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Enzo Bianchi "Anche il mare nell’aldilà"

La Repubblica - 3 agosto 2020
dal sito del Monastero di Bose

Siamo al cuore delle vacanze, periodo in cui molti si recano al mare. Io stesso, in questi giorni, approfondisco la mia riflessione su questo luogo poetico ed enigmatico. Sono un “uomo di terra”, che ama camminare per sentieri e strade sulle colline, salendo e scendendo, guardando vasti orizzonti per poi trovarsi in fondo alla valle.

Eppure da sempre sento il bisogno di “andare al mare”, d’inverno o d’estate. Per noi monferrini il mare è al di là dei bricchi, in Liguria, e siamo cresciuti con il desiderio di vederlo. La promessapremio per tutti i bambini era: «Ti portiamo a vedere il mare!».

Ricordo l’emozione quando, a nove anni, mi accompagnarono al di là del Turchino e dall’alto lo vidi per la prima volta: il mare! Era così esteso e blu scuro che mi fece una certa paura, sentimento che conservo senza dispiacermene.

Sì, il mare m’incute anzitutto timore, per questo concordo con il giudizio della Bibbia: è un grembo del nulla, un abisso enigmatico, dal quale può sempre emergere il Leviatan, informe mostro marino.
C’è un aspetto di ostilità del mare che non sono mai riuscito a negare o a dominare del tutto, forse perché non so nuotare bene o perché mi sento sicuro solo con i piedi a terra.

Tuttavia amo il mare, al punto da desiderare la sua presenza anche nell’aldilà. Se ci saranno cieli nuovi e terra nuova, perché non anche un mare nuovo? Lo desidero a tal punto che, quando ho tradotto l’Apocalisse, mi sono sentito autorizzato a pensare che la promessa di Dio: “Il mare non ci sarà più!” significhi: “Il mare ostile non ci sarà più!”. Se è vero che si va al mare soprattutto con il corpo, per fare il bagno, il mare cattura però molto di più il nostro intimo e diventa un oggetto sul quale i nostri occhi sostano, quasi a voler fissare quelle immagini così passeggere. Il mare non è mai uguale: pochi minuti dopo averlo guardato, appare diverso, perché la luce cambia, perché il suo movimento si ripete in modo differente.

Accanto ai colori, ecco i suoi movimenti, che a volte sembrano un gioco, quasi a rivelare la natura giocosa dell’universo: flusso e riflusso, inspirare ed espirare, con le onde più o meno bianche le quali non rompono il silenzio neppure con il loro muggire. Altre volte, soprattutto in inverno, il mare si scatena e si scaglia contro la terra, come se cercasse di vincerla.

Prima o poi giunge comunque la bonaccia e il mare diventa liscio come l’olio, l’orizzonte lontano si staglia netto, lasciando intravedere l’infinito. E così ritorno a contemplarlo, senza mai provare noia o stanchezza. Il mare sa raccontare il mio intimo più della terra o del cielo, perché conosce una grammatica dei sentimenti del mio cuore più precisa delle mie parole: la pace silenziosa che permette di abitare con sé nella sobria ebbrezza del vivere in salute e in relazioni di amore e di fraternità; l’ansia che a volte mi coglie in forma di turbamento serale; lo scatenarsi della protesta per il duro mestiere di vivere; l’impeto di sentimenti di guerra che occorre domare, tornando a guardare il mare.

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