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Alberto Maggi "Padre Ortensio da Spinetoli, biblista ribelle"

In occasione dell'uscita della raccolta di scritti "La prepotenza delle religioni", Alberto Maggi ricorda su ilLibraio padre Ortensio da Spinetoli (1925-2015): "L’illustre biblista, che è stato emarginato e perseguitato dalla Chiesa a causa dei suoi studi, lavori che avevano solo il torto di anticipare i tempi, sa, per averlo provato nella sua carne, quanto sia dolorosa questa prepotenza"

L’editrice Chiarelettere ha raccolto vari scritti di padre Ortensio da Spinetoli (1925-2015) in un volume dal titolo La prepotenza delle religioni. L’illustre biblista, che è stato emarginato e perseguitato dalla Chiesa a causa dei suoi studi, lavori che avevano solo il torto di anticipare i tempi, sa, per averlo provato nella sua carne, quanto sia dolorosa questa prepotenza.

La persecuzione più amara non è quella che viene dai nemici della fede, ma dagli zelanti custodi della dottrina. Gesù aveva ammonito “verrà l’ora in cui chiunque vi ucciderà crederà di rendere culto a Dio” (Gv 16,2), e che i nemici uno li ha in casa (“i nemici dell’uomo saranno quelli della sua casa”, Mt 10,36; Mi 7,6), e proprio quelli che avrebbero dovuto accogliere con gratitudine e sostenere padre Ortensio e i suoi preziosi studi, lo hanno ostacolato e ne sono stati i duri avversari.

Padre Ortensio ha affrontato ogni situazione, anche la più difficile, sempre a testa alta, senza risentimenti o rancore, ma esprimendo compassione per l’impreparazione, per non dire incompetenza, con cui operavano molti vescovi. E se si permetteva di contestare l’istituzione ecclesiale, non era perché la sentisse come un’avversaria, ma perché desiderava ardentemente vederla più vicina alla buona notizia predicata da Gesù Cristo. E anche se gli era stato proibito tutto, di celebrare, scrivere, lui con un lampo d’arguzia esclamava: “Ma non mi hanno proibito di pensare!”.

Per padre Ortensio, la gerarchia non sembrava essere sufficientemente informata su tutta la panoramica del rinnovamento biblico-teologico e sull’ambito sconfinato della ricerca esegetica. Per Ortensio, i “maestri” non si improvvisano e, se non si sono frequentate le debite scuole, ogni rivendicazione è indebita, abusiva. Con l’arguzia e l’ironia che lo ha sempre contraddistinto, affermava che non è sicuro che Dio faccia tanti miracoli oltre quelli che compie ogni giorno nel mandare avanti la macchina cosmica, ma, nel caso che dovesse compierne qualcuno, il primo potrebbe essere quello di insegnare ai vescovi a tacere, dato il troppo parlare che hanno fatto sinora.

Un altro dato che secondo padre Ortensio la gerarchia stentava a capire e ad accettare, è che dal tempo della rivoluzione francese la società era diventata liberale, cioè riconosceva a tutti, non solo ai principi, il diritto di pensare e di vivere nel modo più rispondente alla propria mente e al proprio spirito. Purtroppo questa aria democratica ancora non ha fatto il suo ingresso nei regimi teocratici e neanche nella cattolicità che conserva al suo interno alcune, troppe autorità sovrastanti, per non dire oppressive del popolo credente.

Padre Ortensio denunciava la contraddizione di una Chiesa che si definiva “società perfetta”, un’accolta di amici, di eguali, di fratelli, tutti figli dello stesso Padre ma di fatto era solo una monarchia ereditaria, poiché anche se il potere non si trasmetteva di padre in figlio, si ritrovava sempre distribuito fra la solita cricca di amici. Il Vaticano II ha è provato a spezzare questa concatenazione, ma senza riuscirvi. I gerarchi della chiesa si dicono “servi”, o più ancora “servi dei servi”, ma di fatto signoreggiano come comuni sovrani. E questo per padre Ortensio era il grande intralcio alla comunione ecclesiale; se non lo si rimuoveva non si sarebbe mai arrivati alla vera pace nella Chiesa. Ma quel che è ancora più grave, e padre Ortensio lo sapeva perché lo ha pagato duramente di persona, è il misconoscimento, da parte della gerarchia, della libertà di coscienza, di quel pluralismo che non è altro che la condizione insostituibile per poter continuare a vivere in armonia e pace in un mondo plurietnico e multiculturale. Ma le ragioni del disaccordo o dissidio tra padre Ortensio e quelli che si considerano i “capi” sono molto più gravi e più profonde.

Nella chiesa post-conciliare si ritrovano due orientamenti quasi opposti, e fin che rimangono tali, inconciliabili: quelli che credono all’autorità del Concilio e ne urgono la piena attuazione, e quelli che non solo non la invocano, ma la contrastano e la rifiutano, quasi la condannano.

Di fatto i padri del Vaticano II hanno avuto l’intuizione di ridimensionare l’identità e le funzioni della gerarchia, invitandola a ricollocarsi in mezzo al popolo, non in un recinto privilegiato, ma dispersa nella moltitudine, per cercare insieme a tutti di capire la volontà divina, senza pensare di interporsi come anello di congiunzione fra cielo e terra. Un capovolgimento così inatteso e così radicale che i vescovi, almeno a parole, non hanno potuto rifiutare, ma di fatto neanche hanno pienamente accettato, poiché hanno preferito tenersi saldi al Concilio di Trento e più ancora alle decisioni del Vaticano I. Per fortuna, nell’ultimissimo periodo della sua esistenza, padre Ortensio ha fatto in tempo a intravvedere l’inizio di un clima nuovo con l’avvento di papa Francesco, il quale nonostante molteplici resistenze negli ambienti conservatori, porta avanti quel che Ortensio aveva profeticamente scritto nel lontano 1975 nel suo libro La conversione della Chiesa (Cittadella).

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