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Rosanna Virgili «Iochebed, madre di Mosè, e quel cestello chiamato pace»

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8 Novembre 2023


C’è una donna, all’inizio del libro dell’Esodo, di cui non si dice il nome: è la madre di Mosè. Chiamata semplicemente “una figlia di Levi” sappiamo da un testo successivo che il suo nome fosse Iochebed: «Il Signore è Gloria» (cf. Es 6,20). Lo stesso nome di una delle due donne le quali, ostaggio di Hamas, sono state le prime ad essere liberate. Iochebed è quella anziana signora che, nel momento del rilascio, si è voltata indietro verso i suoi aguzzini e li ha salutati dicendo: “Shalom”. Augurando loro la pace.

Al di là delle interpretazioni che i giornalisti hanno dato a questo saluto, da esso scaturisce un brivido, pensando alla memoria biblica racchiusa nel nome di quella donna ebrea che ha visto quanto degli umani divenuti belve hanno fatto della sua casa, dei suoi vicini e dei loro bambini. La Iochebed del 7 ottobre di quest’anno è riuscita a salvare la sua vita, quella di più di tremila anni fa riuscì a salvare il suo bambino.

Gli ebrei, a quei tempi, erano ancora in Egitto e il nuovo Faraone li aveva ridotti in assoluta schiavitù: non solo dovevano resistere ai lavori forzati ma anche subire che i loro figli maschi venissero ammazzati. Sul nascere, quando ancora si trovavano: “tra le due pietre” dove la madre li stava partorendo. Era questo, difatti, l’ordine che Faraone aveva dato alle levatrici degli Ebrei: «Quando assistete le donne ebree durante il parto osservate bene…se è un maschio fatelo morire» (Es 1,16).

Ma Sifra (“Splendore”) e Pua (“Bellezza”) non ebbero paura di disobbedire all’ordine del Re per ubbidire, invece, alla loro coscienza: obiettarono contro il diritto di far morire per servire il dovere di far vivere. Fu così che quando Iochebed diede alla luce Mosè, le levatrici non vollero soffocarlo e lo misero, invece, tra le braccia della madre. Ma Faraone aveva un controllo capillare, i suoi corpi di polizia presidiavano il territorio sino alle suburre dove vivevano gli schiavi ebrei e non sarebbe sfuggita loro la presenza di un bambino superstite.

Ciò nonostante Iochebed rischiò la vita sua per quella del figlio a ragione del fatto che – dice il testo – «vide che era bello». Proprio per questo «lo tenne nascosto per tre mesi» (Es 2,2). Ora sarebbe difficile trovare una mamma che non vedesse bello il frutto del suo seno ma a Iochebed non sarebbe bastato il suo comprensibile amore per poterlo salvare. Giunse infatti, il momento in cui non potè più nasconderlo e, allora, lo adagiò in un cestello che pose sulle rive del Nilo, affidando il suo destino agli occhi della sorella Miriam, la quale «si pose a osservare da lontano che cosa gli sarebbe accaduto» (Es 2,4).

Ed ecco che arriva la figlia del Faraone a prendere un bagno nel Nilo e vede quel cestello; immagina subito che si possa trattare di un figlio degli Ebrei e sa quanto ha decretato suo padre al loro riguardo. Avrebbe dovuto lasciarlo morire sulle sponde del Nilo, ma non fu così: la figlia del Faraone, anche lei, violò il decreto emanato da suo padre: «Ella vide il cestello tra i giunchi e mandò la sua schiava a prenderlo. L’aprì e vide il bambino: ecco, il piccolo piangeva. Ne ebbe compassione e disse: è un bambino degli Ebrei» (Es 2,5b-6).

Le levatrici avevano obbedito alla loro coscienza, dove risuonava la voce del Dio della vita, la figlia di Faraone obbedisce alla compassione, a quella commozione delle viscere che ogni essere ancora umano sente dinanzi all’inermità dei bambini di qualsiasi razza e al loro grido di vivere, di crescere, di giocare, di essere felici. Per salvare i bambini ci vuole una cordata, un gioco di squadra: non basta una madre ebrea per salvare i suoi figli occorre che si allei con un’altra donna, con la figlia dei suoi nemici.

Solo la compassione delle donne tesserà quel cestello di salvezza per tutti i bambini del mondo, che si chiama “pace”. Shalom allora a tutte le donne ebree, shalom alle donne di Gaza, shalom a tutte le donne che si prendono cura dei bambini e a tutte quelle “sorelle” che vegliano su di loro per sottrarle agli umani divenuti belve. Shalom a Iochebed: “Gloria al Signore!”.


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