Alberto Maggi "La Chiesa nella tempesta"

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“Nella Chiesa, fin dai suoi primissimi inizi, sono esistiti conflitti dagli esiti anche drammatici tra spinte contrapposte, ossia quelli (pochi) che avevano compreso l’universalità del messaggio di Gesù e i tanti che, invece, pretendevano di porre limiti e condizioni all’annuncio del vangelo”. Su ilLibraio la riflessione del biblista Alberto Maggi

Nella Chiesa, fin dai suoi primissimi inizi, sono esistiti conflitti dagli esiti anche drammatici tra spinte contrapposte, ossia quelli (pochi) che avevano compreso l’universalità del messaggio di Gesù e i tanti che, invece, pretendevano di porre limiti e condizioni all’annuncio del vangelo. Uno dei casi più clamorosi fu quello che portò alla rottura tra l’evangelista Marco e Saulo di Tarso, l’accanito persecutore dei seguaci di Gesù (At 8,1-3; 9,1), chiamato dal Cristo per portare il suo nome davanti ai popoli pagani (At 9,15).

Nel Libro degli Atti si legge che agli inizi della sua attività missionaria, Saulo, per rendere più efficace l’annuncio del Cristo, pensa di prendere con sé, come garanzia del messaggio di Gesù, anche Giovanni detto Marco, l’autore del vangelo omonimo (At 12,24), insieme a suo cugino Bàrnaba. Questo è il gruppo ideale, con Saulo, maestro e predicatore instancabile, Giovanni Marco, garante del messaggio evangelico, e Bàrnaba, profeta (At 13,1), uomo dello Spirito: la profezia dovrà guidare l’insegnamento basato sulla buona notizia di Gesù. E il gruppo, chiamato dallo Spirito per andare verso i pagani, inizia la sua attività ma con un grande limite, quello di annunciare “la parola di Dio nelle sinagoghe dei Giudei” (At 13,4).

Saulo, infatti, pensa di doversi rivolgere prima agli ebrei, per andare solo in un secondo momento verso i pagani. Eppure l’indicazione del Signore era stata chiara: l’aveva chiamato per essere “luce per le genti”, per portare “la salvezza sino all’estremità della terra” (At 13,47; 9,15). In una situazione così ambigua era inevitabile che prima o poi scoppiasse il conflitto tra Marco e Saulo, l’evangelista del “vino nuovo in otri nuovi” (Mc 2,22), e colui che in fondo era rimasto il “fariseo figlio di farisei”, irreprensibile osservante della Legge (At 23,6; Fil 3,5).

Il messaggio di Marco è universale e annuncia la buona notizia senza il bisogno di appoggiarla sull’Antico Testamento; clamorosamente nel suo vangelo non compare mai il termine “Legge”, con il quale si indica l’alleanza di Mosè, e lui è l’unico tra gli evangelisti che osa scrivere che Gesù “dichiarava così puri tutti gli alimenti” (Mc 7,19), in aperto contrasto con il Libro del Levitico, dove si elencano scrupolosamente i cibi considerati puri e quelli no (Lv 11). Invece Saulo, che nel frattempo ha assunto il cognome del proconsole romano Sergio Paolo (At 13,7), indirizza insieme a Bàrnaba l’attività missionaria principalmente ai Giudei. Marco non ci sta, abbandona i due e torna a Gerusalemme (At 13,13). Paolo si offende e non ne vuole più sapere di Marco, al punto da arrivare, a causa sua, a rompere anche con Bàrnaba. Le loro strade si separano definitivamente: “Bàrnaba, prendendo con sé Marco, s’imbarcò per Cipro. Paolo invece scelse Sila e partì…” (At 15,39).

Comincia così una serie crescente di guai per Paolo, che di ciò si lamenta apertamente: “So soltanto che lo Spirito Santo, di città in città, mi attesta che mi attendono catene e tribolazioni” (At 20,23). Ed è vero, ma perché? Il Signore lo ha scelto per andare verso i pagani, ma Paolo in ogni città si rivolgeva prima alle sinagoghe, che si oppongono violentemente al suo annuncio. Solo alla fine della sua vita, in carcere a Roma, finalmente egli riconoscerà il suo errore e si riconcilierà con Marco (Col 4,10). Si rende tardivamente conto del fallimento della sua missione con gli ebrei e del suo errore nel proporre gli insegnamenti di Gesù “partendo dalla Legge di Mosè” (At 28,23). Finalmente comprende che aveva ragione lo Spirito Santo, quando aveva ispirato il profeta Isaia dicendo: “Va’ da questo popolo e di’: Udrete, sì, ma non comprenderete; guarderete, sì, ma non vedrete. Perché il cuore di questo popolo è diventato insensibile, sono diventati duri di orecchi e hanno chiuso gli occhi, perché non vedano con gli occhi, non ascoltino con gli orecchi e non comprendano con il cuore e non si convertano, e io li guarisca!” (At 28, 26-27; Is 6,9). Paolo, cosciente del suo sbaglio, annuncia: “Sia dunque noto a voi che ai pagani fu inviata questa salvezza di Dio, ed essi ascolteranno!” (At 28,28). L’Apostolo finalmente capisce e, seppur tardivamente, cambia predicazione, annunciando Gesù senza più dover ricorrere a Mosè, che, ora ne è consapevole, era un ostacolo; continua la sua missione proclamando “il regno di Dio e insegnando le cose riguardanti il Signore Gesù Cristo, con tutta franchezza e senza impedimento” (At 28,31).

Nel suo vangelo, scritto successivamente a questi eventi, Marco riflette queste tensioni nell’episodio conosciuto come “la tempesta sedata” (Mc 4,35-41), dove Gesù chiede ai suoi discepoli di passare “all’altra riva”, il lato est del Lago di Galilea, territorio pagano. Mediante le parabole, Gesù ha esposto l’universalità del regno di Dio, la sua apertura a tutte le nazioni. Ora si tratta di attuare quel messaggio andando verso i pagani e Gesù spinge i discepoli uscire dall’esclusivismo giudaico per proclamare la buona notizia del Regno a tutti i popoli. Ma i discepoli non ne vogliono sapere di andare in terra pagana, da gente impura, e la loro resistenza viene da Marco raffigurata da una grande tempesta di vento, con onde che si rovesciano sulla barca tanto da riempirla (Mc 4,37). Gesù, proclamando il Regno, ha insegnato che la salvezza si offre a tutti gli uomini in uguale misura, i discepoli invece ragionano con la mentalità di chi vanta dei privilegi nei confronti degli altri; per questo il pericolo che essi corrono è grave: la barca, immagine della Chiesa, rischia di affondare. La resistenza dei discepoli non solo impedisce la missione, ma mette in pericolo l’esistenza stessa del gruppo. Gesù interviene immediatamente e per far cessare la tempesta parla al vento e al mare come se fossero esseri personali. L’evangelista intende così mostrare il senso figurato di questi elementi e il valore teologico di tutto l’episodio. L’azione di Gesù è quella di “sgridare” il vento, proprio come ha fatto con gli spiriti immondi (Mc 1,25; 3,12). La resistenza dei discepoli ad aprirsi al mondo pagano è lo spirito impuro contrario all’azione divina di Gesù con l’umanità. All’ordine di Gesù il mare si calma e i discepoli si chiedono perplessi: “Chi è dunque costui, che anche il vento e il mare gli obbediscono?” (Mc 4,41). Dovrebbero saperlo, perché c’è uno solo al quale venti e mare obbediscono, ed è Dio (Es 10,19; Nm 11,31; Sal 65,8): solo il Signore può domare il mare agitato (Gb 9,8; Sal 107,28-29). Ma per loro Gesù è un personaggio misterioso. Non credono a quanto vedono. Come si può accettare che Gesù, uomo come loro, abbia la condizione divina? Marco con questo episodio presenta la situazione della comunità che resiste alla chiamata del Signore ad aprirsi alla missione verso i pagani e Gesù li rimprovera di non avere ancora fede. Per l’evangelista resistere ad annunciare la buona notizia a ogni creatura equivale a non avere fede nonostante gli attestati di appartenenza religiosa.

Alla fine del suo vangelo, Marco, e con molta ironia, scrive che quel che i discepoli mai sono riusciti a capire di Gesù, lo comprenderà proprio un impuro pagano, il centurione, l’unico nel vangelo a riconoscerne la divinità: “Davvero quest’uomo era Figlio di Dio” (Mc 15,39).

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