La Chiesa italiana dorme e non comunica più

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La Chiesa italiana non vuole svegliarsi, non vuole crescere e non vuole parlare con gli adulti. Come Peter Pan.
E’ la tesi che don Armando Matteo, sottosegretario alla Congregazione per la dottrina della fede, sviluppa nel suo recente libro.
Stimolante. Intervista di Daniele Rocchetti con l’Autore

Il suo precedente libro (“Pastorale 4.0. Eclissi dell’adulto e trasmissione della fede alle nuove generazioni”, Ancora 2020) è stato mandato dal cardinal Bassetti, presidente della CEI, a tutti i vescovi italiani. Ora don Armando Matteo, da poco nominato sottosegretario alla Congregazione per la dottrina della fede, ha dato alle stampe un nuovo testo (“Convertire Peter Pan. Il destino della fede nella società dell’eterna giovinezza”, Ancora 2021), da leggere assolutamente.

Perché don Armando ha il pregio, non comune tra i teologi italiani, di mettere a fuoco le questioni scomode, a volte sgradevoli, che non si vorrebbero affrontare e di abbozzare non tanto e non solo risposte ma soprattutto un cambio di sguardo e di prospettiva. Don Armando, già assistente nazionale della FUCI, ha il coraggio di indicare una conversione radicale della mentalità pastorale e di delinearne i contenuti. Non bastano più rattoppi, servono scelte non più procrastinabili. La crisi, contrariamente a quanto molti ancora pensano, non è passeggera. Sta franando un mondo e la Chiesa è destinata a mutare il suo volto. Dopo la fine della societas christiana, una chiesa di minoranza. Ma non una chiesa di minorati. Credenti che stanno “dentro”, da adulti, nella complessità del presente. E ci stanno “rivestiti a festa”. Per salvare la profezia del Vangelo e custodire l’umanità.

Don Armando, partiamo dal titolo del libro: perché “convertire Peter Pan”? Tu scrivi di ritenerla un’assoluta necessità  altrimenti c’è il rischio che “Peter Pan converta noi credenti”..

“Peter Pan” è, a mio avviso, la cifra perfetta di quella rivoluzione straordinaria capitata all’universo degli adulti e delle adulte dell’Occidente. Nel giro di pochi anni, essi hanno sperimentato la possibilità di un’esistenza più lunga, meno frustrante, meno soggetta al lavoro faticoso, con maggiori confort, cibo, salute, occasioni di divertimento e di viaggi. E ancora con tantissime potenzialità e libertà che i nostri avi neppure potevano lontanamente sospettare. Nello stesso tempo questa nuova condizione li ha portati a reinterpretare il senso dell’umano sul metro della giovinezza.

Essi, infatti, credono ad una sola cosa e cioè che, fuori dalla giovinezza, non c’è salvezza per l’umano. In questo modo, tuttavia, mandando alla malora il tratto generativo e generazionale proprio della specie. Per questo, alla fine dei conti, noi adulti siamo sempre di più autoreferenziali e intransitivi. Ed il punto è che oggi Peter Pan – noi adulti, in soldoni – non solo non vuole più crescere, ma di fatto non fa più crescere nessuno.

Con incredibile precisione evita di assumere la pur minima postura adulta, quella che servirebbe ai nostri cuccioli per crescere. La Chiesa non può stare a guardare un tale “disastro”. E per intervenire deve accettare che Peter Pan ha messo radicalmente in crisi il suo sistema di trasmissione della fede e il suo modello di annuncio del Vangelo. E deve fare presto. Cambiando tutto quello che è necessario cambiare per provare a “convertire Peter Pan”. Il rischio, infatti, è che, prendendo e perdendo ancora tempo, Peter Pan convinca gli uomini e le donne di Chiesa che è “il fare come si è sempre fatto” l’elisir della eterna giovinezza della fede!

Ancora una volta insisti sulla mancanza dell’adulto. Perché nella Chiesa abbiamo così poca coscienza di questo fatto oggettivamente inconfutabile?

La prima ragione è che gli adulti siamo tantissimi. Il nostro Paese soffre di ciò che si chiama “degiovanimento”. Negli anni Cinquanta del secolo scorso, ogni genitore aveva più figli, al presente ogni figlio ha più genitori! Ed è sempre difficile cogliere i cambiamenti che avvengono sulla propria pelle, ancora di più quando la stragrande maggioranza della popolazione vive tali cambiamenti. Questo vale anche per quegli adulti che presiedono alla vita della Chiesa. Peter Pan non è fuori di noi. È dentro di noi. La seconda è più importante ragione è che il sistema economico che ci governa fa di tutto per difendere l’innocenza di Peter Pan.

Che male c’è, per gli adulti, a volersi vestire, pensare, vivere, sognare, impegnarsi da giovane? Che male c’è se pesi 70 kili e vuoi metterti comunque i leggings? E se fai vedere i calzini o le caviglie e hai già 60 anni suonati? Peter Pan è la leva dell’economia oggi: i suoi affetti e i suoi affari vanno a braccetto. Pensiamo a quanto denaro, quanti interessi, quanta passione circola per quei tipi che in pantaloncini danno calci ad una palla di cuoio, ormai ogni giorno della settimana!

Non mi pare sia roba degna di una specie che si chiamò sapiens sapiens, non almeno ai livelli raggiunti oggi. In più sono decenni che la Chiesa continua a pensare e ad occuparsi del mondo dei giovani e dei ragazzi senza tenere conto del fatto che vivono a strettissimo contatto con un mondo adulto. Ora questo mondo adulto andrebbe pure conosciuto perché di fatto condiziona il destino buono delle nuove generazioni (possibilità di credere in Gesù, inclusa). Brevemente, non esiste un’attitudine ecclesiale di pensare il mondo degli adulti. Mettiamoci la rapidità della svolta del postmoderno e la frittata è fatta. Quando gli uomini di Chiesa parlano del mondo sembra che stiano raccontando qualcosa del giurassico.

Ti soffermi sulla provocazione (e la realtà) del segno delle chiese ancora semivuote. In che modo rischiano di essere parabola del cristianesimo prossimo?

Le chiese semivuote erano in realtà semivuote anche prima della pandemia da covid-19 che ci ha colpito. Noi le vedevamo piene, ma erano piene sostanzialmente di anziani e di piccoli. Allora non riuscivamo a vedere gli adulti e le adulte che già mancavano. Ed in verità è questo il vero vuoto del cristianesimo oggi. Ci manca una parola per gli adulti, una prassi di dialogo con gli adulti, un modo di essere e di parlare da credenti in grado di intercettare il cuore degli adulti. Il quale nel frattempo è sempre più ad immagine e somiglianza di Peter Pan.

Paradossalmente, poi, le chiese potrebbero restare ancora semivuote, anche quando (ed è cosa che non possiamo non sperare) quelli che ora non le frequentano (gli anziani e le anziane) per la paura del contagio o per aver assunto l’abitudine di seguire on line ed in tv le liturgie ritorneranno in presenza. Il seggio vacante dell’adulto di oggi non sarà colmato senza una vera e propria rivoluzione missionaria e pastorale da parte di noi credenti, di noi che ancora ci stiamo.

Tu rifiuti l’idea che esistano ancora – come sostiene Le Chevalier – “credenti non praticanti”. Perché?

Come provo a spiegare nel libro, penso che sia l’ora di storicizzare quella categoria. Essa era buona per indicare situazioni del passato che oggi si danno sempre più raramente. Mi riferisco a quelle situazioni di oggettiva conflittualità tra l’esistenza delle persone e l’appartenenza alla vita ecclesiale (la scelta del partito comunista, per esempio, una convivenza pubblica, un tradimento noto ed altro ancora). Coloro che si trovavano in queste situazioni erano portati a sentirsi quasi stigmatizzati dalla societas christiana e dunque a tenere per sé l’eventuale professione di fede cristiana. Mantenere in vita quella categoria è oggi più che pericoloso. Rappresenta l’alibi perfetto per ritardare la scelta della conversione missionaria e pastorale. Pensiamo a chi non pratica come ad uno che comunque crede: appunto ad un credente che semplicemente non pratica! Il trionfo di Peter Pan racconta di un’altra verità.

Dreher parlava di “opzione Benedetto”. Tu in modo suggestivo parli invece di “opzione Francesco”. Cosa intendi?

È tempo di mettere in pratica quello che da otto anni e mezzo ci raccomanda papa Francesco e che io ho riassunto con questa formula dell’“opzione Francesco”. Basta con ritirate sull’Aventino da cristiani depressi e risentiti. Basta con atteggiamenti gattopardeschi con piccole spulciatine alla siepe senza zappare a fondo il terreno del nostro giardino ecclesiale. Scegliamo Francesco! Per prima cosa, questo implica che dobbiamo accettare che il nostro non è un mondo che cambia, ma è un mondo che è già cambiato e che dunque siamo di fronte a rivoluzioni dell’umano che mettono in crisi gli assetti del passato e aprono a sfide inedite. Il postmoderno non è un raffreddore di mezza stagionale. In secondo luogo, dobbiamo accettare con serenità che non si dà più qualcosa come un “inconscio cristiano collettivo” al quale poter fare riferimento per il nostro annuncio del Vangelo.

La grammatica dell’umano che oggi vive è fortemente estranea (quando non addirittura contraria) alla grammatica di fondo del Vangelo. Ed è pure fortemente sostenuta dai processi economici che governano il mondo. Quei processi che dicono a Peter Pan che va tutto bene e che non c’è nessun male a non voler crescere e ad impedire di crescere ai suoi figli. Per questo, nel nostro impegno di evangelizzazione non siamo più avvantaggiati da nulla.

Si deve incominciare proprio dall’inizio: dal dire chi è Gesù e le ragioni per le quali proprio oggi è sommamente umano credere in lui. Dobbiamo andare da Peter Pan, fissarlo negli occhi e provare a svegliarlo. Da ultimo, dobbiamo cambiare l’attuale regime pastorale. Noi continuiamo a dare risposte a domande che nessuno ci pone più, perché nessuno si pone più. Insomma, noi continuiamo a porgere il buon cibo del Vangelo in un modo che non attrae più nessuno. E la situazione è tale che non possiamo rattoppare il regime pastorale ereditato. Va cambiato radicalmente, nella linea trasformazione delle parrocchie in luoghi in cui chiunque possa incontrarsi con Gesù e innamorarsi di lui.

Insisti sulla necessità di cambiare radicalmente la pastorale. Cosa e come immagini?

Quello che immagino e che mi auguro è che, grazie al nostro lavoro di invenzione pastorale, chiunque nel mondo possa sapere che le nostre parrocchie sono luoghi dove si incontra Gesù e si rischia di cambiare vita. Si rischia di lasciar andare Peter Pan per sempre. Oggi la gente neppure sa per cosa servono le parrocchie e i preti e i vescovi… In vista di questo lavoro di trasformazione della pastorale, ritengo che si dovranno ridurre il numero delle parrocchie, si dovranno ridurre il numero delle messe (la domenica in particolare).

Ancora: si dovrà “abolire” l’attuale sistema del catechismo, delle feste di prima comunione e di cresima, si dovrà insistere sulla conoscenza del Vangelo, sull’iniziazione del pregare, sulla pratica della carità. E tanto altro ancora come provo ad esemplificare nell’ultima parte del libro. Ma soprattutto ci tengo a dire che si dovrà lavorare per ridare al cristianesimo la sua nota specifica: la nota della gioia. Quella che nasce e rinasce ogni volta che ci si incontra con Gesù. Da tempo i ragazzi e i giovani, passandoci accanto e pur solo annusandoci, si chiedono se siamo cristiani perché depressi o se siamo depressi perché cristiani. Così non va! Cantiamo davvero canti nuovi al Signore! Rivestiamoci a festa, direbbe Bernanos!

Dare volto e forma ad un cristianesimo nuovo. Il cammino sinodale in che modo può aiutare a muoversi in questa direzione?

Ogni giorno prego per papa Francesco e per questo cammino sinodale della Chiesa italiana che mi ha dato la fede. Esso è una splendida occasione per fare tutto quello che in questi anni non abbiamo fatto, immaginando più o meno semicoscientemente che le cose sarebbero tornate come ai bei tempi passati. Ed è bello poter avviarci dentro questo cammino con le parole che papa Francesco ha usato nell’avviare il cammino triennale del prossimo Sinodo dei Vescovi, cui pure è intrecciato il nostro cammino sinodale.

Citando Congar, papa Francesco ci ha detto che dobbiamo cercare una Chiesa diversa, non un’altra Chiesa. E la diversità dovrebbe consistere proprio in questo: che, grazie al cammino sinodale, quella italiana possa essere una Chiesa capace di quello che oggi non le riesce più. E le non riesce più di fare nuovi cristiani e nuove cristiane. Questo è il volto del cristianesimo nuovo che ci serve. E’ il cristianesimo di uomini e donne talmente appassionati e innamorati di Gesù che sanno accendere nei cuccioli che vengono al mondo, oggi e domani, il fuoco della fede, il fuoco della speranza, il fuoco della carità.

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