Enzo Bianchi "La dignità del corpo"

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La Repubblica - 12 luglio 2021
per gentile concessione dell’autore.

È quasi finito il tempo del necessario distanziamento dei corpi, della paura di ogni contatto fisico che potesse essere contagioso, ed è arrivata la stagione nella quale i corpi nella loro quasi totale nudità sono esibiti sulle spiagge e in molti luoghi di vacanza. Il corpo è il nostro modo di essere al mondo, di prenderne parte, di rispondere ai suoi molteplici richiami e alle sollecitazioni che ci chiedono di accogliere gioia e piacere, dolore e fatica, apertura a comunicare e chiusura che come un muro crea un’invalicabile barriera. 

Sì, proprio questo nostro corpo, costruito da noi ogni giorno, ma anche plasmato dagli altri e dagli eventi della vita, sovente è ridotto a un’immagine, anzi a diverse immagini che la società veicola e ci offre. Soprattutto i mezzi di comunicazione presentano visioni e immagini privilegiate di corpi esenti dal dolore, non deformati dalla malattia, non intaccati dalla bruttezza. Siamo così istigati all’esaltazione del corpo prestante, a un’idolatria della giovinezza, a un’esibizione di ciò che può provocare piacere. Corpo seducente, sempre sano, la cui bellezza ci sveglia e ci ferisce, eppure un corpo muto, non eloquente, senza profondità, omologato ai canoni estetici dominanti, sovente parcellizzato e cosificato. 

Nessuna possibilità di scorgere la simbolicità del corpo, che in realtà è sempre un appello, una vocazione a essere un ponte o un muro, capace di accogliere o di respingere. 

C’è dunque l’esigenza di riprendere in mano il rapporto con il proprio corpo e con il corpo dell’altro non attraverso immagini idealizzate del corpo, bensì a partire dall’aspetto meno piacevole, quello della sofferenza. È quel che non vogliamo vedere, nel corpo dei carcerati picchiati e torturati, nel corpo di donne violentate, nel corpo degli scarti della società che non possiamo non incontrare. 

Per noi ci sono di fatto dei corpi ritenuti “indegni”, ma anche l’umano che ha perso la sua forma e ha assunto l’indegnità richiede che si riconosca in lui la dignità umana. È soprattutto l’umano “senza qualità” a conservare quella dignità che invoca rispetto. A ciascuno dev’essere infatti riconosciuta la propria dignità non per ragioni religiose, non per obbligo penale vincolante, ma semplicemente perché ridotto a nulla: l’essere umano sfigurato genera la dignità in chi gli sta di fronte e accetta di incontrarlo, di assumere il peso di un’umanità avvilita, sprovvista dei tratti considerati necessari alla qualità determinata dalla maggioranza. 

Il rispetto della dignità è infatti fondato sulla nostra comune indegnità: la dignità umana, in effetti, non è un attributo dell’individuo ma una relazione, e come tale si manifesta nel gesto con cui ci rapportiamo all’altro che conosce l’abbrutimento e la dis-umanità. 

Il corpo, non dimentichiamolo, permane il “luogo” della nostra iscrizione nel “senso” della vita. Nel corpo che mi accomuna a ogni umano e che da ogni umano mi differenzia e mi personalizza è incisa la mia unicità e la mia chiamata a esistere con e grazie agli altri. Il corpo, non scelto, resta però un compito da realizzare e questo rappresenta una grande sfida che richiede libertà, responsabilità e accoglienza da parte degli altri. 

Così parlò Zarathustra: “Vi è più ragione nel tuo corpo che nella tua migliore saggezza!”.
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