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Giuseppe Lorizio "Il magistero dell’alterità e le visioni dell’umano"

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Nelle ultime settimane abbiamo assistito, e stiamo ancora assistendo, nel nostro Paese, a quello che potremmo chiamare uno “scontro di civiltà”, in cui è centrale la visione dell’uomo che le posizioni alternative propongono. Come credenti nel Dio di Gesù Cristo possiamo restare spettatori di tale conflitto, magari in attesa di salire sul carro del vincitore? La posta in gioco è troppo alta perché possiamo decidere di non giocare restando ai bordi del campo: si tratta dell’umano, che sta tanto a cuore al Dio che adoriamo e invochiamo.

Da un lato, in occasione della dipartita della nota scrittrice Michela Murgia e delle sue esequie, abbiamo dovuto constatare, come Chiesa, che è stata capace di interpretare il nostro tempo, le sue istanze, le sue tensioni e ne ha tratto un’antropologia e addirittura una teologia queer. La cifra di questa prospettiva è stata richiamata dalla teologa Marinella Perroni con la metafora della “polpetta”. La complessità del nostro contesto rifugge dalla logica binaria che separa buoni e cattivi, come sulla lavagna delle elementari dei nostri tempi. E questa mescolanza disorienta i più e ci mette in profonda crisi, proprio perché desideriamo rimanere fedeli al messaggio che la rivelazione ci consegna.

Dall’altro lato un generale dell’esercito, Roberto Vannacci ha scritto pagine che, se condivise, propongono un’uscita di sicurezza dal polpettone, richiamando proprio quella logica binaria, bene/male, vero/falso, on/off, che la complessità non riesce a sopportare e che risulta fondamentalmente inadeguata nell’interpretazione dell’umano nel nostro oggi. La macchina da guerra avrà pure bisogno di essere manovrata da questa logica semplificante, ma forse dovremmo anche fare qualche sforzo per prendere le distanze dall’identificazione uomo=macchina. Il meccanicismo antropologico non ci può appartenere.

Se chiedessi ai confratelli presbiteri, ai vescovi, ai laici impegnati da che parte pensano di schierarsi, temo di dover registrare, come di fatto in diversi colloqui registro, la propensione ad aderire all’universo delle certezze, in quanto ritenuto compatibile con la visione cattolica dell’uomo, del mondo e di Dio. Devo altresì annotare, in entrambi gli schieramenti, un prevalere dell’emotività sulla riflessione e sul ragionamento, che ho cercato di suscitare in un breve intervento sul caso Murgia, per il quale sono stato redarguito da chi invocava il silenzio, dimenticando che il teologo è anche un intellettuale, chiamato a pensare e far pensare su quanto accade nel mondo, onde evitare la tentazione di parlare del sesso degli angeli o dell’ombelico di Adamo.

Di qui la domanda (e il domandare/quaerere è costitutivo della teologia): come possiamo riflettere la visione dell’uomo che la rivelazione ci consegna in maniera dinamica, oltre la logica binaria e in modo che possa diventare ingrediente della polpetta? E non un ingrediente qualsiasi, ma quello che le dà sapore e la rende appetibile?

A ben vedere entrambe le posizioni contrapposte hanno un problema: l’alterità. Penso in particolare all’alterità uomo/donna, costitutiva del sacramento del matrimonio, in quanto segno della comunione fra il totalmente Altro e l’umano, ma è altrettanto decisiva l’alterità rappresentata da popoli, etnie, appartenenze diverse, che richiede una “patria” accogliente e non esclusiva. Riflettere, discutere, approfondire tale tematica è urgente perché la nostra predicazione, catechesi, liturgia, diakonia abbia senso e non si limiti a rincorrere le urgenze.

Infine, mi sembra sorprendente notare come il magistero dell’alterità e una visione dinamica dell’umano venga oggi evocata da persone ottantenni, quali papa Francesco e Sergio Mattarella. Mi chiedo: gli adulti (cinquantenni ad esempio) dove sono? E constato con rammarico e simpatia che i nonni sono più avanti di noi. Come materiale per la riflessione e la lettura propongo di iniziare dal discorso del presidente della Repubblica a Rimini e dal colloquio di papa Francesco con i gesuiti portoghesi.  Testi che hanno bisogno di essere meditati e discussi, magari nelle nostre comunità o gruppi, per confrontarli dialogicamente con le visioni dell’umano che imperversano nel nostro contesto.

Fonte: Roma Sette


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