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Vito Mancuso: «I consapevoli del tempo che non torna arrivano vivi alla morte»

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«Istruzioni per arrivare vivi alla morte». Sembra un paradosso, ma non è che una buona pratica di vita. Così la intende il teologo Vito Mancuso, che il 28 settembre sarà protagonista di Torino Spiritualità, l’edizione della storica rassegna organizzata dal Circolo dei Lettori.

Cosa intende per istruzioni?

«Consigli, suggerimenti, riflessioni per acquisire nella pratica della vita di tutti i giorni la consapevolezza che dobbiamo morire. Per non farci sorprendere, per non scappare, non fare finta che non ci sia questo ultimo giorno, vivere nella preziosità del tempo che passa e che non torna più» …

Qual è il primo consiglio?

«Custodire il tempo, non regalarlo a mercanti e ciarlatani, non farcelo mangiare, accarezzarlo mentre passa, nutrirlo. Essere e tempo, consapevoli della fugacità, il nostro essere è il tempo che passa. Dunque, come dico sempre a me stesso, ricordati che devi morire».

Prendiamo due morti esemplari: Socrate e Gesù. Entrambi consapevoli del fatto di dover morire.Vede delle somiglianze?

«Due situazioni molto diverse. Un conto è morire già vecchi, come Socrate, quasi ottantenne, circondato dai discepoli, avendo potuto abbracciare la moglie e i figli come si legge nel Fedone, bere con le proprie mani la cicuta, decidere di non scappare».

Avrebbe potuto farlo?

«Certo. Il ricco Critone aveva sondato la disponibilità del carceriere che avrebbe accettato volentieri del denaro per far fuggire il prigioniero. Anche la giunta democratica avrebbe volentieri lasciato scappare Socrate, in fondo non avendo piacere che morisse, volevano solo dargli una lezione per quella sua lingua un pò troppo libera. Ma lui rifiuta. Quella di Socrate è una morte consapevole e tutto sommato è una vittoria: muore da vincitore».

Anche quella di Gesù è una morte consapevole. Non muore anche lui da vincitore?

«Non direi, tutto il contrario, è una sconfitta. Nei vangeli di Marco e Matteo, è un uomo disperato che si rivolge al padre, Dio, e gli dice: perché mi hai abbandonato?».

Dunque non è anche lui consapevole di un destino che conosceva?

«Ma è ben diverso morire nella pienezza dell’età, a 33 anni, dopo aver subito, la straziante tortura della croce, abbandonato nudo ed umiliato in preda agli insetti. E qui si ferma la storia. La resurrezione, la vittoria sulla morte, è materia di fede».

Quali altre morti a suo giudizio sono esemplari?

«Quella del filosofo tedesco Immanuel Kant che quando capisce che deve morire, dice semplicemente: Das ist gut! Questo è buono. E poi quella del Buddha, anche lui come Socrate a ottant’anni. Una morte pacifica. Buddha chiama il cugino che lo ha accompagnato e gli affida le ultime parole: prendete sempre rifugio nell’isola del sé. Un’espressione molto bella che esprime la profonda consapevolezza, la luce di chi accetta il destino».

Però la morte è anche e spesso una tragedia.

«La morte dei giovani è inaccettabile e inspiegabile. Per questo è urgente regionale su queste cose, ha fatto bene Armando Bonaiuto a scegliere questo tema per Torino Spiritualità».

Le sembra che non si parli abbastanza di morte?

«Oggi c’è una rimozione totale. Nei secoli passati la morte era una presenza fin ossessiva, si andava ai funerali, si faceva il lutto, si portavano i bambini al cimitero. Adesso tutto questo è bandito. Tutto è fiction».


Intervista di Francesca Bolino per Repubblica mercoledì, 21 giugno 2023


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