Massimo Recalcati "Giornata contro la violenza: chi ha paura della libertà delle donne"

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La Repubblica, 24 novembre 2022 

A fondamento della violenza maschilista contro le donne si ritrova sempre una medesima aspirazione: strappare, straziare, ferire, rigettare, sopprimere la loro libertà. La giustificazione ideologica di questa tremenda intenzione ha come punto perno la rivendicazione di una superiorità ontologica e morale del maschio sulla femmina che troverebbe una sua codificazione ideologica nella lettura dogmatica (e distorta) del testo biblico. Superiorità ontologica: il corpo della donna proverrebbe da quello del maschio — dalla sua famigerata “costola” — dunque ne sarebbe espressione solo secondaria e fatalmente minorata. Superiorità morale: la femminilità troverebbe in Eva il suo simbolo malefico che incarnerebbe una tentazione peccaminosa in grado di sospingere l’umano verso la follia della trasgressione, verso una libertà senza giudizio che lo sprofonderebbe nella natura diabolica e perversa della sessualità. 
Nella storia secolare dell’Occidente questa superiorità ontologica e morale del maschio è stata veicolata da diversi dispositivi repressivi apertamente sessuofobici. Innanzitutto quello dell’esclusione della donna dalla vita della città: senza parola, senza lingua, senza nome, senza diritti. Ma più subdolamente e più capillarmente attraverso la via della maternità come emendazione della peccaminosità femminile. 
Strategia di purificazione della sensualità demoniaca di Eva attraverso la sua metamorfosi nel carattere immacolato della vergine Maria. 
L’Occidente patriarcale ha particolarmente insistito su questo punto: il destino ineludibile di una donna è quello della maternità. È, infatti, nell’identificazione della donna alla madre che esso ha inteso risolvere il temibile problema dell’eccedenza anarchica della libertà della donna. In questa prospettiva il materno si è configurato non solo come destino biologico necessario della donna — iscritto nella Legge della natura — ma come negazione della sua stessa esistenza. In molti uomini, ancora oggi, trasformare la donna nella madre dei propri figli è un modo per esercitare coscientemente o inconsciamente un dominio appropriativo sulla sua libertà. Con l’aggiunta inevitabile che in questo modo la donna che diviene tutta-madre scompare di fatto come donna (“autorizzando”, tra l’altro, l’uomo a ricercare in altre donne l’appagamento del proprio desiderio). 
Questo teorema patriarcale della maternità come emendazione della femminilità avalla, in realtà, la violenza dell’uomo sulla donna. Non a caso molti uomini esercitano la loro violenza quando incontrano il carattere irriducibile della libertà femminile. Accade, in particolare, quando finisce un legame di coppia. In quelle circostanze l’uomo abbandonato non intende riconoscere il diritto di scelta della donna. La violenza, sino all’estremo atroce del femminicidio, è allora un modo per provare a farsi nuovamente padrone della libertà della donna, di sottomettere in modo brutale l’indipendenza del suo desiderio, di togliere alla donna ogni diritto di parola e, dunque, di scelta. 
Non a caso, ne L’amica geniale di Elena Ferrante la violenza maschilista si trova rappresentata, in una delle sue scene più eloquenti, quando il fratello maggiore di un ragazzino che a scuola ha dovuto riconoscere la superiorità intellettuale di Lila nei suoi confronti, intende ristabilire il primato dei maschi sulle femmine cercando di trafiggerle letteralmente la lingua con uno spillo. 
È questo il sadismo che caratterizza, anche dal punto di vista clinico, la violenza maschilista: impadronirsi della libertà della vittima rendendola un oggetto inerme. Nondimeno, il paradosso che si è storicamente determinato consiste nel fatto che tanto più l’uomo si cimenta in questa impresa di assoggettamento sadico della libertà della donna, quanto più è costretto a verificare il destino fallimentare di questo progetto, ovvero a riconoscere il carattere indomabile della libertà della donna. 
È quello che sta accadendo oggi nelle strade dell’Iran. La repressione delle donne promossa dal regime patriarcale-religioso degli ayatollah si è da sempre esercitata sul presupposto della minorità ontologica e morale della donna. Non a caso esso affida ad una vera e propria polizia morale di tipo medioevale la sorveglianza del corpo delle donne. 
Non è qui solo la sessualità a dover essere occultata dal velo della repressione, ma è la libertà stessa — della quale la sessualità è una espressione fondamentale — ad essere costantemente perseguitata. 
È questa la radice ultima della violenza maschilista sulle donne: la libertà irriducibile della donna terrorizza il potere del patriarcato religioso che la deve a tutti i costi domare, disciplinare, estirpare come fosse una cancrena.

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