Luigi Maria Epicoco: “Non riuscirei a pensare la mia vita senza il sacerdozio”

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Nato a Mesagne, un paese in provincia di Brindisi, Luigi Maria Epicoco conduce una vita tranquilla. Ma è proprio nell’ordinaria ed apparente semplicità della sua normale quotidianità, che il suo giovane cuore di fanciullo avverte un desiderio nuovo, il desiderio di Dio. Sfidando le resistenze di tutti, giovanissimo, Luigi Maria offre il suo “sì” al progetto di Dio, prima entrando in seminario, poi diventando sacerdote, ma in una terra lontana dal suo luogo di nascita. L’Aquila diventa il cuore pulsante del suo Ministero Sacerdotale, giovane sacerdote tra gli universitari. Ma il 6 aprile 2009, la normalità della sua vita viene sconvolta dal terribile terremoto, che distruggerà il capoluogo abruzzese. Paesi spazzati via, sogni infranti, vite umane spezzate. Soprattutto le vite dei molti ragazzi di cui don Luigi, amorevolmente, si prendeva cura. Ma don Luigi, un sopravvissuto a quella grande tragedia, decise di ripartire proprio da lì, da quelle macerie per ricostruire la sua vita. E, dalle lacrime di un dolore senza fine, accogliendo l’amicizia di un amico sacerdote, attraverso di lui, fare spazio all’amore salvifico del Signore. Alla tenerezza di Maria. Per fare nuova esperienza di sé stesso, quale figlio amato e “ri-nato”, proprio quando sembrava essere calata la notte. 

Il 12 agosto scorso, presso la Chiesa della Madonna della Libera in Aquino, don Luigi Maria ha fatto un dono grande alla Redazione dell’Oasi Mariana e a tutti i lettori: raccontarsi nella sua semplicità di uomo e sacerdote, nascondendo, però, nella semplicità, l’immensa profondità di parole che lasciano il segno e orientano il cuore di chi legge. 

Buongiorno don Luigi, a nome della Redazione “Oasi Betania” di don Alberto Mariani in Alvito, la ringraziamo per il tempo e la disponibilità di cui ci fa dono questa mattina. 

Grazie, grazie a voi dell’invito. 

Ascoltando i suoi interventi in TV o scorrendo il Web si evince come si conosca poco o nulla della sua storia personale e vocazionale. 

Beh, non si trovano molte notizie, perché non è importante, la mia persona non conta molto. Conta la Parola, conta il Vangelo, conta Gesù, anche se poi ognuno di noi, con la sua storia, in qualche maniera, diventa l’alfabeto attraverso cui Dio parla. 

Le andrebbe di raccontarsi e di raccontare ai nostri lettori chi era Luigi Maria da bambino giovane ragazzo? 

Io ho una vita molto normale, molto semplice. Vengo da una famiglia del Sud, del Salento. Da piccolo ho cominciato a frequentare la parrocchia, possiamo dire autonomamente, perché i miei genitori erano credenti ma non praticanti e io invece andavo in parrocchia, facevo il chierichetto, suonavo nel coro dei bambini. Tutto questo ha accompagnato un po’ la mia infanzia dove, attraverso alcune persone significative all’interno della mia parrocchia, a partire dal mio parroco, ho cominciato a respirare quel cristianesimo normale che, man mano, è cresciuto dentro di me come desiderio più profondo di prendere sul serio l’esperienza della fede, anche se ero giovanissimo. 

Ci dica della sua vocazione. Quando ha deciso di entrare in seminario e quali sono state le tappe del suo cammino? 

Ho chiesto di poter iniziare il cammino seminariale all’età di quindici anni e, anche se ho avuto un po’ di resistenze da parte del parroco e della mia famiglia, alla fine sono entrato in seminario ed è una cosa di cui benedico il Signore, perché vivere quel momento decisivo della mia vita - l’adolescenza - con un’esperienza forte, mi ha aiutato moltissimo ad avere delle cose che mi porto per il resto della vita come importanti, necessarie. Poi ho finito il seminario minore ad Ostuni, che è una città meravigliosa - io sono originario di Mesagne - ho fatto tre anni nel seminario di Molfetta e poi ho finito i miei studi a Roma, dove ho finito sia la Teologia al Laterano, che il corso di Filosofia all’Università Statale. 

Come e quando è arrivato all’Aquila? 

Nel frattempo, proprio in questo passaggio da Molfetta a Roma, ho cominciato a frequentare la diocesi di L’Aquila che, tra l’altro, era anche più vicina a Roma; poi, mio padre si è trasferito anche lui lì per lavoro. In fin dei conti, sono rimasto lì a L’Aquila e poi sono diventato sacerdote dell’Aquila, abbastanza giovane, perché a 23 anni ero diacono e appena ventiquattrenne sono stato ordinato sacerdote. 

C’è da immaginare che sia stato buttato subito nella mischia… 

In effetti, il sacerdozio l’ho imparato facendo il prete (sorride, n.d.r), non prima. Forse, oggi, con il senno di poi, c’è stata molta incoscienza, nel senso che mi accorgo sempre di più, andando avanti, di quanto sia grande la vocazione sacerdotale, di quanto io sia infinitamente piccolo e sproporzionato rispetto a questo. 

E poi? 

Poi ho lavorato sempre nell’ambito degli universitari, ho sempre seguito la pastorale universitaria fino a diventarne parroco ma, nel frattempo, ero stato parroco anche in qualche paese di montagna e, da lì in poi, la mia esperienza è diventata sempre un po’ più decisiva nell’ambito culturale, nell’evangelizzazione, complice anche il terremoto, che da quel momento in poi, mi ha rimesso in una dimensione completamente nuova, una nuova narrazione anche della mia vita e, forse, anche del cristianesimo. Questo è la mia semplice, normale e non eccezionale vita. 

Nei suoi ricordi, o comunque riguardando la sua storia, ha avuto segni inequivocabili e davvero molto forti di questa chiamata o il Signore ha usato altre strade per condurla su questa via? 

Ecco, quando pensiamo all’intervento del Signore dentro la nostra vita, desidereremmo sempre dei segni, così oggettivi da essere inoppugnabili, ma l’esperienza dello Spirito Santo è un’esperienza interiore soprattutto. Non è tanto legato ai segni esteriori; a volte siamo noi a leggere in maniera fatalista i segni esteriori, ma i segni esteriori sono significativi solo e soltanto se ci rimandano ad un’esperienza interiore. Io ricordo come un segno che per me è stato significativo della vocazione un crescente senso di gratitudine e di gioia, che doveva esprimersi in qualche modo. Era inevitabile per me non tenermi questa gratitudine e questa gioia dentro. Questa è stata la bussola che mi ha guidato un po’ nel mio percorso vocazionale. Poi, in fin dei conti, ognuno di noi, quando trova una vocazione, trova quell’ambito, quel particolare, quel dettaglio della propria vita, in cui sente che può esprimere al meglio la sua capacità di amare e di credere. 

E oggi come si vede? 

Oggi io non riuscirei a pensare la mia vita senza il sacerdozio. Se il sacerdozio, poi, fosse realmente quello che Dio aveva in mente per me, questo lo scoprirò quando Lo vedrò faccia a faccia, non saprei rispondere prima (sorride nuovamente, ndR). 

C’è un momento preciso in cui ha avuto davvero conoscenza e coscienza nel cuore di aver fatto un’esperienza concreta, vera, profonda di un incontro reale con il Signore? 

Più volte, in diverse stagioni della mia vita, ci sono stati dei momenti decisivi. Ricordo una vacanza-ritiro spirituale proprio prima di entrare in seminario. Eravamo a Foligno, nell’Abbazia di Sassovivo - purtroppo poi danneggiata dal terremoto - e mi inoltrai lì, nel bosco, da solo. C’è stato un momento in cui ho avuto proprio la percezione di Dio, vedevo il sole che entrava in mezzo agli alberi. Ho avvertito proprio in quel momento come un’esperienza - di un istante - dell’amore di Dio, che ha segnato un prima e dopo dentro la mia vita. 

Ce ne sono state altre di esperienze simili? 

Si, diverse altre volte, non tantissime ma, ad esempio, dopo il terremoto, dopo diversi mesi dalla tragedia del terremoto. Un’esperienza simile mi è accaduta a Međugorje. Nessuna apparizione, però anche questa è stata un’esperienza fortissima dell’amore di Dio, che ha segnato un prima e un dopo. Ecco, queste sono esperienze che non dipendono da noi, ossia dai nostri meriti o dalla nostra intelligenza. Sono doni che, ad un certo punto, il Signore dà per qualche motivo e noi possiamo soltanto assecondarli. 

Se dovesse raccontare in poche parole quell’esperienza a Međjugorie, come la potrebbe dire? 

Quello è stato il momento in cui, a Medjugorje per una serie fortuita di eventi - provvidenziali sarebbe il termine migliore - attraverso l’amicizia con un amico sacerdote, ho mollato gli ormeggi. Avevo accumulato forse troppo dolore, troppa sofferenza dentro di me e ho pianto profondamente. Ma questo pianto ha aperto la porta del cuore. Quindi, questo svuotamento della sofferenza, ha lasciato spazio all’amore di Dio, che poteva entrare in quel vuoto che si era creato dentro di me. Credo che questo sia un elemento comune a tutti coloro che elaborano il lutto, qualunque esso sia. Non è per forza la morte di qualcuno, ma un evento che non abbiamo digerito della vita. Ecco, quando molli la presa di quel dolore, di quella sofferenza, di quella rabbia, quando smetti di volerla trattenere e la lasci venir fuori, il cuore si libera. E, proprio in quello spazio, può entrare l’amore di Dio. 

In quell’occasione l’amicizia, concreta e reale di un amico, e l’amore del Signore l’hanno aiutata a superare un brutto momento e a dargli un senso? 

Sì, sì. I Padri della Chiesa dicono che ci sono dei pianti nella vita che sono le acque del Battesimo che sgorgano dai nostri occhi. Sono pianti di conversione. Io non sono uno molto emotivo; purtroppo, per educazione, sono abbastanza controllato e questo non aiuta molto nella vita spirituale. Però, ecco, quello è stato un momento in cui ho avvertito che quel pianto era davvero le acque del Battesimo per me. 

Ci ha spiegato come dal suo paese è arrivato all’Aquila e, nuovamente, torniamo alla sua esperienza lì. Lei, oltre ad essere un sacerdote, è uno scrittore, teologo, professore, da poco anche editorialista per l’Osservatore Romano e assistente ecclesiastico del Dicastero per la Comunicazione; svolge parte del suo ministero con i giovani universitari dell’Aquila. Com’è nata questa missione così particolare e speciale? 

Beh, diciamo, svolgevo, perché a settembre scorso ero parroco della Parrocchia Universitaria. Poi, sono diventato Preside dell’Istituto di “Scienze Religiose” e adesso sono stato trasferito a Roma e, quindi, con grande sofferenza, ho dovuto concludere, perlomeno ufficialmente, questo servizio in mezzo agli universitari, che è durato una fetta importante del mio sacerdozio... Tutto è nato semplicemente perché io ero il segretario del Vescovo. Il Vescovo aveva desiderio di far rinascere la FUCI (Federazione Universitaria Cattolici Italiani) e non c’era nessuno. Io cominciai con due ragazze, mie amiche lì all’Aquila, a rimettere in piedi quest’associazione cattolica. Poi, di lì a pochi mesi, i Padri Gesuiti che tenevano la Cappella Universitaria lasciarono la città; quindi, si creò una sorta di vuoto pastorale ed il Vescovo ebbe questa intuizione di fondare una parrocchia personale, dedicata specificamente agli universitari, e mi nominò parroco. Da lì in poi, tutto il mio ministero, le mie energie sono state impiegate a vivere a contatto e a servizio dei giovani universitari. 

E in questo cammino al loro fianco, anche lei giovane tra i giovani, cosa - a questo punto parliamo al passato - ha sentito di dare a questi ragazzi e cosa, invece, questi ragazzi le hanno restituito? 

Loro hanno patito la mia inesperienza. Patire l’inesperienza significa, come dicevo prima, che ho imparato a fare il prete facendo il prete. Allo stesso tempo, credo di aver davvero tirato fuori tante energie, che ho speso nei loro confronti ma, alla fine, posso dire - lo dico spesso - che se il mio sacerdozio funziona, è perché ho avuto la testimonianza di giovani laici, com’erano questi universitari, che mi hanno aiutato ad essere prete. Ecco, apparentemente, sembra che un sacerdote sia lui a dare qualcosa, ma c’è sempre una sorta di contraccambio, misterioso, come capita con i genitori. Sembra che siano loro ad accudire i figli ma, in fondo, i figli riempiono la vita dei genitori. Qualcosa del genere è successo anche a me.

Dunque, è stato importante questo contatto con loro per il suo cuore sia di uomo che di sacerdote! 

Assolutamente sì. Non credo di poter essere quello che sono ora, nel bene e nel male, se non attraverso il rapporto con loro. 

Chiaro. Concentriamoci, ora, sul suo ministero nell’evangelizzazione. Con il tempo, si è potuto constatare come i video con le sue meditazioni e catechesi ormai contino migliaia di visualizzazioni ed un elevato numero di commenti. Com’è nata l’idea di veicolare le sue riflessioni su un canale come quello di YouTube? 

Forse è deludente questa mia risposta ma, in realtà, non è nata con un intento di evangelizzazione, ma come necessità. Dopo il terremoto, io non sapevo più come fare per raggiungere i ragazzi e, quindi, mi convinsi ad aprire una pagina Facebook, un blog e poi un canale YouTube dove caricavo dei commenti al Vangelo. Ad un certo punto, questa roba è diventata molto più grande, anche di quanto io potessi pensare; è arrivata molto più lontano della mia immaginazione, tanto è vero che in questo momento non sono nemmeno più io a gestirla. Ci sono delle persone di buona volontà, altre che neanche conosco, che hanno la pazienza di mettere sui social le diverse conferenze e gli incontri che faccio in giro. Per me, questa esperienza social è fare il prete, innanzitutto, è annunciare il Vangelo ed è semplicemente un megafono. Non credo di avere nessuna competenza specifica, nessuna capacità specifica in questo senso, anche perché, in fin dei conti, la “viralità” di questi video viene dal passaparola. Ed è un passaparola che non nasce da - lo ripeto - una mia capacità, ma solo perché il Vangelo è bello. Quando tu annunci il Vangelo, è inevitabile che intercetta il cuore delle persone. Io, a volte, mi prendo molti “grazie”, ma io in realtà ripeto soltanto le cose del Vangelo. Niente è mio. 

Però, dai commenti degli utenti, si evince che l’ascolto delle sue parole, delle sue catechesi, si fa concretezza per la vita di molti. E molti, ritrovandosi nelle sue parole possono dire: “Ma è successa anche a me questa cosa!”. Pensa che anche questo può aver originato il diffondersi dei video, la conoscenza di quello che lei fa? 

Beh, forse, questo nasce dal fatto che, come accennavo prima, nella mia storia personale, non avendo alle spalle una famiglia di persone - diciamo così - particolarmente praticanti, ho dovuto “fare da me”. Ho dovuto essere molto concreto nell’apprendere il cristianesimo e, per la mia formazione, la mia lettura cristiana è esistenziale, cioè o parla alla vita o non mi interessa. Quindi, credo che, se qualcuno si ritrova in quello che dico, è perché si sente agganciato nelle cose della vita, non nelle idee. 

Sicuramente. E, appunto, parlando di piattaforme, web, social, spesso oggi molti sono demonizzati. Invece, secondo lei - forse ha un po’ già risposto - quanto possono essere importanti per diffondere il messaggio del Vangelo? E, un’altra cosa. Forse, questa è una domanda un po’ fantasiosa: se Gesù fosse vissuto oggi, secondo lei, avrebbe usato i social? 

Ha già risposto San Paolo a quest’ultima domanda, perché dice che dobbiamo imparare ad annunciare la Parola “in maniera opportuna e non opportuna”, quindi in tutte le salse. Credo che il cristianesimo non debba avere mai paura di ogni strumento che può espandere e far arrivare la Parola. I mezzi social non sono buoni-cattivi, sono neutri. Noi dobbiamo avere quest’atteggiamento nei loro confronti. Sono dei mezzi che si possono usare in maniera positiva e in maniera negativa. Pensare che i social sono il futuro dell’evangelizzazione è mettergli addosso un’etichetta di “messianismo” che, secondo me, può essere anche molto pericolosa perché, ad esempio, i social puntano su un rapporto virtuale e noi abbiamo bisogno anche di un rapporto reale. E anche il contrario: demonizzare, pensare che dobbiamo fare a meno di questi mezzi, perché c’è anche tanto male che passa attraverso i social. Sono neutri. Dipende dalla santità di chi li usa; tutto il cambiamento non è nella tecnica, ma nella nostra conversione. Quindi, dobbiamo rivolgerci a noi, non ai social, se vogliamo che i social siano quello che dovrebbero essere. 

Guardando nuovamente alla sua storia personale e vocazionale, c’è un personaggio biblico o del Vangelo in cui lei riesce ad identificarsi? 

Beh, diversi, in diverse stagioni della vita. Nell’Antico Testamento, certamente, mi sento molto Giuseppe, Giuseppe d’Egitto. Non so perché questa storia si aggancia molto alla mia esperienza. Mi sento molto capito da quella storia. Nel Nuovo Testamento sento quasi un legame molto profondo con Giovanni, il più piccolo degli Apostoli, dei discepoli, forse perché in tutti gli ambienti in cui sono stato, di fatto e per molto tempo, ero sempre il più piccolo. Quindi, ho dovuto sviluppare una sorta di legame preferenziale a partire dalla mia giovinezza (sorride) … quando ero giovane. 

Ma no, lei è sempre giovane! Forse, questo si ricollega all’esperienza di amore a Medjugorje di cui ci ha già parlato. Giovanni è stato l’Apostolo amato, anche per questo si sente legato a lui? 

È l’apostolo amato, ma anche l’apostolo eccessivo. Ci sono delle cose strane nel Vangelo. Ad esempio, c’è un momento in cui gli Apostoli passano con Gesù per un villaggio di samaritani e i samaritani non lo accolgono. Giovanni dice a Gesù: “Vuoi che preghiamo che un fuoco li bruci tutti?”. C’è un eccesso di quest’uomo, che è l’eccesso dell’amore. È un uomo, un giovane che ama, ma con tutti gli eccessi anche della sua gioventù. Ecco io, a volte, penso che le cose che devo imparare è tornare in un equilibrio, che non mi faccia dire le stesse cose di Giovanni. 

...Dunque, trovare una via di mezzo tra questo amore e un amore troppo grande che porta a follie insane... 

A diventare un po’ fondamentalisti! 

Riflettendo, invece, sul suo secondo nome, Maria appunto, inevitabilmente, c’è un richiamo forte alla Madonna. Qual è stato e qual è il suo rapporto con Maria e come sente che ha agito e agisce quotidianamente nella sua vita? 

Maria, nella mia storia personale, ha avuto un ruolo decisivo. Io vengo da un paese - dicevo prima - del Salento, si chiama Mesagne. E, scherzando, ogni tanto dico: “Io non so se credono in Gesù, ma sicuramente credono nella Madonna”, nel senso che c’è molto forte la devozione mariana, soprattutto alla Madonna del Carmine. Anche nella storia del mio ingresso in seminario, avevo tutti contro e l’unica cosa geniale che mi venne da fare fu fare un pellegrinaggio a piedi a un piccolo santuario rupestre - la Madonna della Grazia che era nella campagna del mio paese - per chiedere a Maria questa grazia e l’ho ottenuta. Ricordo da bambino, ogni sera - ripeto, anche se a casa mia nessuno lo faceva - io pregavo il Rosario. Credo che lo Spirito Santo ci anticipi, anticipi anche un po’ la nostra consapevolezza. Quindi, Maria l’ho trovata prima, prima anche che mi accorgessi della preziosità del suo legame, della sua presenza anche teologica all’interno della nostra fede. Senza Maria, Cristo non ha carne, non è concreto. Il Vangelo diventa molto faticoso, diventa un ideale radicale, quasi invivibile. Come ogni madre, Maria rende possibile ciò che agli occhi di ciascuno di noi sembra, invece, irraggiungibile, perché l’amore ha la capacità di sprigionare qualcosa che noi non abbiamo semplicemente con le nostre forze. Quindi, non potrei pensare la mia vita se non in rapporto a Lei e, per completare il quadro, in rapporto a Lei e in rapporto a Giuseppe. Perché, poi, alla fine, nella storia anche della Chiesa, abbiamo ristretto lo sguardo e diviso questi personaggi. In realtà, la storia della salvezza, entra sempre in un circuito di relazioni. Ecco, Gesù entra in relazione, non solo con Maria, ma in relazione anche con Maria e Giuseppe. Queste persone, che abitano un po’ gli inizi della storia di Gesù, sono persone con cui sento un fortissimo feeling. E, parlando appunto di Maria, al suo percorso fino alla gloria, che cosa le suscita nel cuore pensarla Assunta in Cielo? La festa dell’Assunzione è... ? Questa è una festa fraintesa, come tante feste cristiane, che noi amiamo poi secolarizzare. Ormai, chiamiamo “Ferragosto” quella che dovrebbe essere l’Assunzione di Maria al Cielo e credo che sia per due motivi: primo, a volte, per ignoranza nostra; altro, perché noi abbiamo un problema con la rimozione dell’idea della morte e l’Assunzione ci mette davanti allo scandalo del corpo. Maria non è semplicemente morta e si trova in Cielo nella Sua anima, ma anche nel Suo Corpo, nella Sua corporeità. Questo non riusciamo a comprenderlo fino in fondo con i nostri ragionamenti, per questo è un dogma, ma è il dogma che dice che il cristianesimo o è un cristianesimo che tocca anche la mia carne, il mio corpo o non è il cristianesimo di Gesù Cristo. Ricordo un’esperienza. Quando ero parroco di un paesino, in montagna lì all’Aquila, c’era la festa dell’Assunta e misi questa tradizione: il 14 notte, quindi, la notte prima dell’Assunta, con tutti i parrocchiani, facevamo un pellegrinaggio dalla Chiesa parrocchiale al cimitero e lo facevamo per ricordarci e per ricordare, anche in quel gesto, che ci sono i cari defunti, che il nostro destino è Maria, lo stesso di Maria, che è il destino di Gesù Risorto. La domanda vera è: “Ci crediamo?”. Finché ci prendiamo da Gesù degli insegnamenti sulla vita, va bene, non c’è neanche bisogno della fede, perché basta anche usare bene il cuore, il buon senso. Ma il Cristianesimo è credere o no alla Resurrezione, della Carne. È una festa importante perché è la “Pasqua Mariana”. 

“Pasqua Mariana”, da sottolineare tanto! Avviandoci, invece, alla conclusione di questo nostro incontro, sarebbe bello se rivolgesse un pensiero, una parola ai nostri lettori e anche alla redazione. Cosa si sente di lasciare a chi leggerà, considerando soprattutto il duro e difficile momento storico che ancora viviamo?

Una redazione o il lavoro che voi fate, può avere due sfaccettature: fare informazione, ma ormai viviamo in un’epoca in cui non c’è più bisogno che qualcuno faccia informazione, perché le informazioni circolano anche più velocemente di quello che professionalmente una persona può fare anche con competenza. Il vostro è invece il lavoro dell’interiorità, cioè di poter raccontare delle cose che non soltanto aumentano le informazioni, ma lo spazio interiore, e la chiave di lettura, e la narrazione giusta di queste cose. Ecco, se il vostro impegno, il vostro lavoro è davvero prezioso, è solo e soltanto perché scava interiorità lì dove il mondo, invece, ci dice semplicemente di passare oltre. Questo è un lavoro preziosissimo in questo momento. 

Grazie per l’incoraggiamento e grazie anche a nome di tutta la redazione per il tempo che ci ha donato e per quanto ci ha detto perché chi leggerà, di certo, sarà toccato da queste parole, che faranno sicuramente tanto bene. 

Grazie a voi, di tutto. 

Ivana Notarangelo

Oasi Betania 

Anno XXIV n° 5/2021

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