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Enzo Bianchi "Fine vita, la Chiesa e la misericordia"

La Repubblica 
  4 marzo 2024
per gentile concessione dell’autore. 

Diciamolo chiaramente: è penoso e anche deludente questo legiferare a livello regionale, come ha fatto l’Emilia-Romagna, su temi come il fine vita. Questa anomalia è dovuta all’incapacità del Parlamento di decidere una legge per tutto il Paese, nonostante la sentenza della Corte costituzionale di cinque anni fa.

E così, per una Regione ma non per le altre, si approva una legge che colma il vuoto legislativo sul fine vita e stabilisce itinerario e tempi per il cittadino che vuole accedere al suicidio medicalmente assistito. 

Monsignor Erio Castellucci, un vescovo e teologo ricco di sapienza, aveva scritto un lungo testo per una valutazione etica del suicidio assistito. Un capolavoro in vista di un dialogo: rispettoso, lontano da ogni manicheismo, propone un confronto con quanti esprimono posizioni diverse sul fine vita, che non vanno demonizzati ma ascoltati. Di diverso tono, invece, il comunicato della Conferenza episcopale dell’Emilia-Romagna che risponde all’emanazione di una legge giudicata «sconcertante». 

È vero che per i cattolici — credenti nel Dio creatore della vita, che non è mai in possesso di nessuno se non di Dio solo al quale va ridata quando ha fine — il suicidio resta una contraddizione al dono della vita ricevuto. 

Ma sappiamo anche che questa vita non va idolatrata, affermata in modo totalitario, tant’è vero che nel cristianesimo è possibile che la si doni e la si offra alla morte per una testimonianza resa alla giustizia, alla pace e alla libertà, cioè al riconoscimento della signoria dell’unico Dio e alla fede in Cristo. 

Oggi siamo tutti consapevoli che ci sono itinerari verso la morte che negano la dignità della persona, che comportano sofferenze fisiche e psichiche insopportabili, situazioni in cui rimane solo la vita vegetativa o una dipendenza da una macchina che pone il malato in una coscienza disperata. 

E purtroppo in Italia non si è ancora diffusa una cultura del dolore. Ci sono le cure palliative, ma non sono praticate ovunque e sovente i più poveri non vi accedono perché nessuno si prende cura di loro. Le sofferenze non possono essere sempre governate in modo integrale e di fronte a un dolore senza speranza spetta alla coscienza di ciascuno riconoscere il suo limite di resistenza e decidere la resa. 

La Chiesa cattolica nega l’eutanasia come possibilità, propone le cure palliative anche se dovessero abbreviare la vita, ma deve aver comprensione di chi invece sceglie nel dolore o nella debolezza di porre fine alla propria esistenza. 

Occorrerebbe, come in altri Paesi, che la Chiesa accettasse di accompagnare verso la morte anche quelli che la scelgono ma chiedono, nella loro fede, di avere i conforti religiosi fino alla fine. Se anche fosse peccato, il peccatore va accompagnato e benedetto perché abbisogna di misericordia, tenerezza, fiducia, rinnovamento della fede e della speranza. Se la Chiesa non fa misericordia e non ha una buona notizia da dare in ogni situazione a che cosa serve?


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