L’amore per la Parola come ricerca dei punti di luce nella nebbia del mondo

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Interviste
A tu per tu con il cardinale Gianfranco Ravasi 
21 gennaio 2023 

Incontro il Cardinale Gianfranco Ravasi i primi giorni dell’anno con ancora addosso le sensazioni del funerale di Benedetto xvi, nella piazza di San Pietro quel 5 gennaio avvolta nella nebbia, e proprio la nebbia è l’immagine che ci accompagna lungo la nostra conversazione che parte dall’eredità del pontificato di Joseph Ratzinger con particolare riferimento al Cortile dei Gentili, il luogo del dialogo con i non credenti. Chiedo al Cardinale quali sono le difficoltà oggi per quel dialogo, visto che il confronto tra credenti e non credenti sembra superato da un’apatia generalizzata sul fenomeno religioso.

Il mondo più che “contro Dio” sembra abbia imparato a vivere “senza Dio”. Quale cortile per gli "indifferenti"? 

Questo è il nodo, la questione fondamentale che ho posto ancora di recente al Cortile dei Gentili (dato che il Cardinale Tolentino mi ha chiesto di continuare a collaborare ad esso): il problema fondamentale, oggi, è proprio questo dell’indifferenza. Si fa difficoltà a trovare interlocutori, sia nel campo del credente autentico, formato, che abbia una visione, sia dall’altra parte dell’ateo che neghi in modo coerente e cosciente, alla Nietzsche o alla Marx. L’atmosfera è quella di una sorta di nebbia (e qui si pongono tanti altri problemi, anche di tipo morale) per cui si fa fatica a cercare e a trovare; è come stare di fronte a un muro di gomma, ed è difficile con temi come quelli di Dio o dei valori, la trascendenza.. fare una provocazione che susciti una reazione. Di questo ho parlato tempo fa con Charles Taylor, il filosofo canadese grande studioso della secolarizzazione. Il problema adesso è quello di cercare di sollecitare alcune domande perché, credo, che la via principale sia quella della provocazione attraverso la domanda. Uno dei prossimi Cortili che faremo sarà a Milano e tratterà  il tema del silenzio, che sembra a prima vista un tema forse debole, relegato alla dimensione mistica e contemplativa, eppure si è rivelato un argomento capace di stimolare l’interesse  e le interrogazioni autentiche. Penso sia sempre importante avere la “strumentazione” giusta, che poi è ancora quella evangelica, perché i testi del Vangelo sono quelli che permettono di più la provocazione, un incisivo accesso all’altro, come una sorta di “rostro”. D’altra parte sono ancora persuaso che, come diceva Pascal, «l’uomo supera infinitamente l’uomo», per cui la domanda dimora sempre nel cuore dell’uomo. Mi viene in mente l’immagine di una poesia di Brecht: «Sono seduto ai bordi della strada, l’autista sta cambiando la ruota, io non so da dove vengo, né dove vado. E allora perché attendo con tanta impazienza il cambio della ruota?», che poi ricorda la domanda di Pavese: «Non ci è stato promesso nulla, allora perché attendiamo?». È qui che dobbiamo tornare, alla domanda, è qui che bisogna lavorare, anche a livello dell’evangelizzazione. La stessa catechesi conosce ormai da anni un forte calo di tensione, e allora forse si deve puntare su alcuni elementi che rimangono ancora fondamentali: il senso radicale dell’essere e dell’esistere.

Torniamo a parlare di quella “nebbia” che avvolge il mondo attraversato dall’indifferenza, e la discussione inevitabilmente slitta sulle questioni di tipo etico..

È necessario innanzitutto fare riferimento ad un problema previo, legato al tema della natura. Non esiste più un concetto di natura umana condiviso. Una volta era chiaro: agere sequitur esse, l’ontologia precede la deontologia, sappiamo come siamo, quindi agiamo di conseguenza. Lo stesso Kant che sposta l’accento sull’Io, sul soggettivo, parla sia della «legge morale dentro di me», sia del «cielo stellato sopra di me», cioè esistono due oggettività, quella interiore e quella esterna a me. Tutto questo oggi non c’è più, è per questo che io propongo di ritornare a una definizione dell’essere umano  partendo dal concetto di “relazione”. Come dice il filosofo francese J. L. Nancy: dall’Ego sum dobbiamo passare all’Ego cum. Quindi la relazione, che poi è una delle componenti fondamentali anche dell’essere umano nel mondo digitale. La comunicazione tra umani nella Rete è questione molto problematica, ricchissima da una parte, drammatica dall’altra. Penso sia urgente riconsiderare tutto il problema della relazione in questo nuovo contesto ribadendo ancora l’elemento capitale dell’amore e della relazione, perché bene o male gli uomini e le donne ancora si innamorano. Relazione che vuol dire anche “carne”, il cristianesimo è carnale, ma relazione vuol dire anche “rischio”, perché, la Rete lo dimostra, dove c’è relazione può esserci anche odio, violenza, pensiamo al fenomeno degli haters che popolano il web.

Lei è stato tra i primi ad entrare nella divulgazione popolare della Parola attraverso la televisione; che ricordo ha di quell’esperienza?

Fu una lunga esperienza, di 29 anni, all’interno di una televisione commerciale. Un noto critico televisivo osservò che l’importanza di quella trasmissione stava nel fatto che tendenzialmente non fosse “televisiva”, fosse cioè provocatoria in quanto fatta per lo più di parole; le immagini erano scarne, di contesto e proprio questa provocazione fu il segreto del suo successo. Fu come se avesse risvegliato una nostalgia della parola in un tempo  in cui l’immagine stava cominciando a trionfare.  Ma è anche il fatto che la parola che io presentavo fosse la parola biblica, una parola che dimostra la verità del significato etimologico di “parola”, che deriva da “parabola” e quindi come tale suppone la capacità di creare l’immagine. Da questo punto di vista si può dire che Gesù con le parabole faceva già della televisione perché faceva “vedere” i suoi racconti. Le parabole di Gesù sono come una specie di “sceneggiato” con tanto di colpi di scena, pensiamo al Buon Samaritano... La Bibbia tendenzialmente è un linguaggio simbolico e come tale narrativo.

Oggi la tv ha lasciato spazio alla Rete e ai social, e anche in questo caso Lei è stato tra i primi, ed è molto attivo su Twitter.  Non c’è però il rischio della semplificazione eccessiva anche per la Parola di Dio?

Il rischio esiste. I social senz’altro vivono sulla parola, però l’hanno in un certo senso tradita. C’era Octavio Paz, premio Nobel messicano, che diceva che un popolo comincia corrompersi quando si corrompe la sua grammatica; la corruzione della parola è il segno della crisi. Bisogna riconoscere che questa strada, rispetto quella principale del discorso articolato, è indubbiamente una perdita, però d’altra parte c’è anche pur sempre un valore positivo, che risiede nell’essenzialità: se riesci a dire con chiarezza e con poche parole, ma incisive e decisive, hai uno “strascico” maggiore nell’interno della memoria di chi ascolta. La mia esperienza su Twitter lo conferma. In questi ultimi tempi ho cambiato leggermente lo stile con cui mi muovo su Twitter, rendendolo appunto più interrogativo. Prima  postavo per lo più dichiarazioni o comunicazioni, ora pongo delle domande: ad esempio di recente ho raccontato qual è il mio “luogo dell’anima” quando di domenica cammino per Roma e ho indicato qualche luogo, ad esempio l’Estasi di S. Teresa del Bernini. E ho aggiunto la domanda: «Qual è il vostro luogo dell’anima?», e sono arrivate 1500 risposte. Ecco, la domanda apre alla relazione. Marshall McLuhan era convinto che la comunicazione moderna fosse estensione del corpo umano (si pensi al telefono o alla televisione). Adesso è cambiato tutto, l’atmosfera nella quale ci muoviamo, le relazione e il linguaggio non sono più quelli di prima, abbiamo una grande sfida: siamo immersi in un oceano, si potrebbe dire di nuovo in una nebbia, la nebbia della chiacchiere, nel quale dobbiamo cercare di navigare senza smarrirci, senza smarrire l’umano né la parola, la grammatica umana. Dobbiamo essere consapevoli che viviamo in questo ambiente, che siamo ininterrottamente avvolti da quest’atmosfera che non puoi non respirarla e non puoi neppure modificarla se non con una paziente opera all’interno di essa, facendo brillare il seme fecondo della parola vera.

Lasciamo quindi le chiacchiere e torniamo alle parole, come nasce la sua vocazione e quindi la sua dedizione alla Parola di Dio?

C’è un’esperienza proprio alla radice della mia vocazione, un piccolo evento che definirei primordiale, perché risaliamo addirittura a quando avevo quattro anni e mezzo, ed è un’esperienza di cui ho nitide nella memoria le immagini, sono quelle “immagini irrevocabili” di cui parlava Mario Luzi, irrevocabili per bellezza. Mi trovavo con una persona a cui sono stato molto legato, mio nonno materno, Giovanni, ed eravamo nel paesino di mia mamma, Santa Maria Hoè (in provincia di Lecco), dove stavamo d’estate durante la guerra. Mi ricordo che andavamo sempre insieme, verso pomeriggio sul tardi, su una collina dove lui si dedicava a coltivare la vigna e stavamo insieme. Lui ogni tanto parlava. Ebbene, ho in mente quella sera, il tramonto, la collina... davanti a noi una valle e nella valle ecco il passaggio del filo luminoso di un treno. Poi si era sentito il fischio del treno che aveva rotto il silenzio. Stavamo lì, insieme, e guardavamo la scena, le luci del treno nel crepuscolo e ascoltavamo quel suono. Quell’esperienza che mi aveva creato una sorta di turbamento mi aveva impressionato. L’ho elaborata negli anni a seguire e solo dopo ho capito che cos’era: la consapevolezza del limite. Sentita quella sera per la prima volta, era anche una sensazione triste, intrisa appunto del senso del limite. Un’esperienza, lacerante e malinconica proprio come il suono del treno nella notte, quella del limite delle cose. Da lì è cominciata probabilmente in me una ricerca permanente di un punto fermo, di qualcosa di stabile, l’idea della certezza, la scoperta quindi della verità che in me nacque un po’ così, da quell’esperienza molto semplice in realtà.

...forse per lei bambino, in quel momento al tramonto, il punto fermo era suo nonno...

E qui entra la persona, cioè la presenza. Questo è anche la base del Cristianesimo, che è presenza. Ed è interessante, io penso, perché la presenza del Cristo risorto, è una presenza assente, è un’assenza presente, perché se fosse una presenza presente sarebbe ovvia... Infatti mio nonno non mi ha detto niente in quel “momento”, e tutte quelle sensazioni erano una cosa mia, però c’era lui e io ricordo lui in quel momento.

Che effetti ha avuto quel momento rivelativo?

Questa spinta alla ricerca della verità, nata a quattro anni, mi fa pensare che proprio per questo dopo io ho amato tanto la letteratura greca (in verità pensavo di insegnare greco). Uno dei testi che cito spesso sul tema della verità è il Fedro di Platone, quando egli parla della famosa biga che corre nella pianura della verità: quella pianura, tutto quel mondo da scoprire.. per me ben presto è diventato il mondo dei libri. Ricordo che già alle medie son riuscito a leggere alcuni classici della letteratura perché c’era un editore, non so più qual era, che pubblicava le opere, ad esempio Delitto e castigo, eliminando tutte le parti di riflessione che erano le più importanti e tenendo solo il racconto. Già così la lettura era per me il modo di seguire quel desiderio di riuscire a trovare quel punto fermo. Per questo io ritengo che quel momento è stato decisivo, non solo per la mia vocazione, ma è stato decisivo anche per la fede e per la cultura, cioè cercare sempre, incuriosendosi, di vedere altri orizzonti, altre letture. Il tema della verità è diventato centrale sin da quell’evento dell’infanzia. La tradizione classica, penso a Platone, presenta la verità come qualcosa che ti precede e ti eccede. Qual è quindi il compito principale per la cultura greca? È la ricerca della verità. Nell’Apologia Socrate afferma che «una vita senza ricerca non merita di essere vissuta». Ed è proprio la ricerca la dimensione che si sta perdendo nei nostri giorni. Lei immagini un giovane che oggi fa una ricerca: clicca una parola tematica in un “motore di ricerca” e trova 20.000 possibilità. Ossia che il massimo dell’offerta di risposte è più importante della domanda. E alla fine si opta per ciò che è più semplice e immediato.

La sua ricerca si è poi sviluppata anche attraverso la sua vasta pubblicazione di saggi biblici. Tra i tanti libri dedicati alla Parola, qual è il suo “libro dell’anima”? Quello a cui si sente più affezionato?

Quelli con i quali sono più in sintonia, direi in simbiosi, sono i libri della letteratura sapienziale. Il punto di partenza sono i Salmi, perché è curiosa la loro presenza nella Bibbia, come osservava Bonhoeffer, che si domandava come mai c’era nella Parola di Dio un libro di preghiere che sono parole umane. E la risposta che dà e che diamo anche noi è che la Bibbia non è una collezione di teoremi teologici calati dall’alto, ma è un dialogo, una storia: Dio che si rivela ed entra in dialogo. E Bonhoeffer aggiungeva che i Salmi sono le parole, “ispirate”, che Dio si aspetterebbe di sentire da noi. E difatti quel libro, alla fine, è il ritratto della persona umana. Un libro che ha diversi generi letterari, ma essenzialmente due sono i fondamentali: la supplica e l’inno. L’uomo felice che canta e l’uomo disperato che piange e che si rivolge ad un Altro. I Salmi dunque come punto di partenza. Il secondo nodo capitale della mia ricerca biblica è stato il problema del male. E quindi il libro di Giobbe, che è stato anche il mio primo commento scientifico, scritto nel 1978.  Giobbe, il male e il dolore, è stato anche il tema della conversazione che abbiamo fatto, poche ore prima che diventasse Papa, con il Cardinale Bergoglio. Ci siamo trovati per caso, non avevamo avuto mai nessun contatto diretto in precedenza, da soli nella sala Ducale, prima di entrare nella Cappella Sistina, per l’ultimo scrutinio. Abbiamo cominciato a parlare ed egli mi ha detto: «Guardi, io la conosco bene da tanto tempo, anzi a lei io devo dei diritti d’autore, perché ho fatto un corso su Giobbe, dipendendo dal suo libro!». E così, parlando di questi temi, ci siamo attardati, tanto è verro che siamo stati richiamati perché eravamo ancora fuori dalla Sistina a parlare di Giobbe. Dopo i Salmi e Giobbe, c’è il Qohelet che, per me, è il ritratto dell’uomo contemporaneo, l’uomo in crisi. Crede in Dio ma è un Dio che «è nei cieli e tu sei sulla terra, perciò poche parole» (cap.5). È la crisi della sapienza: l’uomo sperimenta che tutte le risposte, ottimistiche, non sono sufficienti. E allora cerca il piacere, dice anche di godersi la vita sette volte. Ma permane sempre la “vanità”, il vuoto. È una figura molto simile all’anguilla, anche se era Giobbe quello paragonato da San Girolamo all’anguilla. E aveva ragione perché, più lo “premi” più ti sfugge di mano. Sono convinto, infatti, che il tema di Giobbe non sia il problema del male o del dolore ma la questione di Dio che scaturisce proprio dal mistero del male. E poi c’è il quarto libro in qualche modo agli antipodi di Giobbe e di Qohelet, non più il male bensì l’Amore: il Cantico dei Cantici. A questo breve testo ho dedicato il mio commento a me più caro dal punto di vista scientifico. Perché amo la poesia e l’ho ritrovata sia in Giobbe sia nel Cantico. È un libretto soltanto di 1250 parole in ebraico per il quale ho scritto un commento di quasi mille pagine. È il poema dell’amore che, in controluce, si rivela già evangelico superando il comandamento di amare il prossimo e raggiungendo il vertice espresso da Cristo quando dice «Non c’è amore più grande che dare la vita per l’altro». Infatti la donna canta la donazione reciproca totale: «Il mio amato è mio e io sono sua» (2,16).

E allora, se dovesse citare un testo del Nuovo Testamento quale sceglierebbe?

Per il Nuovo Testamento direi due testi in particolare: il Vangelo di Luca e l’Apocalisse. Per il primo i motivi sarebbero tanti ma soprattutto perché entra in gioco un elemento per me importante: l’estetica. Dire Dio in modo bello. Lodo e ammiro il Vangelo di Marco, però le parabole esclusive di Luca sono le più emozionanti. Questa dimensione estetica vorrei entrasse di più anche nella Chiesa, perché spesso abbiamo il trionfo del cattivo gusto, purtroppo.

Il secondo, l’Apocalisse, è un testo un po’ più problematico soprattutto a livello dell’opinione pubblica. Lo prediligo in fondo per lo stesso motivo, la dimensione estetica. Questo testo, con il suo straordinario simbolismo, si rivela come una palinodia per soli coro e orchestra. E qui entra la musica, altra mia grande passione. E poi lo amo per il suo significato, perché non è un libro di sciagure. È vero che per 20 capitoli mostra tutto il male presente nella storia umana (ma il suo è realismo: è stato scritto nel periodo delle persecuzioni), ma in uno sfondo di speranza perché non è la rappresentazione della fine del mondo, ma del suo fine, come attestano i capitoli finali gloriosi della Gerusalemme nuova (cc. 21-22)

Siamo in una fase di cambiamenti — anche antropologici — radicali e soprattutto molto rapidi.  Se l’uomo cambia, come cambia la cultura, cos’è cultura oggi? 

Questo è il problema di base, la questione preliminare. Da tempo ormai sono in crisi soprattutto due capitoli fondamentali della cultura: l’antropologia (la natura umana) e il linguaggio. La parola “cultura” è recente, essendo nata nel Settecento in Germania: Kultur. In latino infatti non esiste, c’è invece una parola molto più significativa, humanitas, mentre in greco è paideia che esprimono due concetti molto più ampi di Kultur, che si riferiva al “piano alto del cervello”, all’aristocrazia intellettuale, alla razionalità alta. Coinvolta era invece tutta la persona e la sua formazione, ed è per questo che oggi il concetto di cultura è antropologico generale.

Il depauperamento culturale a cui assistiamo, in tv, nella rete, nei social ma anche nella scuola, sembra dirci che la cultura non sia più uno strumento di riscatto, di valorizzazione sociale,  ma quasi un disvalore, cosa fare per invertire la tendenza?

Penso che il problema debba essere affrontato da tutte le “agenzie”: dalla Chiesa, dalla famiglia, dalla scuola. Lo diceva bene a suo modo Steve Jobs nella famosa lezione di Harvard: non è sufficiente la sola tecnologia, è necessario un connubio tra la tecnologia e l’umanesimo. Jobs aveva in mente proprio Leonardo da Vinci, l’ingegnere rinascimentale che dipingeva e poi faceva calcoli di idraulica straordinari. E concludeva: «È quel connubio che fa sgorgare, sbocciare, un canto del cuore». In fondo stava dicendo ai ragazzi: non serve solo la cultura, la Kultur, ma l’humanitas. Forse è per questo che i ragazzi a scuola sono sempre più svogliati, annoiati, con lo sguardo di chi sta vivendo un’esperienza che per loro e per la loro vita è priva di senso. Pensiamo ad esempio a Dante: tutto dipende da “come” lo si insegna. Se lo si insegna solo tecnicamente, filologicamente, inevitabilmente può essere noioso, ma se si riesce a farne vibrare tutta la vitalità, come si fa a non innamorarsene?

Un’evidenza di questo depauperamento è il ricorso costante alla polarizzazione, che è ormai la cifra dei nostri tempi. Una volta era caratteristica del tifo sportivo, ora è una costante della politica, del sociale, ed è entrata prepotentemente anche nel dibattito ecclesiale. E gli effetti sono devastanti.  Come porvi un argine?

Qui rientra sempre la categoria della relazione, che deve essere ricostruita. In questo momento storico la società è attraversata da questo fenomeno della polarizzazione e tutto diventa un “duello” che è sempre una scorciatoia, la via più facile, e in un duello vince chi ha la spada più lunga, l’arma più forte. Al contrario bisognerebbe che le agenzie educative, la cultura avessero come compito quello di creare le condizioni per il “duetto. In Musica esso può svolgersi tra un basso e un soprano, che sono le voci agli antipodi. Eppure, per realizzare il duetto, non è richiesto che il soprano debba calare di un’ottava o che il basso debba cantare in falsetto; l’identità deve rimanere. L’armonia è senz’altro più difficile. Pensiamo al dialogo interreligioso dove è necessario riuscire a dialogare mantenendo ciascuno la propria identità. Non a caso il Papa afferma che lo scopo non è quello del proselitismo ma di riuscire a creare l’armonia in cui si coniugano, nella diversità, le diverse identità. Tutto questo però esige molta più fatica. È molto più facile il duello, anche nel campo ecclesiastico.

Collegato a questo fenomeno della polarizzazione c’è un altro problema oggi molto forte nella società: la solitudine.

È il grande problema di oggi legato anch’esso al tema della relazione, e all’eccesso di relazioni false. In questo la rete non aiuta: tanti contatti, ma poche relazioni e quindi molta solitudine. Se sto a parlare continuamente e solo con lo schermo si resta nel freddo dell’isolamento. Da questo nasce anche la paura. La solitudine è preziosa, perché è «dieta dell’anima», però può rivelarsi «il campo da gioco di Satana», diceva Vladimir Nabokov.

E ritorniamo a quell’evento primordiale con suo nonno Giovanni: Lei allora intuì (lo ha capito successivamente) la necessità di cercare un punto fermo, qualcosa di stabile... in tutti questi anni, lungo la parabola della sua esistenza, l’ha poi ritrovato?

Sì, e forse quello che ho scoperto, diventando più cosciente e un po’ più intelligente con il passare degli anni, è che la stabilità non è fissità, ma è l’inquietudine agostiniana; aveva ragione Julien Green: «Finché si è inquieti, si può stare tranquilli». Il massimo della fede non è quando hai certezze aritmetiche, anche razionali, ma soprattutto esperienziali ed esistenziali. La fede da questo punto di vista assomiglia a un’esperienza come quella d’amore. La grammatica del credere non è quella della pura logica formale, o della matematica. Non si sacrifica la vita per un teorema.

di ANDREA MONDA

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