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Un Nobel da esame di coscienza

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Lo scorso 9 ottobre è stato assegnato a Claudia Goldin il Nobel per l’Economia. Prima donna a ricevere questo riconoscimento non in condivisione con colleghi uomini, la docente dell’Università di Harvard è stata premiata per i suoi studi sul mercato del lavoro femminile. Teorica del gender gap (divario di genere) e del glass ceiling (soffitto di cristallo), ha dato consapevolezza, prima di tutto agli Stati Uniti, poi a tutto l’Occidente e non solo, di quanto le donne siano state e siano tutt’ora sottopagate, anche occupando le stesse mansioni e con le stesse competenze dei loro colleghi uomini (ricordiamo che solo in 14 paesi europei OCSE esistono leggi contro il divario di genere, e l’Italia non è tra questi), e del soffitto invisibile che blocca le donne nell’assunzione della leadership in quasi tutte le professioni, a causa del fatto di essere, appunto, donne.

Vite stabilite da altri

Gli studi di Claudia Goldin hanno ribadito che uno dei nodi culturali più diffusamente irrisolto riguarda la conciliazione del lavoro delle donne con la maternità.

In Amoris laetitia (ai nn. 173-175) si ribadisce con nettezza l’importanza e la necessità che i bambini e le bambine siano seguiti e seguite dalle madri. Eppure, in larga parte del mondo, le madri lavorano, e le leggi che regolano il congedo di maternità adottano tempi e modi differenti da Paese a Paese. In Italia, ad esempio, il congedo è di cinque mesi, distribuiti fra prima e dopo il parto. Davvero poco, se vogliamo fare un discorso come quello in AL.

Qui, fin da subito, si riconosce un’ambiguità che ha le sue radici sia in ambito civile, sia ecclesiale, e che non fa riferimento solo al diventare madri, ma anche alla possibilità di diventare madri. Alle donne, madri o no, non viene chiesto nulla; eppure si parla di loro come se si sapesse già cos’è bene che facciano. Una sorta di equilibrismo tattico – includere nel discorso le donne è indispensabile, ma devono essere valutate sulla base di qualche principio che le giudichi – presente sia nel mondo ecclesiale che in quello politico, tanto nella teoria quanto nella prassi.

Questo atteggiamento si spalma su tutto il loro arco di vita ed è particolarmente focalizzato su come esse debbano “scegliere”. Si potrebbe parlare di quanto l’invecchiamento delle donne debba seguire regole prestabilite per essere accettato; di come sia ancora difficile dare per scontata la parità di genere nel lavoro non retribuito; del “tetto di cristallo” presentissimo nella realtà ecclesiale, meno in quella civile – dove però in generale solo il 30% delle donne arriva a ricoprire ruoli apicali; di tempi e luoghi del lavoro degli uomini che non hanno nulla a che vedere con l’organizzazione dei tempi e delle disponibilità delle donne. 

O madri o lavoratrici. Ma perché?

I contorni di una tale esclusione delle donne da quello che è loro si inscrivono in un’operazione di vera e propria ingiustizia. Le donne che vogliono lavorare, hanno piacere a farlo, ne traggono soddisfazione e non vi rinuncerebbero mai se non in circostanze temporanee sono indicate – nella cosmogonia socioreligiosa tradizionale – come donne che hanno deviato rispetto alla priorità materna a cui sono destinate. Questa ambivalenza si registra non solo sul piano pratico, ma anche sul piano esistenziale; le donne che non corrispondono alle aspettative potrebbero essere, e spesso sono, tormentate dal senso di colpa. Vorrebbero lavorare, ma non devono; vorrebbero occuparsi dei figli e delle figlie, ma non possono.

Nel dibattito sulla denatalità, forse il più significativo nella conciliazione lavoro-famiglia, la lettura sopra descritta precede e supera quella che invece apparirebbe più sensata: e cioè che le donne hanno lo stesso diritto degli uomini di lavorare con soddisfazione, senza che questo generi alcuna ambiguità problematica, né sensi di colpa, a patto di muovere relazioni, condivisioni e organizzazioni differenti (in ambito privato e pubblico, a casa come al lavoro) nel momento in cui diventano madri. Non è un onere che solo le donne devono portare perché “l’hanno voluto”, ma una crescita comune che conviene e fa bene a tutti, come giustamente ha scritto in questo blog Anna Carfora.

Tuttavia, non pare che si sia intrapreso in modo deciso questo percorso di revisione culturale della lettura del lavoro femminile e di come esso si coniughi con la maternità, tanto che ancora la percezione sembra essere che l’uno escluda l’altra: «non si può avere tutto». Non stupisce allora che ci siano giovani donne che decidono di non volere diventare madri: si veda per esempio, il numero di quante aderiscono all’essere childfree – libere da figli e per tutta la vita.

Non c’è soluzione senza cambiamento Anche nella Chiesa

Se questo è un problema, la sua soluzione non è certo quella di ricordare alle donne che sulle loro spalle veleggia il destino della natalità (dal lato ecclesiale) o quella di riempire le leggi del welfare familiare di incentivi ad avere più di un figlio o figlia (dal lato del Legislatore), senza occuparsi anche del loro diritto a lavorare secondo le proprie scelte, competenze, ambizioni e soddisfazione economica in linea con i colleghi uomini.

Come credenti, è necessario comprendere che non consentire questa evoluzione, ritardare il cambiamento culturale che comporta l’assumerla (mentre sono anni che se ne parla, non è un argomento nuovo) potrebbe avere, e ha, come conseguenza quella di allontanare le donne dalla Chiesa. E non devono essere rimproverate loro, ma la cecità con la quale è stata ed è affrontata una delle questioni cardine dell’integrazione delle donne nella Chiesa e nel mondo, e cioè il loro diritto a essere chi vogliono e sanno di essere. In tutti gli ambiti dell’esistenza umana. Anche nel mondo del lavoro, che proprio per questo non può più essere legato solo ai modi maschili di gestire le priorità e il consumo del tempo, ma anche – e necessariamente – a quelli delle donne.

Emilia Palladino

Fonte: Il Regno delle donne


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