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Il volto femminile della Chiesa - intervista a Adriana Valerio

Il volto femminile della Chiesa 
Subordinato o da riconoscere? 
Va superato il clericalismo
intervista a Adriana Valerio, a cura di Enrico Lenzi



La teologa e docente di storia del cristianesimo: un grosso ostacolo sono le logiche di potere ancora presenti nelle gerarchie.

Le donne «sono parte della Chiesa», ma non hanno ancora raggiunto un ruolo da protagoniste. Per Adriana Valerio, teologa e docente di Storia del cristianesimo e delle Chiese all’Università Federico II di Napoli, di strada ne resta ancora da fare. Se infatti non si può negare che «un’immagine di subalternità» delle religiose «sia vera», non va dimenticato che «tante religiose oggi sono impegnate in prima linea in vari campi». Ma la piena parità uomo e donna sembra avere ancora un grosso ostacolo da superare: «Le logiche di potere presenti ancora oggi nelle gerarchie ecclesiastiche».

Fanno discutere alcune affermazioni di Lucetta Scaraffia su come la Chiesa vive la presenza femminile al proprio interno. Dal suo osservatorio e dalla sua esperienza come potremmo definire questo rapporto tra Chiesa e mondo femminile?

La domanda è mal posta perché fa pensare a una contrapposizione tra Chiesa e donne, come se queste ultime non facessero parte della comunità ecclesiale. Come disse madre Luke Tobin, uditrice al Concilio Vaticano II, «Noi donne non siamo una categoria a parte. Noi, con gli uomini, siamo la Chiesa». Forse lei pensa alla gerarchia e al suo rapporto con le donne: un rapporto complesso e contraddittorio - così come ho messo in evidenza nel mio libro Donne e Chiesa (Carocci 2017) -, che, proprio a partire dal Concilio, le donne tentano di cambiare nella prospettiva di una Chiesa intesa come comunionalità condivisa di servizi e compiti, nella quale ci sia una reale corresponsabilità tra donne e uomini.

Spesso si sente parlare di sostanziale marginalità della donna nella Chiesa: le suore diventano una sorta di colf di preti e vescovi, le donne vanno bene a pulire in chiesa, ma non vengono coinvolte nelle fasi decisionali. Siamo davvero davanti a un ambiente così maschilista?

Questa immagine di subalternità della religiosa a servizio del clero in parte è vera - e certamente lo è stata per il passato -, ma è riduttiva perché penalizza le tante religiose che oggi sono impegnate in prima linea in vari campi: dal pastorale al teologico, da quello dell’impegno civile a quello delle attività di promozione umana. Donne che si spendono come soggetti attivi nelle comunità che, soprattutto nel Terzo mondo, animano con dedizione e coraggio.

Papa Francesco ha più volte detto della necessità di aprire di più la Chiesa alle donne: ne ha nominate alcune anche in ruoli chiave, e spesso ne valorizza la testimonianza cristiana. Segno di un inizio di cambiamento?

Le parole di papa Francesco tese a promuovere il ruolo delle donne nella Chiesa, vanno inserite all’interno di cambiamenti più radicali che il Pontefice prospetta in una Chiesa povera e aliena dal potere. Solo il processo di superamento dell’egemonia clericale - come lui stesso auspica - può offrire spazi per una diversa presenza femminile nella realtà ecclesiale che deve studiare criteri e modalità nuovi affinché le donne si sentano non ospiti, ma pienamente partecipi nella vita della Chiesa.

Lei partecipa al coordinamento delle teologhe italiane. Sembra un altro campo in cui la donna appare destinata a essere ai margini. È così?

Direi proprio di no, nella misura in cui il Coordinamento delle Teologhe Italiane è un soggetto autonomo con progetti culturali, convegni e pubblicazioni. È un’associazione con più di 150 socie che posseggono titoli accademici, che insegnano in istituti e facoltà teologiche e laiche, partecipando ad altre associazioni (biblica, pastorale, morale, liturgica...) spesso con la stima degli altri colleghi. Certo, la strada è sempre faticosa, perché gli incarichi sono a progetto e il ruolo della teologa non rientra nei lavori professionali rimunerati.

Si parla della necessità di ritrovare un’alleanza uomo-donna dopo anni di rivendicazioni e sbandamenti. Da dove ripartire?

Direi di ripartire da quegli obiettivi non raggiunti, da quelle richieste di piena uguaglianza e di inclusione attiva delle donne, corresponsabili, come l’uomo, della vita ecclesiale. Riconoscere dignità e autorevolezza alle donne significa accettare che partecipino ai processi decisionali. Non consentire alla donna capacità di governo comporta relegarla nella non visibilità, nella minorità di una condizione umana che richiede la presenza della mediazione maschile che controlla, approva, giudica e dirige. Accetterebbero mai gli uomini-maschi di vedersi rappresentati da un Concilio o da un Sinodo di sole donne che prendono decisioni anche per loro? Le ridicolizzerebbero, ne riderebbero o insorgerebbero. Se la donna e l’uomo sono entrambi a immagine di Dio, si deve fare in modo che questa sia reale, ripartendo da questa alleanza.

Sul ruolo della donna la Chiesa rispecchia vizi e virtù della società del nostro tempo o è su un’altra strada?

Le società e le Chiese, che hanno riconosciuto parità di diritti e di responsabilità tra uomo e donna, sono certamente più avanti della nostra Chiesa cattolica. Le logiche di potere presenti ancora oggi nelle gerarchie ecclesiastiche non aiutano a rinnovare la vita ecclesiale che deve essere soprattutto fedele ai valori dell’annuncio evangelico, allo stile e alle parole di Gesù di Nazaret, alieno da ogni forma di dominio, di casta e di discriminazione.

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