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Vito Mancuso "L'origine cosmica della Cultura"

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Cosa succede alla nostra mente quando leggiamo? Come nasce quel processo in base al quale alcuni getti di una sostanza nera chiamata inchiostro su una sostanza bianca chiamata carta producono suoni e significati nella nostra mente e nel nostro cuore, facendoci talora emozionare, talora impaurire, talora assaporare la gioia della conoscenza?

Non credo che basti la competenza di un neuroscienziato per rispondere a questa domanda, perché le neuroscienze si limitano a spiegare il processo che avviene nel cervello rilevandone i meccanismi ed eventualmente le imperfezioni, ma non sono in grado di ricostruire la causa e la logica originaria che ha generato il processo medesimo. Nessuno lo è. Siamo al cospetto di uno dei più grandi misteri. Quello che è sicuro è che il punto di partenza (vale a dire lo stato iniziale dell'universo) è del tutto sproporzionato rispetto al punto di arrivo (vale a dire il fenomeno della mente che legge). 

Provate a immaginare voi stessi che guardate una nuvola incandescente di idrogeno e di elio, e che qualcuno alle vostre spalle vi dica che da lì, un giorno, sorgeranno le biblioteche e tutto quello che esse presuppongono, libri, autori, editori, stampatori, librai, lettori, e città e Paesi che ospitano e finanziano e utilizzano tutto ciò: in quel momento voi come reagireste? Immagino con la sufficienza che solitamente si riserva a chi spara assurdità inverosimili. 

Eppure, in questo caso, è esattamente quello che è avvenuto: dai gas primordiali si è generata la vita della mente e il fenomeno della scrittura e della lettura che da essa procede e che è all'origine delle biblioteche e di tutta la cultura che nutre la nostra mente e scalda i nostri cuori. E noi esseri umani, da diversi millenni oramai, prima su papiro e su tavolette d'argilla, poi su cera e su pergamena, poi su carta e ora anche su schermo, attribuiamo a dei segni, variabili a seconda degli alfabeti, suoni e significati che giungono a costruirci nella nostra più intima essenza. Cosa saremmo infatti noi senza la scrittura e la lettura e ciò che esse veicolano? E cosa saremmo prima ancora senza il linguaggio? È difficile pensare a uno strumento più prezioso del linguaggio per noi esseri umani, è grazie a esso infatti che siamo in grado di vincere la nostra solitudine ed entrare in relazione con gli altri e dare vita a quell'insieme di relazioni e di sentimenti che chiamiamo umanità. 

Questo processo che dalla materia inanimata dei gas e dei metalli ha condotto alla vita e all'intelligenza, non appena si riflette sulla disparità tra il suo punto di partenza e il suo punto di arrivo, appare così incredibile alla mente da aver condotto pressoché tutte le civiltà a ipotizzare, per renderlo possibile, un intervento divino. Anche senza avere a disposizione i dati della ricerca scientifica sull'evoluzione dell'universo, l'inconscio dei popoli in un certo senso preavvertiva la meraviglia assoluta rappresentata dalla comparsa della vita e della mente, ed egizi, sumeri, hittiti, assiri, babilonesi, ebrei, hindu, cinesi, greci, romani e, a quanto mi risulta, ogni altra civiltà del mondo antico presero a configurare costantemente le loro cosmogonie e i loro miti sulle origini umane evocando l'intervento di potenze superiori, ora sotto forma di dèi personali ora di logiche impersonali. Lo stesso, a ben vedere, avviene ancora oggi anche da parte di chi, rifiutando ogni rimando alla dimensione trascendente, introduce il concetto di "caso", entità almeno altrettanto imponderabile dell'antico concetto di "dio". Ha scritto a questo proposito l'astrofisico britannico Paul Davies: «Le probabilità contrarie alla sintesi puramente casuale delle sole proteine sono circa 10 "alla 40mila", un numero che scritto per esteso riempirebbe 30 pagine». E poi, citando il collega Fred Hoyle: «Le probabilità che un processo spontaneo metta insieme un essere vivente sono analoghe a quelle che una tromba d'aria, spazzando un deposito di robivecchi, produca un Boeing 747 perfettamente funzionante». 

Scrivo queste cose in occasione dell'edizione speciale dei venticinque anni della rassegna letteraria di Cuneo Scrittorincittà, quest'anno significativamente intitolata "Argento vivo", ed esattamente per questo mi soffermo sulla sbalorditiva connessione tra la dimensione materiale evocata dal metallo e la vita. Proprio questo infatti è il dato di fatto che occorre portare al pensiero: che dall'argento (assunto quale simbolo di tutta la materia inanimata) sia scaturita la vita. E ancor più, la vita della mente, che si esplica come scrittura e come lettura, e come tutto ciò che da tali manifestazioni procede, cioè arte, musica, scienza, tecnica, umanità, educazione dei sentimenti, virtù, spiritualità, etica. 

Ma chi ha ragione? Chi per spiegare il fenomeno della vita che procede dalla materia inanimata si appella a Dio, o chi invece preferisce parlare di caso? Non lo sapremo mai. Ne viene che la conclusione più ragionevole è che ognuno si scelga la teoria che preferisce e che lo mette in grado di trarne il massimo di orientamento e di motivazione per l'esistenza. Tu vivi meglio se pensi di non essere frutto del caso ma di un disegno più alto? Oppure vivi meglio se pensi che sia solo il caso fortuito ad aver generato la vita della mente e la cultura che da esse procede? Scegli la teoria che più si confà alla tua emozione vitale e che meglio ti mette in condizione di affrontare l'esistenza e la sua drammaticità. Quello che invece è davvero irrinunciabile e che tu non devi perdere, è la consapevolezza dello stupefacente fenomeno: del fatto cioè che la mente umana, scaturita dal caos primordiale, sia stata in grado di creare la cultura, indispensabile compagna della vita all'altezza di se stessa, e la ricerca scientifica che indaga e documenta l'origine di tutto ciò. 

Io sono convinto che ognuno di noi debba costantemente richiamare alla mente la coscienza di questo stupefacente processo e da qui coltivare un senso di continua meraviglia. Il che non è per nulla di secondaria importanza per la qualità dell'esistenza; anzi, ritengo che possa risultare decisivo per non affogare nelle sabbie mobili del nichilismo, soprattutto per noi che siamo alle prese con questi tempi così oscuri e minacciosi. Intendo dire che non solo ciò che leggiamo, ma prima ancora la consapevolezza che possiamo leggere, può costituire per noi un rifugio nel quale trovare riparo e consolazione. Siamo così sfiduciati rispetto a noi stessi, così incapaci di rinvenire motivazione e speranza. Ma se solo iniziamo a contemplare la vicenda cosmica che ci ha condotto fin qui possiamo trarne permanente meraviglia e da qui acquisire motivazione e forse persino speranza. 

Sto dicendo che se coltiviamo la nostra mente introducendo in essa cultura (il che d'altra parte è del tutto naturale come dimostra la comune etimologia dei termini "coltura" e "cultura", entrambi dal verbo latino "colo" che significa "coltivare") noi possiamo ritrovare lo stupore e forse persino la gioia di esistere quali esseri umani. Possiamo guardare le stelle, considerare che lì risiedono le nostre origini materiali quando eravamo solo atomi di idrogeno e di elio, e poi guardare le nostre mani, pensare ai nostri occhi, considerare la nostra mente consapevole di tutto ciò, e sentire nascere dentro di noi il senso di una stupefacente meraviglia. Forse addirittura di ringraziamento. Sto dicendo che prima ancora dei libri dovremmo imparare a leggere la vita. Penso sia questa la vera cultura. E a proposito di cultura, eccone una straordinaria definizione di Antonio Gramsci in un articolo del 1916: «La cultura è organizzazione, disciplina del proprio io interiore; è presa di possesso della propria personalità, è conquista di coscienza superiore, per la quale si riesce a comprendere il proprio valore storico, la propria funzione nella vita, i propri diritti, i propri doveri». La vera cultura non coincide con l'erudizione, meno che mai con l'estetismo, ma è impegno, responsabilità e soprattutto incantata meraviglia. Prendere consapevolezza di tutto ciò significa raggiungere forse la più preziosa arte di vivere.

Vito Mancuso, La Stampa 25 ottobre 2023


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