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“Gesù, questo sconosciuto”: il suo volto più fragile

don Francesco Cosentino

Nel libro “Non è quel che credi”, che ho pubblicato di recente, ho scritto che solo ritornando a Gesù possiamo spalancare una finestra su Dio e conoscere il Suo vero volto, contro tutte le false immagini di Lui che spesso ci costruiamo. Il Messia di Nazareth continua ad esercitare il suo fascino anche in un tempo come il nostro, segnato dall’indifferenza e dal secolarismo, Ma, al di là di certi cliché e di certe immagini tradizionali, lo conosciamo davvero?

“Gesù, questo sconosciuto” vuole essere allora affascinante viaggio alla scoperta di alcuni tratti inediti e forse “sconvolgenti” dell’Uomo di Nazareth. È un invito a ritrovare in Gesù il vero volto di Dio, ma anche a entrare nei nostri conflitti, nelle paure, nelle speranze che ci animano, e chiederci che il Signore può ancora dirci, oggi.

La prima immagine di Gesù su cui vorrei soffermarmi è “Gesù il fragile”. A noi, abituati a chiamare Dio “onnipotente” potrebbe suonare strano, ma Gesù è il Dio che si è fatto carne e ci mostra che Dio è disceso negli abissi dell’umanità e, senza paura, si è contaminato con il fango di cui siamo plasmati.
La storia di Gesù inizia come quella di tutti gli uomini: con la fragilità della nascita. Dio è un bambino indifeso che giace in una mangiatoia e non un guerriero che domina il cielo e distrugge i nemici. Egli deve affidarsi completamente alle cure di Maria e Giuseppe, all’autorità di Simeone nel Tempio e alle leggi della natura. Ha voluto così condividere sul serio e dal di dentro la nostra umanità.

All’inizio della sua missione, Gesù viene sospinto dallo Spirito nel deserto. Ho sempre pensato che il Padre, per prepararlo a condividere la fragilità della vita umana, lo abbia indirizzato nel luogo in cui, come noi, avrebbe potuto sentire non solo i crampi della fame, ma anche l’aridità e la solitudine. Nel deserto viene anche tentato, vive un conflitto interiore e, così, anche noi possiamo sentirlo vicino quando siamo tentati e possiamo sentirci capiti e accompagnati da Lui quando viviamo i nostri conflitti.
Apparendo sulla scena pubblica, Gesù non si presenta con segni straordinari né compie miracoli, ma fa una cosa sconvolgente: si mette in fila con i peccatori presso il Giordano, per farsi anche lui battezzare da Giovanni Battista. Dio si immerge nelle acque della nostra fragilità, si confonde nei frammenti della nostra umanità ferita. Uomo tra gli uomini, pienamente solidale con la nostra vita.

Molte altre volte Gesù manifesta la propria umanità. Non nasconde la stanchezza, sente i morsi della fame e della sete, ha bisogno di rifocillarsi in casa di due amiche. E, quando muore il suo amico Lazzaro, piange amaramente. Il Figlio di Dio che restituirà la vita all’umanità non indossa la maschera dell’apparenza dinanzi al lutto. Non ci nasconde il dolore della morte, ma lo sperimenta attraverso le lacrime come tutti noi. Non annulla il dolore dell’addio Colui che, pure, è l’autore della vita. Non teme di farsi vedere nella fragilità di colui che ama e che, ora, piange l’amico che non c’è più.

Il punto più alto della fragilità di Gesù è la Sua morte in Croce. Lì Gesù ci svela che Dio ci salva non col la potenza e con la forza, ma accogliendo la nostra debolezza e portando nel suo cuore e sul suo corpo la nostra esistenza segnata e ferita. Prima di morire, nel Getsemani, Gesù ha sperimentato su di sé tutte le nostre paure, le angosce profonde che a volte ci abitano dentro, l’oscurità che ci assale in certe situazioni della vita. Ha sudato, si è rattristato, ha avuto paura. Fragile con i fragili.

Un tempo si insegnava a nascondere le proprie fragilità e debolezze. Molti sono cresciuti con l’idea di una perfezione esteriore, che non ha permesso loro di entrare mai veramente a contatto con la vulnerabilità della propria vita. Essi hanno dovuto fingere per una vita intera, per salvare il buon nome della famiglia e non sconvolgere troppo il contesto del paese. In forme diverse, qualcosa del genere esiste anche oggi nella misura in cui la società e i luoghi del nostro vivere quotidiano ci chiedono di essere sempre vincenti, sorridenti, forti. Essere fragili, chiedere aiuto, lasciare che le ogni tanto scenda qualche lacrima è sinonimo di debolezza e, se c’è, meglio non farla vedere.

Guardando la storia di Gesù possiamo imparare ad amare la nostra fragilità. Senza farne un alibi né farci paralizzare da essa, possiamo accoglierla con tenerezza e smettere di trattarci duramente o di nascondere i nostri difetti e i nostri punti deboli. Possiamo lasciare cadere quella rigida armatura che usiamo solo per mostrare il nostro lato vincente e vivere finalmente le emozioni, i sentimenti e le paure che ci portiamo dentro.

Gesù ci fa vedere che la meraviglia della nostra vita non sta nella forza e nella perfezione, ma nella fragilità: solo i fragili, infatti, riescono ad avere il cuore aperto, morbido, trafitto dall’amore. Solo i fragili sanno stupirsi e commuovere. E anche Dio – sembra dirci Gesù – non è il Dio della potenza che ti vuole perfetto, ma il Padre che accarezza la tua vita e ti accoglie così come sei.

Ho bisogno di un Dio fragile, che mi sappia comprendere e ascoltare. Che si sieda vicino a me quando temo la solitudine, la paura, il dolore e il deserto. Che non generi paura, ma sia capace di accogliere le mie angosce e lenire con amore i miei errori.

Quando guardiamo a Gesù, troviamo questo Dio fragile. E a Lui possiamo affidare senza paura i vetri rotti della nostra vita.

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