B. Salvarani Pedofilia nella Chiesa: La posta in gioco

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Una celebre canzone – Anthem – di un cantautore a me e a tanti particolarmente caro, il canadese Leonard Cohen, contiene un verso che nei giorni scorsi mi è tornato alla mente più volte: «C’è una crepa in ogni cosa / ma è da lì che entra la luce». In occasione dell’Incontro sulla protezione dei minori nella Chiesa, svoltosi a Roma tra il 21 e il 24 febbraio scorsi, a dire il vero, è emersa la sensazione che la piaga della pedofilia e dei suoi dintorni rappresenti ben più di una semplice crepa nella realtà di una cattolicità apparsa nell’occasione ben più peccatrice che santa.


identità e futuro della Chiesa

E anche senza seguire alla lettera l’ipotesi di lavoro di un corposo volume uscito in otto lingue in quegli stessi giorni, Sodoma di Frédéric Martel (Feltrinelli 2019), inchiesta che mescola la misoginia del clero, la crisi abissale delle vocazioni presbiterali, la cultura del silenzio in caso di abusi sessuali, le dimissioni di Benedetto XVI e la guerra contro papa Francesco per offrire un mosaico ecclesiale di una desolazione senza pari, è indubbio che la posta in gioco nella discussione che si è tenuta in Vaticano – condotta senza retorica né sconti, va detto subito – non riguarda soltanto l’immagine esterna della chiesa cattolica, per toccare piuttosto la sua identità profonda e soprattutto il suo futuro. La sua credibilità nell’annunciare il vangelo in un contesto che registra, nella cosiddetta cultura occidentale, la fine conclamata del regime di cristianità e insieme la necessità di rivedere da capo a fondo, da parte della Chiesa stessa, stile di vita e linguaggi.
Perché è un caso, quello degli abusi sui minori in ambito ecclesiale, in cui la naturale fragilità umana tracima in un peccato assai grave; e rispetto al quale la pur necessaria richiesta di perdono alle vittime, collegata all’ovvia conversione del cuore, non appare per nulla sufficiente a rendere conto dell’enorme danno provocato, se non si prenderanno le misure necessarie a debellare il fenomeno nelle sue cause (molteplici). Fra le quali, in sintesi: la mancata riforma della formazione del clero nei seminari; il mancato forte contrasto alla sessuofobia, male atavico e non scomparso, nonostante i passi in avanti fatti; la mancata riflessione, anche in campo teologico, del ruolo di maschi e femmine nelle comunità ecclesiali; e altro ancora. In vista, beninteso, della fine di un sistema troppo spesso affollato di coperture, insabbiamenti, abusi di potere prima ancora che sessuali.
Come si può immaginare, il cammino sarà, prevedibilmente, lungo, e non facile: ma era importante cominciare a dire le cose come stanno, e come dovrebbero invece stare. E lo si è fatto, lavando i panni sporchi in pubblico. Anche se l’assemblea si è spaccata sulle ragioni dell’accaduto, con i conservatori a puntare il dito sull’omosessualità, che a loro dire costituirebbe la causa prima degli abusi sessuali (peraltro, questo non spiegherebbe le violenze sulle donne); e la maggioranza, vicina alle posizioni di Francesco, a indicare piuttosto nel clericalismo e nel potere la radice degli abusi e a suggerire la creazione di strutture di ascolto autonome, con il coinvolgimento di laici, uomini e donne, collaborazione e denuncia alle autorità civili, riforma del segreto pontificio, rimozione di preti colpevoli e vescovi collusi o complici.

clericalismo in discussione

Convocato il 23 novembre 2018, l’appuntamento era stato preparato dall’opera del comitato organizzativo (i cardinali Cupich di Chicago e Gracias di Mumbai, monsignor Scicluna, segretario aggiunto della Congregazione della dottrina della fede, padre Hans Zollner, membro della pontificia commissione per la tutela dei minori) con la collaborazione di Gabriella Gambino e Linda Ghisoni (sottosegretarie nei dicastero per i laici) e del moderatore di aula, padre Federico Lombardi.
Ne è uscito, si è scritto, una sorta di sinodo anomalo, al quale erano stati convocati i presidenti delle conferenze episcopali mondiali, rappresentanti dei religiosi e religiose, i leader delle chiese cattoliche orientali,
alcuni prefetti dei dicasteri romani, la pontificia commissione per la tutela dei minori, nonché alcune vittime di abusi: in tutto, circa duecento i partecipanti.
Nel complesso, sono stati quattro giorni molto intensi, con nove relazioni (guidate dalla scansione di responsabilità, accountability, cioè il rendere conto, e trasparenza), dodici ore di lavoro di gruppo, ascolto delle testimonianze, preghiere, una liturgia penitenziale e la celebrazione eucaristica finale, con l’intervento conclusivo di Bergoglio. Il quale, va ricordato, già l’estate scorsa aveva firmato una sentita Lettera al popolo di Dio, offrendo di questa crisi una chiave ecclesiologica, e non più, come si faceva in passato, esclusivamente morale, e coinvolgendovi la sua idea di Chiesa in uscita, destinata a mettere radicalmente in discussione il tradizionale clericalismo cattolico, inteso come sistema di potere e stile di vita, ancora imperante in troppe componenti del cattolicesimo mondiale. È qui che il papa ravvisava il peccato maggiore della Chiesa, visto che «è impossibile immaginare una conversione dell’agire ecclesiale senza la partecipazione attiva di tutte le componenti del Popolo di Dio». Anzi, di più: «ogni volta che abbiamo cercato di soppiantare, mettere a tacere, ignorare, ridurre a piccole élites il popolo di Dio abbiamo costruito comunità, programmi, scelte teologiche, spiritualità e strutture senza radici, senza memoria, senza volto, senza corpo, in definitiva senza vita».
Ora, il suo discorso finale nel summit di febbraio ha aperto ulteriormente, in forma propositiva e non difensiva, e su scala planetaria: «la piaga degli abusi sui minori è un fenomeno storicamente diffuso in tutte le culture e le società». E se sono scarsi gli studi affidabili al riguardo, le tracce indicate dagli organismi internazionali e accademici risultano quanto mai preoccupanti. La stima dell’Oms (Organizzazione Mondiale della Sanità) è di un miliardo di minori sottoposti a violenze; per l’Unicef gli abusi sessuali toccherebbero almeno centoventi milioni di bambine, mentre secondo l’Onu in trentotto paesi a basso reddito diciassette milioni di donne testimoniano di una violenza sessuale nell’infanzia, in cui gli abusatori sono spesso le figure familiari: genitori, parenti, allenatori, educatori, e così via. Un abisso che, inoltre, ha trovato un nuovo alimento nello sviluppo del web.

gli impegni del papa e le reazioni degli abusati

Un quadro di fronte al quale il papa, a nome della Chiesa, ha preso otto impegni: tutela dei bambini (proteggere i piccoli e difendere le vittime); serietà impeccabile (consegnare alla giustizia chiunque abbia commesso tali delitti); purificazione (impegno nella santità dei pastori); formazione (esclusione dal ministero delle personalità problematiche); verifica delle linee guida delle conferenze episcopali; accompagnare gli abusati (ascolto, sostegno, guarigione); mondo digitale (consapevolezza per gli ecclesiastici e richiesta ai paesi e autorità internazionali di nuova disciplina); turismo sessuale (da denunciare).
Diverse e contrastanti, c’era da aspettarselo, sono state le reazioni dell’opinione pubblica di fronte all’incontro (che, per di più, ha dovuto amaramente registrare, in chiusura, le notizie rimbalzate dall’Australia della condanna del cardinale George Pell, ministro dell’economia vaticana e facente parte del Gruppo dei Nove per la riforma della Curia, prontamente destituito dall’incarico, per vicende di pedofilia contro alcuni ragazzini quando era arcivescovo di Melbourne).
Le lamentele maggiori sono venute da chi è stato abusato da vescovi o preti, che avrebbero voluto gesti diretti e immediati, come la destituzione hic et nunc di qualche prelato coinvolto.
Per capire meglio l’accaduto, e per ipotizzare cosa accadrà, occorre fissare alcuni paletti. A partire dal fatto, a mio parere acclarato, che è occorsa una buona dose di parresìa da parte di Bergoglio per decidere di coinvolgere direttamente cardinali, patriarchi, vescovi e religiosi dell’intero pianeta in una liturgia penitenziale in cui si sono autoaccusati, «come persone e come istituzione», inducendoli a transitare da un atteggiamento difensivo-reattivo a tutela dell’istituzione a una ricerca sincera e decisa del bene comunitario, «dando priorità
alle vittime di abusi in tutti i sensi».
Ma c’è stato bisogno di parecchio coraggio, altresì, a inventarsi un inedito summit mondiale (né un Sinodo né tanto meno un Concilio, eventi tipicamente riservati al clero), che, «in maniera sinodale», ha visto pienamente partecipi i laici, fra i quali non poche donne. Vale a dire, come ha rimarcato lo stesso Francesco nell’intervento già citato, «il volto migliore della Chiesa», quello del «santo e paziente popolo di Dio»: «e sarà proprio questo santo popolo di Dio a liberarci dalla piaga del clericalismo, che è il terreno fertile per tutti questi abomini». In quanto battezzati, infatti, siamo tutti coinvolti, chiamati a riconoscerci nell’indicibile sofferenza degli abusati e nelle responsabilità di quanti si sono macchiati, direttamente o indirettamente, di simili colpe. L’antico adagio di Sant’Ambrogio, nel Commento al Vangelo di Luca, che indicava la Chiesa come casta e meretrice a un tempo, ritrova qui tutta la sua autenticità, in chiave di senso e di appello.

una voce femminile sulle ferite della Chiesa

Ancora, è servita non poca lungimiranza a spiegare, come ha fatto il papa dopo aver ascoltato la relazione di una donna, la dottoressa Linda Ghisoni, che quest’ultima non era stata invitata a intervenire in virtù di un improbabile femminismo ecclesiastico, ma perché chiamare a parlare una donna sulle ferite della Chiesa significa invitare la Chiesa a parlare su se stessa, sulle ferite che ha. Ed è «questo è il passo che noi dobbiamo fare con molta forza», ha ripreso Francesco, riconoscendo che «la donna è l’immagine della Chiesa che è donna, è sposa, è madre», e ne porta lo stile; tanto che «senza questo stile parleremmo del popolo di Dio ma come organizzazione, forza sindacale, non come famiglia partorita dalla madre Chiesa». Certo, bisognerà assegnare maggiori funzioni alla donna nella Chiesa, ma così non si risolve il problema, pensa il papa, «si tratta di integrare la donna come figura della Chiesa nel nostro pensiero, pensare la Chiesa con le categorie di una donna». Parole che hanno fatto dire a Marinella Perroni, biblista e fondatrice del Coordinamento Teologhe Italiane, di una potenziale «svolta storica», perché, «se finora solo la maschilità ha fatto da modello per la Chiesa, l’idea che possa diventare figura della Chiesa anche la realtà delle donne appare una prospettiva di ampio respiro, tutta da approfondire e rilanciare». Sino a farle proporre «un Sinodo sui battezzati maschi e femmine», che affronti «la questione dei maschi, perché o i maschi accettano di essere una parte dell’umanità e allora si capiscono dentro l’umanità come parte di essa, oppure siamo sempre alla pretesa di parlare delle donne, sopportare le donne, aver pazienza che le donne facciano i loro percorsi».

l’ora della responsabilità

In una dichiarazione finale il moderatore, padre Lombardi, ha indicato le iniziative concrete che si faranno partire dopo il summit: un prossimo motu proprio papale per rafforzare la prevenzione e il contrasto contro gli abusi sui minori e sulle persone vulnerabili, la pubblicazione di un Vademecum che aiuti i vescovi a comprendere doveri e compiti, la creazione di una task force di persone competenti per aiutare le conferenze episcopali e i vescovi in difficoltà.
Dopo il disorientamento e la paura, in effetti, è ora giunto il momento della decisione e della responsabilità. Ripetiamolo: la partita è appena iniziata, e non si tratterà di un match agevole da condurre in porto.
Resta, in ogni caso, la novità – per certi versi, straordinaria – di un primo e indispensabile mutamento di paradigma, se è vero che, finalmente, la voce delle vittime, i loro racconti, i loro appelli, si sono fatti strada con vigore, dolore e passione nelle spesse mura vaticane. Quelle vittime così sovente emarginate, o addirittura zittite, da uomini di Chiesa zelanti ma soprattutto insabbiatori, per alcuni giorni sono diventate le autentiche protagoniste del dibattito pubblico. Come recita una famosa storia chassidica, quella del nonno storpio, che si conclude con la seguente morale: così vanno raccontate le storie, in modo tale che siano esse stesse un aiuto. Un aiuto, qui, perché le cose cambino davvero, senza paura di incidere sulla viva pelle di una Chiesa ferita una piaga che rischia seriamente di comprometterne la fedeltà al vangelo. Ciò per cui essa esiste; ciò senza la quale diverrebbe del tutto inutile, priva di sapore e di senso.

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