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Funerale Giorgio Napolitano: l’intervento del cardinale Gianfranco Ravasi

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Tra gli oratori scelti dalla famiglia per i funerali laici di 
Giorgio Napolitano c’era anche il cardinale Gianfranco Ravasigià Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura e Prefetto della Biblioteca Ambrosiana di Milano dal 1998 al 2007.

È con emozione e gratitudine che ho accolto questo invito – per molte persone un po’ sorprendente, e anche per me – di offrire una testimonianza all’interno di questa celebrazione così alta, e dopo queste parole così straordinarie, così forti che abbiamo ascoltato. Vorrei essere idealmente sulla soglia e dare una testimonianza personale che ha, però, anche risvolti e valenze pubbliche, seppure il nostro dialogo sia stato quasi sempre celato. Vorrei ora, di questo lungo “filmato” dei nostri incontri, scegliere solo quattro istantanee che permettono di avere ciascuna un tema. 
La prima è del 25 aprile 1998. Napolitano è Ministro dell’Interno, è a Milano e desidera incontrarmi e visitare la Biblioteca-Pinacoteca Ambrosiana che allora presiedevo. Dopo aver visto il Codice Atlantico di Leonardo, Caravaggio e altri capolavori, è entrato nello studio del Prefetto. Da una scaffalatura che stava alle mie spalle e che raccoglieva gli autografi di un grande autore illuminista, ho voluto mostrargli un testo. Ricordo ancora in quel momento le sue mani: con emozione egli apriva l’autografo Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria, una reliquia laica all’interno di un tempio culturale ecclesiastico. Subito egli andò a cercare le pagine sulla pena di morte, un emblema particolarmente significativo anche per lui. 
La seconda istantanea è del 2010, quando entra in scena un personaggio ecclesiale che ha avuto un grande legame con Giorgio Napolitano: papa Benedetto XVI, col quale i dialoghi, gli incontri e le sintonie furono molteplici. Si era deciso di offrire al papa un fac-simile del De Europa di Enea Silvio Piccolomini, che nel 1458 diventerà papa Pio II. Io avevo preparato un saggio introduttorio, il Presidente la prefazione. In quel momento – ecco l’istantanea – Napolitano citò una frase dell’amatissimo a tutti, anche al papa, Thomas Mann tratta dal saggio sul Don Chisciotte del 1934: «Il cristianesimo rimane una delle colonne portanti dello spirito occidentale, e l’altra è l’antica cultura mediterranea». Naturalmente, papa Benedetto XVI ripeté in tedesco la stessa frase che conosceva a memoria. 
Passerò ora alla terza istantanea. Qui entra in scena la cultura, l’arte. Come è stato ricordato, Napolitano era uomo di altissima cultura, l’ho potuto testimoniare quasi in maniera continua. E dovrei evocare anche tutti i suoi amori letterari: ne cito solamente due. Il primo è naturalmente Thomas Mann: ricordo ancora che mi citava l’incipit di Giuseppe e i suoi fratelli o del Doktor Faustus, in tedesco. L’altro amore fu Dante. Andai io a chiedergli, con il Consiglio della “Casa di Dante”, di diventare presidente di quell’istituzione una volta chiuso il suo mandato di Presidente della Repubblica. Egli accettò. L’ultima volta che lo incontrai nello studio a Palazzo Giustiniani aveva un’edizione-miniatura della Divina Commedia, perché diceva che ogni tanto ne leggeva una pagina, quasi fosse una sorta di breviario laico. 
In questa stessa terza istantanea metterei anche la musica. Quanti concerti Napolitano ha offerto a papa Benedetto XVI nel suo compleanno, fino alla fine, quando lui stava concludendo il suo mandato di Presidente della Repubblica e il papa gli confidò che, pochi giorni dopo, anche lui si sarebbe ritirato dal ministero petrino. In questo ambito tanti sono i ricordi anche per me, perché stavo accanto a lui ascoltando la musica nei vari concerti, in particolare quelli di Natale pre-registrati dalla Rai ad Assisi. In questo momento, voglio immaginare che a salutarlo musicalmente ci sia un testo – che è religioso – di Mozart, scritto per il Corpus Domini del 1791. È l’Ave verum, K 168. Finita l’esecuzione Napolitano mi disse: «Sono stati quattro minuti di bellezza ultraterrena». Questo amore continuò in tante forme, in tanti modi, in tanti momenti che ora mi si affacciano in questa terza diapositiva che potrebbe sfrangiarsi in varie memorie differenti. 
Concludo con l’ultima istantanea, la quarta: è il discorso “spirituale” nel senso più alto e più ampio del termine, non confessionale. Qui pongo un’altra data e un’altra diapositiva ideale: è il 5 ottobre 2012. Siamo ad Assisi, un pomeriggio coi colori mirabili, quasi da Piero della Francesca o da Perugino, con una folla enorme e con un dialogo che abbiamo costruito insieme, nell’interno del “Cortile dei Gentili”, un simbolo desunto dallo spazio del tempio di Gerusalemme nel quale anche i pagani, i non credenti agli occhi degli ebrei, potevano accedere e vedere ciò che accadeva al di là. Ebbene, in questo “Cortile dei Gentili” il Presidente tenne una straordinaria lezione sul rapporto società–religione ma soprattutto, alla fine, forse anche per la simpatia e sintonia che c’era tra noi due, nel dialogo successivo raccontò in pubblico il momento in cui lasciò la sua pratica religiosa, confessando ancora di «rispondere sempre a un intimo bisogno di raccoglimento, sfuggendo alla pressione incessante di doveri e di assilli da cui si rischia di non riuscire a sollevare lo sguardo e la mente». 
Vorrei concludere con le sue stesse parole ma anche, se mi permettono la sua famiglia, a partire da sua moglie Clio, vorrei portare un fiore ideale sulla sua tomba. Prima, però, ecco le parole di quel pomeriggio: «Il visibile impoverimento ideale e culturale della politica ha rappresentato il terreno di coltura del suo inquinamento morale… Nel dialogo tra credenti e non credenti, sempre prezioso in vista del bene comune da perseguire nella così travagliata nostra Italia, è dall’esperienza, dalla schiettezza del dialogo e da un esito fruttuoso che possono venire stimoli e sostegni nuovi per una ripresa di slancio ideale e di senso morale». 
A questo punto, come dicevo, depongo un fiore sul feretro, un fiore di parole. Egli sapeva che la mia competenza primaria era quella di studioso delle Scritture sacre, in particolare quelle ebraiche. Sapeva anche che questo testo è il grande codice della cultura occidentale. Desidererei, allora, porre sulla sua tomba un verso tratto dal Libro del profeta Daniele, significativo perché l’immagine è desunta dalla cultura pitagorica, quindi dal mondo pagano. I discepoli di Pitagora guardavano nelle notti stellate verso l’alto e immaginavano – perché questa era la loro credenza – che l’anima alla morte diventasse una stella della Via Lattea. Cercavano la presenza della moglie, del marito, del figlio, della persona amata lassù. Ed ecco le parole del profeta Daniele (12, 3) come mio omaggio ideale a Giorgio Napolitano: «I saggi risplenderanno come lo splendore del firmamento, coloro che avranno indotto molti alla giustizia risplenderanno come le stelle per sempre». 


 


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