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Addio a Sassoli. I figli di David e i loro fratelli. Un'altra Europa c'è e si prepara

martedì 18 gennaio 2022

La voce commossa ma gli occhi stabili e le parole vere, pulite, senz’ombra di retorica. Giulio e Livia Sassoli, oltre a far onore, coi loro stessi nomi, all’aurea età latina della nostra civiltà, hanno informato della grande dignità dei giovani, venti e trentenni, che sta animando e già costruendo la novella Europa.

Pochi di noi 'genitori' se n’erano, forse, accorti, prima di venerdì scorso. Ci siamo stracciati a lungo le vesti per la perdita della sensibilità politica dei giovani, per il loro rifugiarsi nel privato, per l’infantilismo di non saper fare delle scelte, di restare come bamboccioni tra le cure dei nonni fino a tarda età.

Pensavamo che i figli avessero spezzato la memoria, gettato via l’eredità morale, spirituale e politica migliore dei decenni passati, quella dei grandi padri e madri della libertà, della democrazia, della resistenza e della Costituzione, di tutti quei profeti di giustizia, i costruttori di pace, gli splendidi testimoni di quell’«amore politico» e quell’«amicizia sociale» che sono doviziosamente fioriti nella nostra realtà civile ed ecclesiale. Che hanno dato una primavera all’Europa facendola rinascere, dopo le guerre novecentesche, e anche alla Chiesa che si vestiva di un abito nuovo in seguito al Concilio. Ci sembrava che i figli fossero privi di una statura etica, di un’autentica cultura politica, dunque incapaci o violenti o tutti pronti ad aderire ai progetti più assurdi della Cancel Culture.

I figli di Sassoli ci hanno dipinto un quadro ben diverso dei giovani europei: «Ci lasci una famiglia allargata di parenti, collaboratori, avversari e amici » ha detto Giulio di suo padre; «Ci hai insegnato a costruire una nuova solidarietà, a sperare. Perché la speranza siamo noi, se non alziamo muri e non ci voltiamo davanti alla povertà e alle diseguaglianze», ha fatto eco agli insegnamenti di David Maria, sua figlia Livia.

Persino le analisi – talvolta apocalittiche – della psicologia sono state sfidate; questi figli non soffrono né del complesso di Edipo – di cui pativano i loro nonni – né di quello di Telemaco di cui hanno sofferto già i loro padri. Mentre, in certe realtà, ci sono, infatti, ancora padri-padroni, attaccati alla propria eterna presenzialità, ostili a far spazio al tempo dei figli, alla loro intelligenza e bellezza, e mentre ci sono figli che restano, pertanto, eterni adolescenti, quelli che abbiamo ascoltato ieri sono, invece, figli adulti che si pongono con affetto dentro un dialogo maturo con i loro padri. E ancora: mentre ci sono, è vero, uomini e mariti che 'scappano di casa' e pure dalle responsabilità della paternità, così come ci sono tanti figli che restano come bambini, insicuri, alla perenne ricerca – al pari di Telemaco, appunto – di una solidità che solo un padre potrebbe loro conferire, ecco che ci troviamo dinanzi a dei figli 'grandi', capaci di essere grati ed eredi fecondi di chi li ha generati nel corpo e specialmente, nell’anima, nell’umanità e nella tensione spirituale, sociale e politica.

Son figli cresciuti nell’arte della condivisione, ricordata, con solennità, dalla madre Alessandra. «Ti abbiamo sempre diviso e condiviso con altri, tra famiglia e lavoro, famiglia e politica, famiglia e passioni – ha detto la signora Filippini, riferendosi a suo marito – , ma dividerti e condividerti con altri ha prodotto quella cosa immensa cui stiamo assistendo, nel coro unanime di riconoscimenti…».

Ed ecco il primo pilastro di un’autentica paternità: la testimonianza che la vita, il tempo, i talenti, l’amore, la passione: tutto va condiviso, nulla deve restare nel chiuso di un privato viziato come dentro una serra d’egoismo e d’ignoranza. Se è vero, pertanto, quello che dice il Papa che «padri si diventa», David Sassoli è diventato tale nella testimonianza della sua famiglia. Sentire Giulio salutarlo dicendogli: «Buona strada papà, e mi raccomando giudizio!» non solo è toccante per tutti – e specialmente per gli attuali padri – ma rivela una nuova stella nel cielo e sul firmamento della bandiera d’Europa, un segno che garantisce un futuro bello e certamente migliore: quello che verrà dai nostri figli.

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