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Fabio Rosini “I giovani e la catechesi: figli o ingegneri?”

Don Fabio Rosini, direttore del Servizio alle vocazioni del Vicariato di Roma.

Chissà se, nell’attuale ossessione pelagiana per l’attivismo e le opere di misericordia corporale (che bene o male sono opere di misericordia, quindi presuppongono una sorgente nell’amore di Dio, non bastano muscoli e iniziativa), è arrivato il momento in cui, pendolarmente, ritorniamo al primato della Parola?

Quel che è umano è significativo, la vita è un testo, è un dialogo, in cui intrattenersi con il Padre Celeste, da figli.

Se la vita non è un testo, non è la vita umana, non ha significato e allora i fatti non comportano crescita, maturazione, interiorizzazione e comprensione, ma solo prassi e soluzioni. O l’uomo è un figlio o è un ingegnere che batte il piedino, attendendo la prossima comodità, la prossima domotica, in cui infantilizzarsi sempre di più. No, essere uomini, ed essere cristiani a fortiori, implica sapersi relazionare, quindi dialogare, esprimersi ed ascoltare e lasciarsi mettere in crisi dalla differenza dell’altro, per evolversi ed imparare ad amare.

Se i giovani che sono alla Gmg non comprenderanno cosa Dio stia dicendo loro attraverso questi giorni, che ci sono andati a fare? Cosa resterà loro di quel che stanno vivendo?

Se una cosa ci hanno insegnato gli anni su queste Gmg, è che lasciano un segno profondo, visibile a distanza di molto tempo, nella vita di chi le sperimenta, il sottoscritto fra questi. Il rischio è che la cosa importante sia continuare a proporre ai giovani solo giochi, balli, feste e canti, un kindergarten cattolico, come spesso si presenta la pastorale giovanile italiana. A Roma si dice “fa giocà er pupo” per intendere l’intrattenimento spesso necessario per i bimbi, per poter sopravvivere alla loro turbolenza.

Eppure non c’è nessuno più assetato di senso di un giovane, che ha bisogno di un purpose, una meta, un traguardo che dia senso al tutto. Esattamente come un malato, che ha disperatamente bisogno di un senso al suo dolore, spesso più che di un sollievo fisico, per cui visitare un malato, se non diventa la consolazione di un afflitto, resta solo coincidenza topografica con la persona visitata…

I giovani, con la loro vita inondata di ipotesi, hanno bisogno di catechesi, di Parola che dia loro un significato per salvarsi dalla banalità degli influencer, dispensatori grossolani di luoghi comuni e psicobanalisi, come un comico l’ha definita genialmente. Se non faremo catechesi ai giovani, avremo interrotto il flusso della traditio, necessaria perché ci siano dei figli di Dio nella prossima generazione, che vivano tutto in dialogo con il Padre, perché avremo fatto anche noi l’errore di molti padri: risolvere i problemi pratici dei figli e non aver parlato al loro cuore.

Forse anche di noi (come dei loro padri biologici) i giovani diranno: mio padre non mi ha fatto mancare niente, ma non mi ha detto niente di importante, e la vita l’ho imparata altrove. Magari su Instagram o TikTok… 

Fonte: Agensir 


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