Clicca

Beato Giovanni Paolo I, prima memoria liturgica

stampa la pagina

Accostarsi a Giovanni Paolo I e alle sue carte, che la Fondazione Vaticana intitolata al suo nome ha recensito e catalogato, significa entrare in un territorio vasto e complesso, tutto da scoprire. Dalla scrittura minuta, limpida, disseminata di abbreviazioni, emerge un mondo che si potrà conoscere solo percorrendolo più volte, e non in modo distratto e scontato, cercando conferme ad altro che non sia il profilo dell’uomo, del prete, del vescovo, del papa. Papa, vescovo, prete, perché uomo, un vero uomo, tenace di volontà, forte di pensiero, ficcante nella parola, pur nel tono flebile. La figura di Giovanni Paolo I si può accostare all’«ossimoro»: l’archivio fornirà gli elementi che possono colmare la distanza tra i termini che egli ha saputo collegare e coniugare in una sintesi tutta da scoprire e da consegnare alla Chiesa. Di quell’archivio, che abbraccia l’intera vita di Albino Luciani, soprattutto il suo ministero episcopale prima a Vittorio Veneto e poi a Venezia.
Affronto qui solo un piccolo momento, ma di incredibile portata: il radiomessaggio Urbi et Orbi, pronunciato nella Cappella Sistina il 27 agosto 1978. Non si può che partire da qui per studiare Giovanni Paolo I. Il pontificato così breve obbliga a fissarsi sul programma espresso nei sei volumus, scanditi davanti al Collegio dei Cardinali che lo avevano eletto, in uno dei conclavi più brevi della storia.

Si percepisce qui l’idea di riforma così ricorrente nelle agende di Albino Luciani da apparire una direttrice del suo pensiero e della sua azione pastorale, maturata ben prima del Concilio, se la figura di riferimento che egli evoca in continuazione è san Francesco di Sales. I due riferimenti, al santo vescovo di Ginevra e al Vaticano II, si incrociano e si illuminano a vicenda, come risulta con evidenza da una nota vergata durante la prima intersessione. Nel gennaio del 1963, facendo il punto sul Concilio, il vescovo di Vittorio Veneto annotava, come sempre in modo schematico: «Concilio ecumenico: α) Riforma; β) In capite (Curia); γ) In membris: carità > giuridismo». Il primato della carità sul giuridismo, con il richiamo alla semplicità e alla povertà lascia intuire quale fosse la prospettiva ecclesiologica del giovane vescovo. Nelle pagine a seguire egli si profonde in un’ampia sintesi dell’idea di riforma – evidentemente della vita cristiana – di san Francesco di Sales, per tornare di nuovo al tema della riforma in capite e in membris come soluzione per la vita e il cammino della Chiesa.
In questo orizzonte il Papa proietta la funzione petrina, intesa come servizio alla missione universale della Chiesa; funzione alla quale dice di volersi dedicare con tutte le forze, fisiche e spirituali: «Intendiamo servire la verità, la giustizia, la pace, la concordia, la cooperazione all’interno delle nazioni e tra i popoli». La frase richiama da vicino un’espressione che si incontra nelle agende, quando il giovane vescovo di Vittorio Veneto, chiosando molti anni prima lo schema De fontibus Revelationis, erompeva in un grido: «Servi, non padroni della verità». La stessa forza si percepisce nel proposito che suggella l’assunzione del ministero petrino: «In questo solenne momento vogliamo consacrare tutto ciò che siamo, ogni nostro sforzo [quidquid possumus] a questo supremo scopo, fino all’ultimo respiro (!), consapevoli del mandato che Cristo stesso ci ha affidato: “Conferma i tuoi fratelli” (Lc 22,32)».

Nel primo volumus esprime così la volontà di adempiere «il grave ufficio» che gli è stato affidato e che egli intende svolgere in continuità con i suoi predecessori, ma soprattutto Paolo VI, del quale rammenta «l’opera immane, infaticabile, senza soste» per portare a compimento il concilio Vaticano II e per conservare la pace nel mondo. È a questo punto che Giovanni Paolo I introduce i sei volumus: 
1) dare prosecuzione all’eredità del Concilio; 
2) conservare intatta nella vita dei sacerdoti e dei fedeli la grande disciplina della Chiesa; 
3) indicare la priorità dell’evangelizzazione nella missione ecclesiale; 
4) mantenere vivo l’impegno ecumenico; 
5) continuare il dialogo con il mondo contemporaneo avviato da Paolo VI; 
6) incoraggiare le iniziative per la pace. 
Questi i sei volumus del Papa; questo il programma del pontificato.
Nella volontà di «perseguire l’eredità del Concilio» cita LG 23 quando dice che «ciascuno singolarmente ripresenta la propria Chiesa e tutti insieme in unità con il papa ripresentano la Chiesa tutta nel vincolo della pace, dell’amore e dell’unità». Sulla base di tale presupposto ecclesiologico, il Papa prosegue con un’affermazione di enorme portata, non a caso espressa con un ulteriore volumus, quasi a suggello dei precedenti: «Vogliamo fermamente rafforzare la forma collegiale dell’episcopato, avvalendoci dell’opera dei vescovi nel governo della Chiesa universale, sia mediante l’istituto sinodale, sia attraverso i compiti della Curia Romana, della quale fanno parte secondo le norme stabilite». Il riferimento alla collegialità è particolarmente significativo, in quanto si riallaccia all’unico intervento del vescovo di Vittorio Venero al concilio – una animadversio scripta mai pronunciata in aula –, che verteva proprio su questo tema. Già la formulazione del richiamo è particolarmente interessante, perché il nuovo Papa legge la possibilità di un esercizio effettivo della collegialità nella partecipazione dei vescovi al governo della Chiesa universale, indicando anche due «luoghi» di tale possibile esercizio: il Sinodo dei vescovi e la Curia Romana, nella quale i vescovi diocesani sono già inseriti a norma del diritto. Soprattutto sul Sinodo dei vescovi Giovanni Paolo I sembra fare un passo in avanti rispetto al suo predecessore. Si muove, infatti, piuttosto nella direzione del decreto Christus Dominus, che recepiva la decisione papale sulla partecipazione dei vescovi alla sollecitudine per tutta la Chiesa come un riconoscimento quantomeno implicito della collegialità.

Ogni passaggio meriterebbe una rilettura in contesto e uno studio approfondito alla luce del pensiero di Giovanni Paolo I, attraverso le carte di un archivio (APAL) che restituisce – a volte anche nel dettaglio – il quadro completo della vita, del ministero, ma anche delle idee del pontefice appena eletto. Sarebbero sette volumi, ricchi di prospettive per la conoscenza tanto di Giovanni Paolo I che di una stagione complessa della Chiesa e del mondo non ancora approfondita a dovere. Qui basta averli rammentati, non tanto per vagheggiare come sarebbe stata la Chiesa di Giovanni Paolo I, ma per verificare quanto quelle sfide siano tuttora attuali. La forza che emana dai sei volumus chiama la Chiesa di oggi a riscoprire l’eredità di quel brevissimo pontificato. Per quanto i trentaquattro giorni di pontificato sembrino irrilevanti, schiacciati come sono tra due grandi pontificati, è proprio la distanza tra Paolo VI e Giovanni Paolo II che obbliga a tornare su quel brevissimo pontificato.
Esistono tornanti della storia che vedono una concentrazione di eventi in grado di incidere profondamente sul suo corso. Il 1978 – l’anno dei tre papi e perciò di due conclavi – è uno di quei tornanti: sondare quel pontificato come un passaggio decisivo per l’esercizio del ministero petrino, con riflessi enormi sulla vita della Chiesa, aiuta non solo a ricostruire il profilo di Giovanni Paolo I, ma a comprendere le sfide con le quali la Chiesa era ed è chiamata a misurarsi.

Dario Vitali: Componente del Comitato scientifico della Fondazione Vaticana Giovanni Paolo I e docente all'Università Gregoriana

Fonte: Avvenire


«Ti è piaciuto questo articolo? Per non perderti i prossimi iscriviti alla newsletter»
stampa la pagina



Gli ultimi 20 articoli