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Savone - Omelie Giovedì e Venerdì Santo marzo 2013

Giovedì Santo 28 marzo 2013

Un ennesimo gesto di pazienza e di attenzione di Gesù verso i suoi. Leggo così quanto egli compì la sera della Cena con i suoi e per i suoi. Più volte, lungo il cammino che li portava a Gerusalemme, egli aveva lasciato intendere attraverso segni e parole quale fosse l’esito di quel viaggio. Aveva rivelato un Dio ad altezza d’uomo e tutte le volte aveva dovuto misurare l’abissale distanza dei suoi da quella prospettiva. Aveva fatto ciò che fa un adulto quando vuol parlare confidenzialmente con un bambino: si pone al suo livello. E, invece, aveva trovato gli apostoli irriducibilmente attestati su logiche di potere, perché avvertivano stretta quella misura. Così avevano continuato a litigare su chi di loro potesse essere il più grande, avevano sperimentato tensioni circa il ruolo da occupare una volta che Gesù avesse instaurato il suo regno.
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Venerdì santo 29 marzo 2013

Sembrava tutto irrimediabilmente perso. Tutto era finito conficcato a quella croce. Una volta di più era evidente che quell’uomo era un impostore, un bugiardo: non era stato in grado di salvare se stesso, come avrebbero potuto credergli? Tuttavia, proprio nel cuore del dramma, comincia a germogliare qualcosa di inatteso. Già quello stare delle donne e del discepolo amato era il segno che forse ci si può misurare con la morte non in modo univoco. Ma c’è una figura che quest’anno mi accompagna più delle altre e vorrei condividerla con voi. Si tratta di Giuseppe d’Arimatea. È colui che va da Pilato a chiedere il corpo di Gesù. Nessuno avrebbe messo in conto un tale gesto da parte di uno sconosciuto. Giuseppe è il primo frutto inatteso di quella morte. Quante volte su alcune persone non scommetteremmo affatto. Giuseppe attesta che non sempre il seme della Parola di Dio porta il frutto in modo immediato. Talvolta sono necessari anni perché esso possa germogliare.
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