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Enzo Bianchi "La lingua malvagia può uccidere tre volte"

Jesus - Bisaccia del mendicante - Agosto 2020

Se il decalogo contiene le parole della legge, l’ottava parola – «Non pronuncerai falsa testimonianza verso il tuo prossimo» (Es 20,16; Dt 5,20) – è la legge della parola. Quando manca di verità, di lealtà e di libertà, la parola degenera e crea corruzione e morte nei rapporti interpersonali.
Tutti conosciamo questa triste deriva per esperienza: nelle storie d’amore, in famiglia, nei rapporti di lavoro e nella vita sociale. Se non si è sinceri gli uni verso gli altri, i rapporti degenerano e finiscono. La menzogna è un veleno potente e mortale.Ma chi è responsabile della maldicenza? Anzitutto chi dice male di qualcuno. Questa tentazione viene dal desiderio che gli altri parlino bene di noi, dalla pulsione ad abbassare gli altri per innalzare noi stessi. Proporzionalmente all’egocentrismo, cresce l’esercizio della maldicenza. Se gli altri sono apprezzati e stimati, l’egocentrico tenta di eliminarli, di sminuire i riconoscimenti loro manifestati, insinuando maldicenze nei loro confronti. Queste giungono poco a poco fino alla calunnia, che è falsa imputazione del male a un altro. «Calunniate, calunniate: qualcosa resterà sempre!», scriveva un intellettuale francese del XVIII secolo.

Il malato di narcisismo, spinto dall’invidia, passa facilmente dalla maldicenza alla calunnia, fino a pervertire la realtà: il bene compiuto dall’altro è da lui giudicato come male. La calunnia è un’arma fatta di parole («labbra come armi»: Sal 12,5), che soltanto gli umani possono brandire. È significativo: gli animali aggrediscono e uccidono, ma non possono ricorrere alla menzogna.
Non si pensi che la calunnia sia limitata alle circostanze in cui produce conseguenze legali, ma va riconosciuta nella banalità della menzogna quotidiana: pettegolezzi, mormorazioni, diffamazione… E quando la menzogna si diffonde – soprattutto oggi attraverso i media –, non solo la fiducia è ferita e conculcata, ma lascia il posto alla diffidenza, alla paura dell’altro, alla ricerca dell’immunitas che sconfigge ogni possibilità di vita comune.
Secondo le Scritture, la verità della parola sta nella sua capacità di fare dell’altro un “tu”: obbedire alla responsabilità è fedeltà/verità (emet) che deve essere sempre per l’altro e mai contro di lui. La verità è verità della fedeltà e della grazia che abbraccia tutti, è sempre al servizio dell’amore reciproco e della libertà. «La verità vi renderà liberi» (Gv 8,32), diceva Gesù. E Bonhoeffer annotava efficacemente: «Colui che pretende di “dire la verità” sempre, dappertutto e a chiunque, è un cinico che esibisce un morto simulacro della verità… Egli offende il pudore, viola la fiducia, tradisce la comunità in cui vive e sorride con arroganza sulle rovine che ha causato. Esige vittime, si sente come un dio e non sa di essere al servizio di Satana».

Infine, non lo si dimentichi: un altro responsabile della maldicenza è chi la ascolta! Prestare orecchio alla maldicenza, accogliere parole che diffamano o calunniano non è un atteggiamento passivo. Alla maldicenza occorre fare resistenza, mostrandosi indisponibili ad accoglierla. C’è infatti nel silenzio di chi ascolta la calunnia il rischio dell’approvazione. Occorre invece reagire, dare segno di disapprovazione, per mettere un argine e suscitare l’interrogativo circa la responsabilità della parola. Secondo i rabbini, chi ascolta una maldicenza e la accoglie commette un peccato più grave di chi la diffonde: se non ci fosse nessuno ad ascoltare, il maldicente tacerebbe. Si legge in un testo illuminante proveniente da questa tradizione: «Non per niente la lingua malvagia si chiama “triforcuta”, perché uccide tre volte: uccide chi parla, chi ascolta e colui del quale si parla». Occorre dunque essere vigilanti nell’ascolto delle parole, occorre allenarsi al discernimento per riconoscere la verità dalle falsità ed eventualmente opporre resistenza.

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