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Enzo Bianchi "Assunzione della Beata Vergine Maria"

15 agosto
commento al Vangelo

Lc 1,39-56

Lo specifico del cristianesimo è la speranza della resurrezione, la certezza che la morte non ha l’ultima parola sulle vicende degli uomini e della creazione intera. E questo per una ragione molto semplice, ricordataci da Paolo: «Cristo è risorto dai morti, primizia di coloro che sono morti» (1Cor 15,20); è lui «il primo nato tra quelli che sono morti» (Col 1,18), è lui che ci ha aperto la strada e ora ci attende nel Regno. Eppure dobbiamo riconoscere la nostra enorme fatica ad aderire a questa realtà, di cui ogni eucaristia è memoriale. In altre parole, crediamo davvero nella vita eterna che ci attende dopo la nostra morte?


La festa dell’Assunzione della Vergine Maria, del suo Transito da questo mondo al Padre si colloca proprio al cuore di questa domanda. Nel tentativo di rispondere ad essa la chiesa indivisa ha compreso fin dai primi secoli che in Maria, madre del Risorto, donna che aveva acconsentito in sé al «mirabile scambio» tra Dio e l’uomo, era anticipata la meta che attende ogni essere umano: l’assunzione di tutto l’umano e di ogni essere umano nella vita di Dio, per sempre; «Dio tutto in tutti» (cf. 1Cor 15,28). E così la grande Tradizione della chiesa è giunta gradualmente a proclamare Maria al di là della morte, in quella dimensione altra dell’esistenza che non sappiamo chiamare se non «cielo»: Maria è terra del cielo, è primizia e immagine della chiesa santa nei cieli!

Affermare questo di Maria non richiede di compiere complesse indagini sull’evento della sua morte. Al contrario, per chi ha «un cuore capace di ascolto» (cf. 1Re 3,9), è sufficiente andare all’inizio della vicenda di Maria, narrato nel brano evangelico odierno: l’incontro tra Elisabetta e Maria, celebrato da quest’ultima con il canto del Magnificat. È un testo dalle inesauribili profondità che, letto oggi, ci dice una cosa semplicissima e fondamentale: la vita eterna per ciascuno di noi comincia qui e ora, a misura della nostra capacità di amare ed essere amati, un amore che manifesta la verità della nostra fede e della nostra speranza.

Dopo l’annuncio dell’incarnazione ricevuto dall’angelo, a cui aveva risposto: «Eccomi, sono la serva del Signore, si compia in me la sua Parola» (cf. Lc 1,38), senza alcun indugio Maria, che già porta nel suo grembo Gesù, si reca presso la cugina Elisabetta; essa è animata dal desiderio di essere vicina a una donna sterile eppure incinta per opera della misericordia di Dio, cui nulla è impossibile (cf. Lc 1,37; Gen 18,14). L’amore della giovane vergine di Nazaret riempie di Spirito santo, cioè di amore, l’anziana Elisabetta, la quale riconosce prontamente nella fede di Maria l’origine di tale circolazione d’amore: «Beata colei che ha creduto che le parole del Signore si compiono!».

Maria risponde a questa acclamazione intonando il Magnificat, leggendo cioè nell’oggi le meraviglie operate in lei da Dio, le grandi opere di salvezza riassunte e ricapitolate nel frammento della sua esistenza; la sua esultanza sa aprirsi al non-ancora di quella giustizia che sarà piena solo nel Regno, quando finalmente gli affamati saranno ricolmi di beni e gli ultimi saranno i primi… Tutto ciò si radica in qualcosa di concretissimo. Maria riconosce lo sguardo di amore di Dio su di lei: «Dio ha guardato l’umiltà, la piccolezza della sua serva», con quell’amore che chiede solo di essere accolto. Forse che a questo amore non sarà possibile anche richiamare tutti noi alla vita senza fine, trasfigurare i nostri corpi di miseria in corpi di gloria (cf. Fil 3,21)?

Sì, la fede di Maria e il suo amore, un amore che si fa agire concreto per gli altri perché concretamente è stato sperimentato su di sé, dicono meglio di tante parole la sua capacità di vita piena, quella vita che non può esaurirsi qui sulla terra. Questo farsi carne dell’amore di Dio e questo ingresso di ogni carne nello spazio di Dio è quanto dovremmo ricordare cantando ogni sera il Magnificat. Questo dovremmo vivere e sperare ogni giorno, per noi e per tutti.

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