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Enzo Bianchi "I mendicanti, miei maestri di vita"

Jesus  
Maggio 2021
per gentile concessione dell’autore. 

Nella mia lunga vita la figura del mendicante, di colui che tende la mano e “chiede la carità”, non solo è sempre stata presente, ma mi è sempre parsa una figura eminente, che attirava il mio sguardo, mi interrogava, mi ispirava profonda simpatia.

 

Un tempo i mendicanti arrivavano nei paesi come il mio, passavano di porta in porta e qualche volta comperavano stracci o pelli di coniglio che i contadini essiccavano. Spesso prima di trovare da dormire in fienili o in casupole abbandonate bevevano e si ubriacavano, per questo erano oggetto di disprezzo e anche un po’ temuti. A casa nostra quando il mendicante arrivava alla porta mio padre lo faceva entrare in casa e sedere alla nostra tavola.

 

Così mi sono abituato a non aver paura di loro e a sopportare la loro puzza. Mi chiedevo com’è possibile fare una vita così faticosa, soprattutto in inverno senza una casa, senza nessuno che si possa dire amico … Qualcuno raccontava la sua storia, erano sempre storie disgraziate: non avevano una famiglia, cresciuti in orfanatrofi, scappati di casa ancora adolescenti … Uomini profondamente feriti dalle vicende della vita. Quando tendono la mano per chiedere e ricevere compiono un gesto straordinario: il gesto del bambino inerme e infante, il gesto di chi prega, il gesto di ogni mendicante di pane o di luce …

 

Ma venne per me un’ora di grazia nel 1965. Su una rivista francese scoprii l’abbé Pierre, un frate che viveva con gli straccioni, gli scarti della società. Ebbi subito l’impulso di scrivergli per chiedergli se mi concedeva di stare alcuni mesi con lui. Mi rispose di sì e così a fine maggio lo raggiunsi sulle rive della Senna, a Le Grand-Quevilly, periferia di Rouen. Ero accampato in baracche con una quarantina di uomini, ex legionari, alcolizzati, usciti dalla galera, sans papiers… Mi chiese di vivere in mezzo a loro non come un missionario, neppure come chi è andato a “fare la carità”, ma semplicemente di stare con loro con umanità, rispetto, discrezione, senza mai cedere alla tentazione di insegnare qualcosa. E così imparai non solo a vedere i mendicanti e ad averne simpatia, ma a diventare io stesso un mendicante.

 

Ogni mattina andavo con alcuni di loro in città, a Rouen, per recuperare stracci nelle case, portare via ciò che la gente buttava e chiedere anche da mangiare. Poi tornati alle nostre baracche consumavamo il cibo in un clima molto fraterno. Non c’era nulla di religioso ostentato, anzi l’abbé Pierre mi disse con molta dolcezza: «Questo è il posto meno indicato per un giovane dell’Azione cattolica, ma capirai più tardi ciò che adesso ti sembra magari un rinnegamento della tua identità».

 

In realtà molte cose non le compresi neanche alla fine dei mesi passati accanto a quei santi. Mi basta però aver capito che i poveri sono innanzitutto dei maestri, vere cattedre di cristianesimo: le cattedre dei poveri! E lo sono proprio in quel loro essere mendicanti, essere nel bisogno e tendere la mano. Icone di ogni persona che cerca, chiede, che proprio perché si sente “scartata” non ha bisogno di altro se non di misericordia: di Dio, certo, ma anche degli uomini.

 

Per questo, quando sono giunto a Bose nel ’65 e ho vissuto da solo per tre anni ho avuto però come ospiti assidui dei mendicanti. Enrico il sediaio si fermò un intero inverno: nella bella stagione andava in giro a riparare sedie fermandosi presso le famiglie e poi ripartiva sempre in bicicletta verso altri paesi. Buono, mite, era molto saggio e alla sera mi raccontava della sua vita di girovago, così piena di incontri che lui leggeva come ragioni per portare avanti quella vita da mendicante. Poi Muretèn, un altro mendicante che visse in comunità fino alla morte.

 

Sì, i mendicanti mi sono familiari, vicini, amici: vorrei assomigliare a loro ancora di più, e non solo con il mio cuore vagabondo.

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