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Vito Mancuso 'E' l’era delle responsabilità'

Illustrazione artistica ad acquerello di un grande albero della vita con radici profonde che si estendono verso una comunità di persone e colline. La chioma è ricca di foglie colorate nei toni della terracotta, ocra e blu avio, arricchita da icone geometriche e simboli stilizzati. In basso, una banda nera orizzontale contiene il titolo dell'articolo "È l'era delle responsabilità di Vito Mancuso" e il logo del blog AlzogliOcchiversoilCielo.
La Stampa” 
2 giugno 2026 

Al cospetto dei potenti di oggi, è la cultura a salvarci dalla sudditanza. 

Ha affermato Hannah Arendt che «il suddito ideale del regime totalitario non è il nazista convinto o il comunista convinto, ma l'individuo per il quale la distinzione tra realtà e finzione, tra vero e falso, non esiste più». Parole bellissime che nell'ottantesimo anniversario della Repubblica Italiana portano d'istinto a chiedersi: qual è allora il suddito ideale di una repubblica democratica? La risposta è in questa frase di Alcide De Gasperi (recentemente citata da Andrea Malaguti): «Con il referendum istituzionale del 2 giugno 1946 inizia l'era della responsabilità dei cittadini. Se non la volessero assumere, farebbero meglio a rimanere sudditi». 

Il suddito ideale di una repubblica democratica, quindi, non è un suddito ma un cittadino, laddove la differenza tra i due consiste nella responsabilità, esercitata anzitutto come capacità di distinguere tra realtà e finzione, tra vero e falso. Il nome di questa capacità è cultura. È la cultura che consente alla mente di non farsi sedurre dai vari tipi di propaganda (politica, economica, ecclesiastica...) e di leggere il reale con lucidità. È la cultura che preserva da ogni tipo di sudditanza. 

C'è una sudditanza esteriore, che si comprende facilmente da sé, e c'è una sudditanza interiore, che è più subdola, invisibile, riguarda non il corpo ma la mente: è su questa che oggi fanno leva le potentissime forze antidemocratiche e antirepubblicane che minacciano il nostro essere cittadini responsabili e che ci vogliono ricondurre alla condizione di sudditi. Tale sudditanza della mente si esplicita oggi come sempre (anche nel 1951, quando Hannah Arendt pubblicò "Le origini del totalitarismo" da cui proviene la frase citata) nel disprezzo della cultura e nell'orientamento della mente verso il consumo e il divertimento. Ovvero panem et circenses, l'anti-cultura con cui nell'antica Roma l'Impero sostituì gli ideali della Repubblica, passando da uomini della statura morale di Catone e Cicerone a personaggi come Caligola e Nerone. Anche noi siamo passati dai Padri costituenti (tra cui De Gasperi, Togliatti, Nenni, Dossetti, La Pira, Calamandrei, Iotti) ai politici attuali, così come gli Stati Uniti sono passati da presidenti del calibro di George Washington, Thomas Jefferson, Benjamin Franklin all'attuale. Quale catastrofe è in corso e come salvarsi? È questa la domanda da porsi per celebrare degnamente l'anniversario della nostra Repubblica. 

La risposta l'affido a queste straordinarie parole di Antonio Gramsci che risalgono al 29 gennaio 1916 e che indicano nel modo più chiaro la strada da seguire: «La cultura è organizzazione, disciplina del proprio io interiore; è presa di possesso della propria personalità, è conquista di coscienza superiore, per la quale si riesce a comprendere il proprio valore storico, la propria funzione nella vita, i propri diritti, i propri doveri». Quando un essere umano nasce non è un cittadino. Già Aristotele lo definì un "animale sociale" e aveva a tal punto ragione che dal tipo di socialità da cui un essere umano è circondato e nutrito dipende la sua essenza. Se questa socialità è intrisa di cultura, allora l'essere umano esce dallo stato di natura ed entra nello stato di cultura o di civiltà: diviene un cittadino. Si tratta della "coscienza superiore" di cui scrisse Gramsci, che si esplica comprendendo il proprio "valore storico", nel senso che noi da cittadini cominciamo ad esistere non più solo in funzione di noi stessi e della riproduzione della specie (come sarebbe se rimanessimo solo animali) ma ci realizziamo nella costruzione di una società basata sulla libertà, le pari opportunità, la solidarietà, lo studio, la ricerca. 

Tutto questo è già contenuto in nuce nel nome "repubblica". Il termine viene dal latino res publica, alla lettera "la cosa pubblica", laddove l'aggettivo pubblica viene dal sostantivo populus, per cui repubblica significa "la cosa del popolo". Il potere viene qualificato in questo modo come appartenente a tutti. Nessun'altra forma di potere politico mediante cui gli esseri umani organizzano il loro vivere insieme ha questa dimensione universale: non così la monarchia assoluta, la tirannide, l'aristocrazia, l'oligarchia, e anche quando si trattasse della dittatura del proletariato sarebbe sempre una parte che detiene il potere sull'altra, senza universalità. Invece la repubblica è la cosa di tutti, la casa di tutti. Solo retorica? Dipende dalla cultura dei singoli cittadini. 

Il fatto è che la democrazia autentica così strettamente legata alla cultura richiede lavoro. Il primo articolo della nostra Costituzione recita: «L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro». Oggi, nell'era dell'intelligenza artificiale, dei social e in genere dei mezzi di distrazione di massa, è il momento di comprendere che l'Italia può rimanere veramente una repubblica democratica solo se viene fondata sul "lavoro interiore" dei cittadini che si esplica come ricerca di informazione di qualità, come studio, come riflessione; in una parola sola, come cultura. Al cospetto degli attuali potentati mondiali immensamente più forti non solo di noi in quanto singoli ma anche di noi in quanto stato italiano, noi potremo rimanere un'autentica "repubblica democratica" solo se sapremo investire sul lavoro interiore. Sembra una contraddizione, in realtà è una dialettica profondissima: più si coltiva nella solitudine il proprio valore di individuo, più si diviene un vero cittadino.
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