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Enzo Bianchi "Quelle celle che diventano un inferno"

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La Repubblica 
  12 febbraio 2024
per gentile concessione dell’autore. 

Ci siamo molto indignati e abbiamo fatto sentire la nostra voce per il trattamento riservato alla concittadina italiana Ilaria Salis, detenuta nelle carceri dell’Ungheria.

Era un dovere assoluto e perciò giustamente si è levata la protesta. Ma non è avvenuto altrettanto per i maltrattamenti, vere e proprie torture, subite nel carcere di Reggio Emilia da un migrante marocchino accusato di spaccio di droga. 

Abbiamo visto le immagini: un povero uomo incappucciato, oggetto di violenza gratuita, che è solo lo scatenarsi di istinti bestiali da parte di chi ha il potere di usare la forza. E chi esercitava la violenza viene definito come un “incaricato della custodia cautelare”, deputato dunque a garantire i diritti della persona. Questo è l’ennesimo episodio testimoniato nelle nostre carceri già segnate dalla violenza originata dal sovraffollamento valutato in 9000 detenuti: una città! Ed è noto a tutti che dove c’è una convivenza troppo stretta si accende l’aggressività reciproca e quindi si assumono comportamenti violenti. La cella — e noi monaci lo sappiamo bene perché la pratichiamo anche per lunghi periodi — è una fornace ardente per la psiche, il cuore e il corpo, e diventa l’inferno quando nega ogni spazio all’intimità, all’abitare con se stessi, all’esprimersi con libertà. 

Occorre smettere di pensare al carcere come punizione: sarebbe bene che non fosse l’unico strumento per affrontare chi delinque e si cercasse di renderlo un luogo rieducativo, con possibilità di relazioni feconde, di lavoro, di acquisizione di cultura. 

La nostra Costituzione già lo proclamava: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità” (Art. 27). Ma dov’è l’umanità verso i carcerati? 

Segregati, in contatto solo con avvocati, cappellani, qualche volontario, si sentono sovente abbandonati. Oggi di fronte all’aumento di suicidi in carcere (29 dall’inizio del 2024) si invoca una riforma del sistema carcerario, ma in verità i carcerati — li ho ascoltati più volte — se è vero che soffrono della loro vita in carcere, a maggior ragione nutrono poca speranza per ciò che li attende. 

Chi darà loro un lavoro? E troveranno diffidenza fino a essere emarginati? Perché la gente oggi di fronte a un carcerato generalmente volge le spalle commentando tra sé: “Se l’è meritato!”. Non si è disposti a fare fiducia a chi ha sbagliato, ad aiutare a ricominciare chi ha deviato. 

Eppure i cristiani dovrebbero sapere che la salvezza o la perdizione la decidono anche nel loro rapporto con i carcerati: “Ero in carcere e mi avete fatto visita!” è la parola di Gesù che proclama benedetti coloro che prestano questo servizio ai detenuti e maledetti coloro che lo omettono. I carcerati, e non tutti, hanno sbagliato ma ognuno di loro è più grande del male commesso. Loro sono stati scoperti e per questo sono in prigione, ma tanti altri hanno fatto il male come loro e non sono stati scoperti. Quando sradicheremo in noi il desiderio e la tentazione di punire Caino?


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