Rosanna Virgili "Le amare e dure rughe di violenza d'una terra buona e promettente"

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Avvenire giovedì 11 agosto 2022


Preoccupa la regressione culturale, l’ignoranza della storia. Una sciagurata smemoratezza di quell'humus di umanità e civiltà che questa regione (le Marche) ha veicolato per secoli


Ricordo di un compito che ci aveva dato il parroco a dottrina: scrivete le vostre riflessioni sulla parabola della casa sulla roccia. Ero in cucina e il fuoco ardeva con i suoi stupendi scricchiolii di legna secca e pregiata di quercia, mentre mia madre si muoveva come una piuma dietro le sue faccende, di stanza in stanza. Fuori c’era la neve e sarebbe durata a lungo, perché noi abitavamo sotto i Sibillini. La roccia, pensai, era quella casa, quella famiglia, quelle colline dolci, la parola di mio padre che sempre ci esortava dicendoci di non aver paura. E poi quel piatto da portata di fettuccine al sugo sempre abbondante e pronto a offrirsi a chiunque passasse, per caso o meno, all’ora di pranzo. Una volta suonò il campanello , era un ragazzo dalla pelle scura. E mamma venne a dirci che qualcuno di noi doveva intrattenerlo, vedere un po’ cosa volesse, quale storia, quali bisogni avesse da condividere. Fu così che Obi restò con noi fino a sera e sapemmo tutto di lui, dei suoi fratelli dispersi in Europa a cercare lavoro o a studiare, e dei suoi sogni già fuori dal cassetto.

La nostra era una terra mite, buona, riservata, simile a quell’isola di Malta di cui parla Luca, nel Nuovo Testamento, dove la gente si dimostrava «di rara umanità» (At 28,2). Del resto era stata, sin dall’alto Medioevo, una delle officine più importanti della civiltà europea con i suoi monasteri e le sue abbazie benedettine dove si svolgeva l’opus di integrazione sociale e culturale tra i popoli che migravano dalle regioni del Nord e quelli che avevano illuminato il mondo dal Sud, con la cultura classica greco romana, più estesamente mediterranea e, in specie, biblica. Il rapporto tra i 'barbari' e gli 'etiopi' era matrice della sua storia, memoria antica e feconda delle comunità marchigiane tanto da indurre Federico II, stupor mundi, padre di quella scuola siciliana che fu una culla della lingua italiana, a chiamare una di esse – Jesi – «la mia Betlemme». La nostra scuola elementare era fatta da nobili maestre che ci insegnavano l’analisi logica e ci davano i rudimenti del latino già in terza elementare. Il predicato verbale e nominale, il soggetto, il complemento oggetto e gli altri complementi. Non solo la grammatica, ma già i primi elementi della sintassi – proposizione principale e subordinata – arrivavano verso la fine di quello stesso anno, per formare prima possibile le nostre menti all’armonia con cui leggere e muoverci nel mondo, perché niente e nessuno ne restasse escluso. Poiché il mondo sarebbe stato, appunto, un kòsmos, un gioiello bello in quanto scrigno di pietre diverse, composte tra di loro. Che proprio noi bambini – donne e uomini del futuro – avremmo dovuto rendere tale. Ricordo come alle lezioni di storia e geografia – che disponevano di un degno spazio orario – si affrontavano i temi della guerra, della fame e della peste che sempre avevano assillato l’Europa, con l’intenzione non solo di procurare una conoscenza astratta e intellettuale ma di formare una coscienza responsabile, pronta a impegnarsi perché quelle guerre e quelle altre piaghe non ci fossero mai più. Alla domanda se la fine di tutte le guerre fosse un’utopia, uno studente di quinta elementare rispose: «Sì, perché l’utopia non è il luogo dell’irraggiungibile ma il luogo del non ancora raggiunto».

C'era entusiasmo a diventare grandi, a diventare attori della storia, a essere «costruttori di pace», perché chi ci formava – dai genitori, alla scuola, ai grandi personaggi ideali della scena mondiale – come Gandhi, Dorothy Day, Luther King, Capitini – e della Chiesa, specialmente nei suoi testimoni più leali e colmi, a loro volta, di vero 'amor politico', come don Lorenzo Milani, Arturo Paoli, Giorgio La Pira, Carlo Carretto, Carlo Maria Martini – e tanti altri – dai quali imparavamo che la pace si costruisce con le arti della pace. E non con la guerra e non con la corsa agli armamenti, non col razzismo e non con l’egoismo e con gli schieramenti contrapposti. E non con l’ignoranza madre feconda di tutte le violenze. Le Marche erano davvero una terra promettente dove non mancavano straordinarie esperienze profetiche che avrebbero ispirato le politiche inclusive come la Comunità di Capodarco, solo per fare un esempio. Negli anni Settanta e Ottanta godettero, non per nulla, anche di un boom economico straordinario.

Ma ora che succede? Ci fa inorridire la recentissima notizia di un tunisino accoltellato sul lungomare di Civitanova Marche. Aveva solo trent’anni. Qualche anno fa, nel 2018, c’è stato quel- l’orribile delitto a spese di una povera ragazza di Roma, soggetta a dipendenza che stava cercando di ritrovare un futuro, che venne fatta a pezzi e lasciata, dentro due valigie, vicino a un cassonetto nell’hinterland maceratese. A noi marchigiani sembrava un incubo fatto dopo aver visto l’ultima puntata di un serie horror. A qualche lettore della Bibbia sarà venuta in mente la moglie del levita anch’essa fatta a pezzi – in dodici pezzi! – a vergogna delle tribù di Israele, che vennero chiamate, tutte, a riflettere su « una cosa simile che non è mai accaduta e non si è mai vista » (Gdc 19,30).

Poco dopo, sempre nel 2018, abbiamo avuto l’inquietante gesto di Luca Traini – stavolta un oriundo, un marchigiano di Tolentino – che spara e ferisce sei persone, tutti immigrati di origine sub-sahariana davanti alla Stazione di Macerata. E adesso, pochi giorni fa, un uomo bianco che lavora in città, che uccide, soffocandolo, un ambulante nero e disarmato su un marciapiede di Civitanova dinanzi all’impotenza (?) dei passanti, dentro le immagini dei loro cellulari, unici strumenti 'attivi' mentre si consumava un omicidio frutto di follia e di indifferenza. Come non ricordare l’I can’t breathe («Non riesco a respirare») di Eric Garner? Civitanova Marche come il distretto di Staten Island di New York? Ma ci sono state altre cose non paragonabili, certo, per gravità, poiché consumate soltanto su un piano verbale e di comunicazione le quali, non sono, tuttavia, da far passare inosservate. C’è stato un fatto che ha interessato una scrittrice e teologa di Ancona, nata in Italia da genitori siriani e collaboratrice di 'Avvenire', Asmae Dachan. Una donna colta, dal pensiero critico e dialogante, appassionata, una intellettuale spesso invitata nelle aule dell’Istituto teologico di Ancona a tavole rotonde, il cui eloquio e la cui prosa in lingua italiana farebbero invidia a qualsiasi oriundo di sette generazioni. Tanto da farle meritare, il 27 dicembre del 2018, l’onorificenza di Cavaliere al merito della Repubblica per la sua attività di giornalista. In quella felice occasione, però, nonostante che le Associazioni della sua categoria la definissero «convinta costruttrice di ponti fra culture, voce di una corretta informazione su scenari internazionali » e «costantemente impegnata per la pace, l’integrazione e il dialogo interreligioso contro il fanatismo fondamentalista », ci fu un’altra donna, italiana anche lei, che si occupa da decenni di politica, che definendo tale riconoscimento un «clamoroso atto di sottomissione all’islam radicale» ardì di chiedere al Capo dello Stato la sospensione dell’onorificenza. Un intervento che scatenò una valanga d’odio verso Asmae Dachan mettendo a rischio persino la tranquillità della sua famiglia.

Questo e molti altri sono segni davvero tristi di una regressione culturale, di un insorgente analfabetismo politico, dell’ignoranza della storia e della geografia, di una sciagurata smemoratezza di quell’humus di umanità e civiltà che le Marche hanno veicolato per secoli. Ma c’è, forse, un tarlo ancor più pericoloso che rode, oggi, anche la terra marchigiana: l’indifferenza, lo stare a guardare. Che è ciò che ha colpito di più la pubblica opinione, sentendo la cronaca dell’inumano delitto di Civitanova. Ha detto molto bene don Luigi Ciotti: «Il male non è solo di chi lo commette, ma anche di chi guarda e lascia fare oppure volge lo sguardo altrove».

Vorrei che risuonassero ancora, magiche e pungenti, per noi italiani tutti, e non soltanto per i marchigiani, i versi di Leopardi quando, rivolgendosi alla luna, le domandava, con meraviglia: «Che fai tu luna in ciel? Dimmi, che fai, silenziosa luna? (…) Ancor non prendi a schivo, ancor sei vaga di mirar queste valli?». Visto che la luna non prende ancora «a schivo» le nostre valli, facciamo in modo che non sia costretta a farlo per il futuro prossimo.

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