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Luigi Maria Epicoco “Cercare Dio nelle cose concrete, con un’attenzione nuova sulla realtà”

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30 Settembre 2023


E' un “Vademecum dopo l’apocalisse”, il nuovo testo di Don Luigi Maria Epicoco, filosofo e teologo, presbitero della diocesi di L’Aquila, uno dei più apprezzati autori di spiritualità, che insegna filosofia alla Pontificia Università Lateranense e all’ISSR “Fides et Ratio” dell’Aquila, alla Pontificia Università Lateranense, alla Pontificia Accademia Alfonsiana, e alla Pontificia Facoltà Teologica Teresianum, che porta in libreria “Per custodire il fuoco” (Einaudi 2023, Collana “Vele”, pp. 112, 12,00 euro).

Nel testo l’autore riflette sul nostro tempo a partire dalle pagine di uno dei romanzi più belli dello scrittore statunitense Cormac McCarthy (1933-2023) “The road”, “La strada”, edito nel 2006.

Viviamo in un momento storico in cui sembra che abbiamo smarrito il fuoco della vita, il senso che rende la nostra esistenza davvero umana. Dove trovare di nuovo questo fuoco? 

Ci indica la strada Luigi Maria Epicoco, parroco di San Francesco di Paola in L’Aquila, responsabile dell’Ufficio Cultura e Direttore della Biblioteca Arcivescovile “Card. Carlo Confalonieri” di L’Aquila, che si occupa a tempo pieno di formazione tenendo regolarmente conferenze e corsi di esercizi spirituali per religiosi e laici, da noi intervistato.

  • Questa nostra epoca sembra aver smarrito il fuoco. Non avvertiamo tutti il bisogno di qualcosa che riscaldi nuovamente la nostra esistenza? 

«Assolutamente sì, perché abbiamo bisogno di recuperare il senso del nostro vivere, il senso del nostro essere. È come se noi avessimo una vita ma non avessimo più passione per la vita. In questo senso abbiamo bisogno di recuperare il fuoco».  

  • Viviamo vite imprigionate in un eterno intrattenimento, ma se tutto il mondo che conosciamo crollasse lasciando solo macerie e rovine, che ne sarebbe di noi e quale strada ci toccherebbe prendere? 

«Il testo parte dal presupposto che la critica che Cormac McCarthy, scrittore americano che ho cercato di approfondire in questo testo, mette in scena una particolare fine del mondo. È la fine del mondo tutto incentrato sul fare, sul funzionare, sull’economia. È un mondo che ha smarrito il motivo per cui la vita vale la pena, che non è quella del semplice progresso o della semplice tecnologia. Se ci venisse tolta questa modalità di vivere la vita del fare, cosa ne sarebbe di noi?  Saremmo costretti a fare i conti con il verbo essere e non con il verbo fare».

  • Dietro al buio fitto del romanzo post apocalittico di McCarthy, in realtà è nascosta un’imprevedibile luce. Occorre però lasciarsi illuminare, riscaldare, accendere. Come? 

«Cominciando innanzitutto a domandarci per che cosa vale la pena vivere. Il protagonista del romanzo “La strada” di Cormac McCarthy è un padre che non ha più un motivo per vivere se non il proprio figlio. Quindi la vita del figlio diventa il motivo per cui affrontare anche le difficoltà più grandi che si trovano a dover vivere. Ecco, ciascuno di noi deve avere il coraggio di concretizzare questo motivo, di dargli un nome, di dargli un volto». 

  • Cormac McCarthy nel libro sta parlando della condizione umana non del futuro del mondo?

«Sì, lo scrittore non sta dicendo cosa sarà domani ma che cosa è nascosto oggi, in questo momento. La condizione che viene descritta da McCarthy è una sorta di condizione interiore, che tutti gli uomini stanno vivendo in questo particolare momento storico. Siamo tutti spaesati, specialmente dopo la pandemia, le guerre che continuano a imperversare».

  • A proposito di apocalisse, evocata dal parroco di Lampedusa quando lo scorso 13 settembre ci sono stati momenti di tensione al porto, dove agenti della Guardia di Finanza stavano cercando di contenere centinaia di migranti che chiedevano di lasciare il molo. Che cosa ne pensa di quelle scene?  

«Quell’episodio dovrebbe interrogarci tutti, perché il dolore di quella gente è un dolore ancora troppo invisibile. Cioè non siamo ancora abituati ad accorgerci che lì ci sono dei veri e propri drammi, che noi ignoriamo trattando queste persone come se fossero semplicemente dei numeri da gestire. Invece dobbiamo tornare a umanizzare questi fenomeni, a vedere chi c’è dietro questi numeri». 

  • McCarthy è come un profeta che preannunciala cecità del mondo, che non riesce più a vedere Dio, perché lo cerca nei luoghi sbagliati, quelli della consuetudine? 

«Sì, perché abbiamo deciso che Dio è al di là dei cieli, lontano da noi. Invece dovremmo cercare di nuovo Dio che altro non è che, come scrivo nel libro, un nome del senso. Qualcosa che si trova in mezzo a noi. Nel Cristianesimo usiamo questa formula: “Il Verbo si è fatto carne ed è venuto ad abitare in mezzo a noi”. Quindi dobbiamo cercare Dio nelle cose concrete e non al di là delle nuvole. Significa avere un’attenzione completamente nuova per la realtà, per la concretezza del mondo». 

  • La realtà contemporanea vede da un lato il nostro Pianeta destinato a uno scenario apocalittico tra crisi climatica e minacce di bombe atomiche. Dall’altro l’essere umano, sempre più fragile e spaesato. In questa situazione esiste ancora una speranza? 

«Questa è la bellezza del libro di McCarthy. Lì dove tutto sembra perduto, tutto può cominciare di nuovo. La speranza significa essere più ostinati del Male, più ostinati del Buio, più ostinati di ogni evidenza. C’è un versetto della Bibbia molto bello che è riferito ad Abramo. San Paolo nella Lettera ai Romani, 4, 18: “Egli ebbe fede sperando contro ogni speranza e così divenne padre di molti popoli, come gli era stato detto: Così sarà la tua discendenza”. “Spes contra spem”: questo dovrebbe essere il motto del nostro momento storico». 


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