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La parola della domenica 6 Maggio 2012 (Casati)


At 9,26-31
1 Gv 3,18-24
Gv 15,1-8

L'allegoria della vita. In questo discorso di addio. Quello che oggi abbiamo ascoltato - voi lo sapete - è un discorso di addio. Avviene una separazione.
E tu, Signore, ci dici che non avviene una separazione o meglio che la vera separazione non è questa, non è quella della morte. Sembra di riascoltare la sfida -perché di sfida si tratta- la sfida del Cantico dei Cantici: "più forte della morte è l'amore". Sembra il massimo della separazione la morte, la più grande delle aggressioni, il più grave allontanamento. E sta per avvenire. E tu, Gesù, con l'allegoria della vite e dei tralci paradossalmente parli di vicinanza, d'intimità. Più che vicinanza, intimità: l'uno nell'altro, i tralci nella vite. Sembra di riudire la prima pagina della Bibbia: ".....e i due -è scritto- uomo e donna, saranno una carne sola". Vite e tralci. Questa intimità che è superamento della distanza. Nell'immagine, nell'allegoria del Primo Testamento per dire l'amore di Dio per il suo popolo, i profeti, i salmi, dicevano che Dio è come il padrone della vigna, il padrone che si prende cura della sua vigna. Ma c'è ancora una distanza tra il padrone e la vigna, e qui la distanza è superata: "rimanete in me ed io in voi". Qualcuno può forse provare disagio di fronte a queste parole, quasi si alludesse a chissà quali esperienze mistiche, inaccessibili. E invece qui si parla di accessibilità: "voi in me ed io in voi", il massimo dell'accessibilità. "Rimanete in me ed io in voi..." che non sono parole così astratte, sono le parole che usa anche l'amore umano, parole che vanno a sottolineare l'importanza della relazione: al di là di tutto, al di là di ogni distanza. E quindi la cura della relazione; non basta abitare sotto lo stesso tetto, così come non basta celebrare riti nella casa di Dio, e cioé l'importante è la cura della relazione, di questa dimora del cuore. Qualcuno ha scritto che oggi nella chiesa si parla tanto di Dio, ma si parla poco con Dio. Quasi che il pericolo fosse dell'impallidirsi della relazione, della dimora del cuore. Quella dimora in Dio che ci permette di essere vivi e non rami secchi; i rami vivi li vedi germogliare e fiorire. Quei germogli e quei fiori dicono che sono inseriti in qualcosa di vivo. Ma se siamo secchi, avvizziti, senza cuore, senza pulsioni, senza dilatazione, se siamo secchi e diciamo di essere di Dio, di essere uniti a Dio, che brutta figura -perdonate- che brutta immagine di Dio: facciamo secco anche Dio. Come se Dio fosse lui pure avvizzito, rinsecchito, inerte. Ebbene, se vogliamo sfuggire all'astrattezza delle parole, facciamo un passaggio, quello che Gesù stesso opera nel brano di Vangelo che oggi abbiamo ascoltato. Notate il salto nel discorso. Gesù prima dice: "Rimanete in me ed io in voi". Alla fine dice: "se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi porterete molto frutto". Gesù ha la sua dimora in noi, se le sue parole hanno una dimora dentro di noi. Questi sono i giorni in cui i semi che tu hai messo a dimora nella terra cominciano a germogliare, le pianticelle che tu hai messo a dimora nella terra iniziano a fiorire. Metti a dimora nella tua vita, nel tuo cuore le parole di Gesù e ci saranno germogli, e anche frutti, molti frutti, secondo il Vangelo. Da ultimo -ma è solo un accenno- leggendo oggi il resoconto degli Atti degli Apostoli, mi sembrava di scorgere, anzi mi sconcertava la durezza degli inizi della vocazione di Paolo: sfugge ad un attentato, a Gerusalemme trova incomprensioni, persecuzioni, complotti... però trova anche fratelli che lo prendono con sé, che lo presentano, l'incoraggiano, ed egli poteva stare con loro, andava e veniva, fratelli che nel momento giusto lo salvano dal pericolo. È solo un accenno: vorrei dire, siccome la durezza del vivere non si è attenuata, pensate quale senso potrebbero avere e significare per noi oggi le comunità cristiane, le nostre assemblee, se anziché aumentare le nostre paure, le nostre frustrazioni, le nostre depressioni, sapessero dar fiato, infondere fiducia, incoraggiare, sostenere. Sarebbero una buona dimora, una dimora desiderata e fortunata per ciascuno di noi.
Fonte:sullasoglia

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