuncia. Il vero profeta, come Geremia per esempio, è colui che diventa una parola vivente, capace di vincere il male smascherando le sue ipocrisie. Proprio per questo, ieri come oggi, chi vive con fedeltà il Vangelo viene percepito come un folle. Avverto tuttavia un rischio quando ci riferiamo a queste figure della nostra Chiesa di Firenze, cioè quello evocato da Gesù quando parla dei figli che costruiscono il sepolcro ai profeti uccisi dai loro padri. Papa Francesco ci ripete spesso che la santità non consiste nel copiare, nel ripetere ciò che altri hanno fatto o detto; dobbiamo essere creativi, lasciandoci interpellare dai segni dei tempi, in particolare da quella sete di senso della vita, molto sentita nella nostra società secolarizzata di oggi. 

Cosa vuol dire per la sua diocesi e più in generale per i cattolici oggi accogliere con coraggio l’indicazione di papa Francesco ad essere Chiesa in uscita? In uscita verso dove? Verso chi? Per annunciare e vivere cosa? 
C’è una frase di San Paolo nella Seconda Lettera ai Corinzi che dice: “Dio ama chi dona con gioia” (2 Cor 9,7). Nella predicazione e nella catechesi mi piace completare questa affermazione, aggiungendo queste parole: Dio dona la gioia a chi ama. Ogni volta che cerchiamo di uscire verso le periferie, vincendo la globalizzazione dell’indifferenza, il Signore si manifesta infondendo nei nostri cuori la luce del suo amore e la nostra fede diventa più profonda ed autentica. Ogni realtà ecclesiale deve discernere quali sono le periferie verso le quali è invitata a muoversi. Certamente, l’ascolto e l’accompagnamento dei detenuti in carcere è un servizio importante, nel quale possiamo fare esperienza della forza risanatrice della misericordia e della tenerezza di cui tutti abbiamo bisogno. 

Di recente è uscito un libro di un teologo e biblista belga Jozef De Kesel, arcivescovo emerito di Bruxelles, “Cristiani in un mondo che non lo è più”. La Chiesa in occidente è vecchia, in Europa la partecipazione alla Messa domenicale si aggira intorno al 7/8%, al contrario delle Chiese del sud del mondo. Secondo lei dobbiamo rivedere il nostro modo di dirci cristiani? Come superare il clericalismo, spesso accusato da papa Francesco, e aprire la Chiesa, oltre i suoi proclami, ai “Viri provati”, alla responsabilità dei laici e delle donne? 
Ho letto quel libro, se non ricordo male l’autore invitava a prendere come modello le prime comunità cristiane di cui ci parlano gli Atti degli Apostoli. La Chiesa cresce per attrazione e non per proselitismo, come ci ricorda spesso Papa Francesco. Per questo è molto importante progredire nel cammino della sinodalità, senza scoraggiarsi quando non vediamo immediatamente i frutti di tanti sforzi in tal senso. La missione stessa ci rende più sinodali e per essere missionari non dobbiamo inventarci cose difficili, si tratta di riscoprire il nostro sacerdozio battesimale e vivere quel culto spirituale di cui ci parla San Paolo (Rm 12,1) nei vari ambiti dell’esistenza di ogni giorno: al lavoro, a scuola, nel tempo libero, … 

Come innovare anche le nostre liturgie, così essenziali, ma spesso vecchie, consumate, non coinvolgenti e incapaci di trasmettere esperienza di vita, d’incontro con il Signore Risorto, su cui fondare tutte le altre relazioni? 
Anche in questo caso mi sembra che non si tratti di inventare cose nuove. La liturgia domenicale diventa viva e coinvolgente se c’è un vissuto ecclesiale autentico durante la settimana. Nella nostra Diocesi di Firenze c’è l’esperienza della catechesi degli adulti sulla Parola di Dio, per la quale ogni viene scelto un libro biblico diverso da approfondire. L’ascolto e la meditazione della Scrittura, per esempio con il metodo della lettura popolare della Bibbia, possono davvero nutrire la fede e aiutare le comunità a crescere nella comunione fraterna. Solo quando siamo uniti al Signore possiamo portare frutto e fare in modo che le nostre liturgie siano davvero festive, capaci di suscitare in chi vi partecipa la gioia e la speranza. 

Grazie di cuore don Gherardo, noi di “Rocca” le rivolgiamo tutti gli auguri possibili e continueremo come da ottanta anni e oltre a sostenere l’idea e la pratica di una fede che incontri e parli a tutti gli uomini di buona volontà.










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