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E. Bianchi La giustizia del pane spezzato con gli altri

La Repubblica, 29 novembre 2014
di ENZO BIANCHI 

dal sito del Monastero di Bose


Affermare che “il cibo siamo noi” suggerisce due approfondimenti complementari. Da un lato significa che se noi, come ogni essere animale, “siamo quello che mangiamo”, in quanto umani “siamo” però anche “come mangiamo”: la cura con cui ci procuriamo e cuciniamo il cibo e le modalità in cui lo consumiamo costituiscono parte integrante del nostro nutrimento e ne influenzano il conseguente metabolismo.
Pensare e vivere il cibo come alimento condiviso significa comprendere in profondità che ciò che ci fa vivere è il rapporto con l’altro, il dare e il ricevere il cibo, non il semplice appropriarsene e consumarlo. Oggi più che mai abbiamo consapevolezza della dimensione globale legata alla condivisione o all’accaparramento degli alimenti: ne conseguono istanze di giustizia e di solidarietà, a cominciare dall’indispensabile rispetto per tutti gli uomini e le donne che lavorano nella filiera alimentare primaria e per i loro diritti inalienabili. Quanti coltivano, raccolgono, trasformano e cucinano gli alimenti che ogni giorno arrivano sulla nostra tavola non sono e non devono essere estranei: sono infatti il “prossimo” che rende il cibo “vicino” a noi, alla nostra portata. Per questo il momento dell’assunzione del cibo dovrebbe sempre rivestire un carattere culturale, essere accompagnato da un ringraziamento per quanto ricevuto e da una concreta condivisione della gioia del pasto. Non è vero nutrimento ciò che viene ingurgitato come semplice carburante, senza consapevolezza, in una frettolosa solitudine, senza parole, gesti, silenzi ricchi di senso.

D’altro lato, se “il cibo siamo noi”, allora ognuno è anche alimento dell’altro, lo nutre, lo fa vivere: è la prima esperienza che ciascuno di noi compie e fa compiere appena nato. Se per il poppante il corpo della madre è il cibo, per la madre la fame del bambino, il suo corpicino che cresce è alimento ed energia vitale. Ma divenendo adulti, anche il reciproco legame vitale che unisce tra loro gli esseri umani conosce le patologie comunemente legate all’alimentazione: la bulimia e l’anoressia. Bulimia di chi, nel trarre nutrimento dall’altro, lo divora, lo consuma, ne nega l’alterità, ne cancella i diritti e la dignità, lo “assimila” senza rispettarne l’identità. Anoressia di chi rifiuta di considerare l’altro come alimento ed elemento vitale per la propria esistenza, di chi deliberatamente riduce al minimo o addirittura azzera completamente l’assunzione del “cibo” che l’altro è per lui, si rinchiude nell’autosufficienza ignorando il sapore dello scambio, la sapidità della provocazione da parte del diverso, il gusto dello stare insieme.

Le testimonianze di quanti hanno vissuto nei campi di concentramento o di prigionia ci ricordano come in tempi di dura carestia, lo scarsissimo cibo mangiato dall’uno era un sottrarre all’altro – anche senza furto – il minimo vitale e condannarlo a morte. Oggi, nei nostri paesi dell’abbondanza viviamo un paradossale capovolgimento: noi sottraiamo a quanti patiscono la fame – vicini o lontani da noi – non il cibo che mangiamo, bensì quello che sprechiamo. Li condanniamo a morte non perché, attanagliati dall’istinto di sopravvivenza, mangiamo noi soli il cibo destinato anche a loro, ma perché buttiamo via quanto ci è superfluo e potrebbe sfamarli. Ecco allora l’attualità della parafrasi del Padre nostro: come in ogni autentica invocazione, quando il credente chiede a Dio di realizzare qualcosa, in realtà contestualmente si impegna davanti a Dio a contribuire a tale realizzazione. Quindi “Da’ a loro il nostro pane quotidiano” significa “mi impegno a dare a chi è nel bisogno il mio pane quotidiano”, quel pane di cui non conosco più il sapore di condivisione che lo lega al “com-pagno”, al mio fratello e alla mia sorella in umanità, quel “Pane” che i prigionieri di guerra scrivevano con la lettera maiuscola nelle loro drammatiche missive ai familiari, quel pane che noi quotidianamente e colpevolmente gettiamo ogni giorno a quintali in discarica.

L’espressione “pane quotidiano” o, meglio ancora, “pane di ogni giorno”, contiene anche l’idea della “misura”: mensura cibi, come recitano le regole monastiche. Sì, c’è una quantità stabilita e limitata di pane da mangiare, proprio perché lo si possa spezzare e condividere così che tutti ne abbiano. Oggi, in tempo di opulenza, non siamo più sensibili alla “misura”, se non per ragioni dietetiche; ma in tempo e in luoghi di miseria a troppi poveri manca la possibilità di avere la “misura” necessaria di cibo. Capiamo allora perché il pane è sempre “nostro”, non è mai “mio”. Ora, se è “nostro” è anche “loro”, perché appartiene a tutti: alla tavola del mondo tutti sono convocati per mangiare e bere insieme. Mai senza l’altro a tavola, perché essa è la vita, è convivio, luogo del con-vivere.

Leggi anche Un abbraccio come quello tra Pietro e Andrea (La Stampa 30 novembre 2014)

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