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Enzo Bianchi "Il passaggio dalla legge alla misericordia"

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Dossier di Vita Pastorale  
Luglio 2021
Il passaggio dalla legge alla misericordia
per gentile concessione dell'autore

Sempre continuando a mettere a fuoco lo specifico della fede cristiana e della vita cristiana che ne consegue alla sequela di Gesù di Nazareth confessato Messia e Signore risorto e vivente per sempre, dopo l’affermazione confessante della sua vita umana, realmente e pienamente umana, uguale alla nostra condizione in tutto eccetto che nel peccato, dobbiamo anche cogliere nelle sue azioni, nelle sue parole, nel suo vissuto ciò che ha significato nel rapporto con la fede e la vita del suo popolo di Israele; come egli da ebreo figlio di ebrei è stato fedele al Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe, i padri, come è stato fedele alle volontà di Dio espresse nella legge di Mosè, la Torah, ma anche come lui a volte ha contraddetto, ha trasceso questa eredità andando oltre.

 

In tutta la rivelazione che noi poniamo sotto il titolo di Antico Testamento (la Bibbia degli ebrei!), Dio, il Dio vivente il cui nome impronunciabile perché santissimo è Jhwh, è in-umano, nel senso che non appartiene alla sfera umana ma a quella del mondo: “Io sono Dio e non un uomo!” (Os 11,9). Dio è il contrario dell’umano e la sua qualità di tre volte santo ne proclama l’assoluta alterità: “Altro, Altro, Altro è il Signore Dio dell’universo!”, cantano i serafini che lo attorniano. La teologia dell’Antico Testamento può solo essere apofatica, “negativa”, capace di dire ciò che Dio non è, ma nell’impossibilità di dire ciò che Dio è! Ma tutta la storia della rivelazione a Israele può anche essere letta come venuta di un Dio Immanu-el, Emmanuele, Dio con noi (cf. Is 7,14-17), un Dio che prende dimora tra gli uomini, un Dio che si pone in alleanza con il suo popolo e l’umanità intera, in una dinamica sempre più evidente e riconosciuta.

 

Ora, il cristianesimo afferma che tale dinamica si è concretizzata e compiuta pienamente nella venuta di Dio in un uomo, nato da donna, Gesù di Nazareth (cf. Mt 1,23) e che quindi la Shekinah, la Presenza di Dio, è diventata carne (cf. Gv 1,14): Gesù di Nazareth è colui nel quale “abita corporalmente tutta la pienezza della divinità”! (Col 2,9). Il Dio che ha sancito l’alleanza attraverso la Torah merita e riceve l’amore oltre alla fiducia-adesione. E Gesù arriva ad affermare: “Chi ama il padre e la madre più di me non è degno di me”! (Mt 10,37). È questa una richiesta straordinaria che trascende la qualità di rabbi e di maestro di Gesù. Dei rabbini, dei maestri si deve amare la dottrina, invece nel caso di Gesù si deve amare la sua persona umana. Richiesta che può sembrare folle, assurda, ma Gesù ha chiesto a chi lo seguiva esattamente questo: l’amore per lui, per la sua presenza, il suo corpo… Ed è amando lui totalmente, cioè amando lui e ciò che lui vuole, comanda, che noi possiamo amare Dio stesso “con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze”! (Dt 6,5).

 

Se abbiamo compreso questo, attraverso la conoscenza, la contemplazione assidua della vita di Gesù testimoniata dai vangeli, noi possiamo discernere anche quattro specificità del credente Gesù, specificità che determinano la nostra fede e il nostro comportamento di discepoli. Occorre prestare molta attenzione perché questo discernimento è delicato e il linguaggio che lo esprime può essere inadeguato. Non a caso mentre alcuni esegeti amano parlare di rotture operate da Gesù rispetto alla fede del suo popolo, altri finiscono per negare qualsiasi novità e qualsiasi processo per il quale Gesù ha trasceso le tradizioni dei padri, la legge (Torah) e anche la “religione del suo popolo”.

 

Al tempo di Gesù, non dimentichiamolo mai, il giudaismo era vario e fluido, capace di tenere insieme diverse posizioni teologiche e vie morali a volte contrastanti pur nella confessione unica del Dio Uno e Vivente. Occorre dunque cogliere in Gesù posizioni a volte condivise da altri gruppi religiosi, a volte fortemente osteggiate, ma resta chiaro e convincente il suo insegnamento. Sviluppi, progressi, rotture e tensioni ci sono state e sono eloquenti e determinanti anche per noi discepoli: con la legge, con il tempio, con la terra d’Israele, con la famiglia.

 

Dalla legge alla misericordia

         

Gesù non è stato un libertario, non ha meditato la Torah per distruggerla o per svuotarla, ma al contrario l’ha riconosciuta e vissuta da ebreo fedele, senza mai trasgredirla, quale autentico “figlio del comandamento” (cf. Lc 2,41-43). E tuttavia si è posto nei confronti della Torah come chi vuole sempre risalire all’intenzione del legislatore e non si ferma allo sta scritto. Così si è fatto interprete autorevole della legge, ponendosi al di sopra di essa con l’intenzione di farne una fonte di vita e di libertà per tutti. È stato accusato di essere “trasgressore della legge” ma in realtà Gesù portava a pieno compimento la legge, ben al di là del compimento dell’osservanza. Non era un ipocrita ossessionato dall’osservanza dei decreti e accecato tanto da non vedere il primato delle necessità e dei bisogni umani, del tempio del fratello, della pienezza della vita. Quando si è dichiarato “Signore del sabato” ha solennemente affermato che il sabato, legge santissima al di sopra di ogni legge, è stato voluto da Dio al servizio dell’uomo: “Il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato!” (Mc 2,27; cf. 3,1-6).

 

La legge è santa anche per Gesù, ma al di sopra di essa sta la misericordia, la chesed del Signore, che vince sempre sulla giustizia (cf. Osea).

 

Comprendiamo allora perché Gesù va oltre la legge, e nella scia dei profeti (si veda soprattutto Malachia) contraddice la Torah di Mosè sulla possibilità del divorzio, sull’uso del giuramento, e contesta affermazioni giuridiche della tradizione, affermazioni attestate dai maestri e non presenti nella Torah scritta, ma Torah orale avente la stessa autorità: “Avete udito che fu detto… ma io vi dico…” (Mt 5,21-48).

 

Da fedele discepolo di Gesù, Paolo ammonisce i cristiani tentati come sempre di alienarsi alla legge: non c’è più schiavitù della legge (cf. Gal 4,4-5.5,1) ma libertà da essa in nome del “comandamento nuovo”. “Siete stati chiamati a libertà purché questa libertà non divenga un pretesto per vivere secondo la mondanità, ma mediante l’amore vi serviate gli uni gli altri” (Gal 5,13). La legge non è più l’ultima parola, e l’ultima parola ormai in Cristo non spetta neppure alla giustizia ma alla misericordia.

 

Questa libertà di Gesù dalla legge, mentre afferma la legge, ne dice i limiti e dovrebbe essere per noi suoi discepoli un insegnamento sempre presente. E invece è il tradimento più evidente nella chiesa ancora oggi, dopo duemila anni. La legge viene costantemente accresciuta o moltiplicata, addirittura oggi la legge penale viene ripresa ed estesa. E così la libertà, questo dono per eccellenza dello Spirito santo, viene a essere misconosciuta o deprezzata. Questo perché uomini religiosi ossessionati dalla legge sono sempre presenti, ieri erano alcuni tra i farisei e i sadducei, oggi tra i cristiani tutti…

 

Ma torneremo prossimamente a discernere insieme le particolarità della vita di fede di Gesù rispetto alla fede del suo popolo.

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