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La speranza che viene dal Sinodo (Enzo Bianchi)

La Stampa, 28 ottobre 2012 

Si conclude oggi il sinodo dei vescovi della chiesa cattolica per una evangelizzazione rinnovata nel mondo contemporaneo, un mondo che muta rapidamente e che richiede ai cristiani un “aggiornamento”, per usare l’espressione coniata dal papa del concilio, Giovanni XXIII.
Sono passati ormai cinquant’anni da quell’evento atteso, preparato e vissuto come una nuova pentecoste: da allora, più volte la chiesa cattolica ha fatto ricorso allo strumento del sinodo per mettere a fuoco nuove problematiche e delineare scelte concrete per la vita dei cattolici. Così, per tre settimane, circa duecentocinquanta vescovi, provenienti dalle diverse terre in cui vivono i cristiani, si sono ascoltati, hanno ricercato insieme, hanno discusso e dialogato. Chiamato da Benedetto XVI a partecipare al sinodo in qualità di “esperto”, ho potuto essere testimone di questa assemblea di respiro mondiale e imparare ad assumere uno sguardo più informato e più attento sulle situazioni diverse e sui differenti problemi che attraversano la chiesa.

Sì, per la chiesa cattolica e per le chiese cristiane questo tempo sta sotto il segno della crisi: nelle terre di antica cristianità la trasmissione della fede conosce fatiche e intoppi, la chiesa registra una diminuzione di membri e di vocazioni al suo interno e, in una società segnata dalla secolarizzazione, appare a volte minoritaria, periferica, marginale. Inoltre, la cultura instauratasi come dominante è sì per molti versi ancora ispirata al cristianesimo, ma sovente i valori che appaiono emergenti e performativi – valori che privilegiano l’individualismo e la negazione di ogni forma di solidarietà e di vincolo comunitario – non sono certo di supporto alla vita cristiana. In occidente il cristianesimo è ormai una via religiosa tra le altre e l’indifferentismo della società consumistica mette in affanno i cristiani che vorrebbero aiutare il cammino di umanizzazione attraverso l’annuncio stesso del vangelo. D’altro canto, in continenti come il Sud America, l’Africa e l’Asia, la chiesa cattolica, oltre al confronto con le altre religioni “storiche”, conosce anche la concorrenza di sette cristiane, di spiritualità esoteriche e di fenomeni legati alla magia. Così, se il mondo è ancora “incantato”, potremmo dire “religioso”, tuttavia le chiese tradizionali sembrano incapaci di eloquenza.

È indubbio che oggi in Africa, in Medioriente, in Asia e ora anche nei paesi dell’occidente a causa dell’immigrazione, l’islam con le sue diverse componenti costituisce una presenza che interroga: i padri sinodali provenienti dalle chiese più direttamente implicate in questa non facile convivenza, hanno cercato di far conoscere con molto rispetto i loro problemi, le difficoltà che la dimensione missionaria incontra a causa della mancanza di libertà religiosa, il rischio che i cristiani – pur abitando da secoli, prima che l’islam apparisse, le terre ora a maggioranza musulmana – siano percepiti come “occidente”, quasi degli intrusi nel loro stesso paese, e siano spinti a emigrare. Proprio per questo ho trovato straordinario poter ascoltare le voci di questi vescovi, tutte testimoni di un impegno nel dialogo, prive di accenti aggressivi o toni da crociata. La chiesa è veramente mutata in questi ultimi cinquant’anni: non più ostilità verso gli “infedeli”, ma dialogo, comune responsabilità per il bene della società, ricerca di pace tra le religioni, libertà di coscienza, affermazione della necessaria “ragione umana” in ogni dottrina religiosa...

La chiesa non vuole promuovere un proselitismo che imponga il vangelo o seduca gli uomini, ma vuole che la buona notizia possa essere ascoltata da tutti, perché ogni essere umano ne ha il diritto. Per questo si impegna a evangelizzare innanzitutto se stessa e quindi a offrire una vita che abbia senso, un messaggio che affermi che l’amore vissuto può vincere la morte. Ma la chiesa nella sua opera evangelizzatrice è consapevole che il mondo non è un deserto, un vuoto senza bene e senza valori, bensì un mondo in attesa di risposte adeguate, un mondo ogni giorno abitato e plasmato dall’uomo che è sempre un figlio di Dio, una creatura fatta a immagine e somiglianza di Dio, dunque capace del bene, anche se a volte il male la ferisce e la rende disumana. Per annunciare il vangelo, i cristiani devono allora ascoltare il mondo, conoscerlo, leggerne le gioie e le sofferenze e, soprattutto, discernere in esso i “poveri”, gli ultimi, le vittime del potere e di quanti dispongono della ricchezza e non si curano degli altri. Se Gesù ha dichiarato di essere venuto a portare la buona notizia del vangelo ai poveri, la chiesa non può fare altrimenti perché, al seguito del suo Signore, è chiamata a essere innanzitutto chiesa povera e di poveri.

Se qualcuno si attendeva dal sinodo parole di speranza e di bontà per le quotidiane storie di amore che oggi appaiono faticose, contraddette e non sempre adeguate all’ideale di fedeltà e di unione proposto dal vangelo, queste parole sono state dette e ascoltate: si è ribadito a più riprese che l’amore del Signore resta fedele anche quando ci sono situazioni di infedeltà, perché la chiesa è casa di tutti i battezzati, anche di quelli che vivono situazioni di contraddizione al vangelo. Sì, l’evento del sinodo, ormai “ordinario” nella vita della chiesa cattolica, ha dato un messaggio di speranza ai fedeli, ma ha anche indicato a quanti non appartengono alla chiesa e se ne proclamano estranei che i cristiani che vivono in mezzo a loro partecipano senza esenzioni alla costruzione di una convivenza più umanizzata e sanno di dover essere portatori di fiducia e di speranza. La chiesa è impegnata più che mai nel dialogo con la post-modernità, nella consapevolezza che ciò che le risulta faticoso – ma che costituisce la sua opera più propria – è vivere il vangelo: questo il mandato ricevuto da Gesù. Realizzare il vangelo è compito sempre arduo, a volte appare persino impossibile, eppure ai cristiani questo solo è richiesto se vogliono assolvere l’unico vero debito che hanno verso tutti.

Enzo Bianchi 

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