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Alessandro D’Avenia "La Giornata Mortale dell’Insegnante"


9 ottobre 2023

Il 5 ottobre, oltre al Premio Nobel per la letteratura di cui vorrei occuparmi più avanti, è stata celebrata la Giornata Mondiale dell’Insegnante.

Quindi oggi lascio la voce dall’ultimo banco prima a una ragazza e poi a una docente che mi hanno scritto proprio in quelle ore. Cominciamo dalla studentessa: «Ho 18 anni e frequento la quinta superiore. Arrivo da tre anni molto difficili: una diagnosi di anoressia nervosa aggravata da forte depressione e ansia. Tuttora devo affrontare i miei mostri con l’aiuto di psicofarmaci. Ho svolto il terzo anno da remoto, poche ore al giorno, a causa delle poche energie. 

Fortunatamente l’anno scorso sono riuscita a tornare a scuola, ma mi sono trovata davanti un grosso ostacolo: un nuovo professore. Mi sono spesso assentata per problemi di ansia e, pur essendo le assenze giustificate con certificati medici, questo a lui non è piaciuto: ha iniziato a prendermi di mira con battute che mi ferivano e umiliavano. Il suo atteggiamento ha peggiorato la mia situazione mentale e mi sono ritrovata a fare altre assenze per paura dei suoi giudizi. Ma grazie a Dio il quarto anno è finito. A settembre ero felice di tornare a scuola, ma il professore ha ripreso subito con le sue battute. Il peggio è avvenuto ieri». Che cosa è avvenuto?


La lettera continua così: «Siamo andati in laboratorio: test a sorpresa. 

Tralasciando l’ansia e l’attacco di panico, ho cercato di dare il meglio e sono stata l’ultima a consegnare. Tutti i miei compagni stavano spegnendo il computer ed io ero ancora lì a salvare i file. Sentivo tutti gli occhi addosso, e il professore ha deciso di umiliarmi davanti a tutti gridandomi in faccia: «Ce la fa?!», «Tutti la stanno aspettando!», «Si muova!». Il tutto arricchito da risate. Altri professori sono andati da lui per cercare spiegazioni e dire di darci un taglio, ma nulla! Non so più cosa fare... ho paura di andare a parlare con la preside perché magari i suoi atteggiamenti possono peggiorare, e già ora mi sta ammazzando! Lei ha qualche consiglio?». Oltre al fatto, qui non rispettato, che ragazzi con situazioni di fragilità certificata godono di strumenti dispensativi e compensativi (niente test a sorpresa, meno quesiti, più tempo a disposizione...) che noi docenti siamo obbligati a mettere in atto così da permettere loro di affrontare le prove (uguaglianza non è dare a tutti lo stesso, ma a ciascuno ciò che gli serve per potere dare il meglio), credo che la cosa migliore sarebbe agire attraverso il consiglio di classe (i colleghi di quella classe) per un chiarimento da e tra adulti. Anche per questo all’ultimo anno, o in situazioni particolari, chiedo ai miei studenti di essere presenti ai colloqui con i genitori, per poter parlare con franchezza di ciò che serve in vista dell’uscita da un percorso scolastico durato 13 anni: al di là dell’esame di maturità, che cosa serve alla tua maturazione e vocazione? Mi stupisce quanto poco i ragazzi siano coinvolti nel processo educativo e didattico da insegnanti e genitori, se non nel caso di recriminazioni. Come può una situazione come quella di questa ragazza, acuitasi durante il confinamento, non essere stata affrontata per così tanto tempo? Parte della risposta credo sia nella lettera di una professoressa di Scienze: «Ti scrivo nella Giornata Mondiale dell’Insegnante. Insegno da 10 anni. Ho una laurea in Scienze biologiche col massimo dei voti; un’abilitazione alla libera professione; una seconda laurea in Teologia col massimo dei voti; un dottorato in Filosofia con una borsa di studio che mi ha portata a lavorare in un centro di ricerca di eccellenza in Germania. Ho ottenuto i 24 CFU (crediti formativi universitari), divenuti obbligatori con il Decreto del 2017. Ho insegnato in scuole secondarie di primo e secondo grado, prima Religione poi Matematica e Scienze. Ho insegnato in scuole paritarie e statali, in istituti professionali, tecnici, alberghieri e in diversi licei dove insegno tuttora. Da 13 anni ho anche una docenza universitaria a contratto. Quest’anno ho 196 studenti al liceo e 159 all’università. Li conosco e li riconosco quasi tutti, perché ho sempre messo i ragazzi al centro delle mie giornate. Nonostante tutto questo con il DPCM del 4 agosto 2023, ora, per entrare di ruolo (cattedra stabile e non solo supplenze a tempo), dovrei sostenere una prova scritta per verificare conoscenze e competenze in campo psicopedagogico e didattico (su cui sono già stata valutata per i 24 CFU); se la superassi, dovrei sostenerne una orale e una pratica. Infine dovrei iscrivermi di nuovo (la quinta volta!) all’università pagando fino a 2mila euro per altri 30 CFU, più un tirocinio. Vorrei chiedere al Ministro se - con il mio curriculum ed esperienza nelle aule scolastiche e ragazzi di età così varie - crede che io, e tanti altri, abbiamo bisogno di questa corsa ad ostacoli che toglie tempo ed energia alla cura reale dei ragazzi, demotivando sempre più chi vive la professione come una vera e propria vocazione, ma che ora, a forza di DPCM insensati, ha voglia di mollare per volgere lo sguardo altrove? Per rimettere la scuola al centro della società, vanno rimessi al centro gli insegnanti, rispettandone il lavoro, le competenze e, non ultimo, il merito e la dignità». Non aggiungo altro a questa lettera che ben si sposa con la precedente: un sistema, che mette in cattedra persone inadatte ma che diventano intoccabili, e lo impedisce a chi se lo meriterebbe, non funziona. Fino a che questo Paese non avrà veramente a cuore gli 8 milioni di ragazzi che sono a scuola, scegliendo e trattando come si deve il quasi milione di persone che hanno il compito di guidarli, noi saremo un Paese che farebbe meglio a sostituire la Giornata Mondiale con quella Mortale dell’Insegnante... e quindi della Scuola.



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