Enzo Bianchi "Pressioni sulla coscienza e abusi spirituali"

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Ottobre 2020

Nella bimillenaria storia della Chiesa è sempre stato attestato l’esercizio del ministero dell’autorità, in forme diverse. Tra di esse ha avuto un posto particolare la paternità spirituale, detta anche direzione spirituale: arte di accompagnare nella vita spirituale un discepolo, un novizio, arte che richiede da parte di chi esercita tale servizio il dono del discernimento e della misericordia, nonché una grande maturità umana e spirituale.
Su questo esercizio oggi siamo più avvertiti, per scorgervi anche le patologie, i rischi e le derive. Gli abusi spirituali sono in verità molto frequenti nella Chiesa, nella vita religiosa, ma anche là dove un semplice cristiano esercita una forma di guida. E sono facilmente riscontrabili dove la relazione di accompagnamento è fondata su un rapporto di autorità. 

Per questo la prima urgenza da affermare è che nessuna persona può esercitare autorità sulla coscienza dell’altro. È un principio che non sopporta eccezioni o deroghe, benché talvolta siano addotte “per il bene della persona”. Pretendere di avere autorità sulla coscienza dell’altro significa voler prendere il posto che spetta solo a Dio. Ha affermato il Concilio: «Nell’intimo della coscienza l’uomo scopre una legge che non è lui a darsi, ma alla quale deve obbedire… L’uomo ha una legge scritta da Dio dentro al cuore… La coscienza è il nucleo più segreto e intimo dell’uomo, dove egli è solo con Dio, la cui voce risuona nell’intimità» (Gaudium et spes 16). 

Nessuna autorità umana ha il diritto di intervenire nella coscienza di qualcuno, anche se questa non è un oracolo infallibile, ma abbisogna di ascolto, di confronto, di ricerca. Tale principio deve illuminare ogni parola e azione della guida spirituale, deve essere una certezza talmente solida da non lasciarsi sgretolare neppure quando il discepolo chiede, senza saperlo, che si commetta un abuso di coscienza: chiede cioè che la guida si sostituisca alla sua coscienza per paura della libertà e del discernimento. 

Perciò mai una guida spirituale può chiedere al discepolo un abbandono totale di sé e un affidamento senza riserve. Già esigere un’incondizionata apertura del cuore è un abuso, perché ciò non può essere chiesto per obbedienza ma solo senza fare pressioni, solo nella libertà e nell’amore per il Signore e per il Vangelo! Un tempo si parlava di obbedienza cieca al superiore, ma ciò non era conforme al Vangelo né alla libertà cristiana. Di fronte a una libera apertura del cuore, la guida spirituale fa domande, suscita riflessioni, insinua “sospetti”, senza d’altra parte causare scrupoli e mai arrivando a comandare. La volontà di Dio non va invocata da parte della guida, ma va cercata con cuore puro dal discepolo. 

Per questo è molto importante che la guida non sia solo esperta in colloqui personali, ma si dedichi a frequenti insegnamenti alla presenza di tutti, in modo che non avvenga una manipolazione, più facile nel rapporto a due. Dove infatti manca un esercizio di autorità spirituale comunitaria, diventa difficile una lettura obiettiva della realtà. Purtroppo però l’eccessivo ricorso alle scienze psicologiche, ispirate al modello psicologo-paziente, non solo ha influenzato anche l’accompagnamento spirituale, ma rischia di sostituire la scienza umana all’economia della grazia! 

Gli abusi spirituali sono oggi diversi da quelli di un tempo, quando assumevano la forma di incitamento a mortificazioni, obbedienze eroiche o penitenze ossessive, ma restano pur sempre abusi. Un novizio che cresca senza la certezza della limpidezza di chi lo guida, subisce manipolazioni senza accorgersene. Contro ogni abuso spirituale, occorre vigilare sulla rinuncia al controllo delle persone, a entrare nella loro coscienza, a giudicare i loro peccati e contraddizioni.
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