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II domenica di Quaresima (Famiglie Visitazione)

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Matteo 17,1-9
1In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. 2E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. 3Ed ecco, apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui.
4Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». 5Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo».
6All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. 7Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: «Alzatevi e non temete». 8Alzando gli occhi non videro nessuno, se non Gesù solo.
9Mentre scendevano dal monte, Gesù ordinò loro: «Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti».

 1) In quel tempo Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni: nei versetti precedenti Gesù ha fatto il primo annuncio della sua passione e ha invitato i suoi a seguirlo sulla via della croce. Ai discepoli che non capiscono, il Signore fa vedere in anticipo la luce della Pasqua, la gloria che lo aspetta.
2) Li condusse in disparte, su un alto monte: la scena è quella di un ritiro, i tre discepoli sono quelli che il Signore chiama con sé a pregare nel Getsemani (Mt 26,37). Questo alto monte, senza indicazione geografica, richiama i luoghi privilegiati della rivelazione di Dio, come ad esempio il Sinai.
3) E fu trasfigurato davanti a loro: è una anticipazione delle apparizioni del Risorto, con il suo corpo glorioso. Lo splendore del volto ricorda quello di Mosè (Es 34,29) quando scese dal Sinai con le tavole della legge. Lo splendore del volto e delle vesti richiama anche la visione apocalittica di Daniele (Dn 10,6).
4) Apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui: la conversazione di Gesù con Mosè (la Legge) ed Elia (i Profeti) è un’immagine molto viva della unità della Nuova e dell’Antica Alleanza. Mosè ad Elia sono spesso associati nella apocalittica giudaica alla venuta trionfale del messia, perché per entrambi la vicenda terrena si compie in modo misterioso: di Mosè non si sa dove sia la tomba, Elia è stato rapito in cielo, entrambi sono profezia del Risorto.
5) Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia: nelle parole di Pietro, rapito dalla bellezza della visione, ritorna l’idea di trattenere Dio dentro una casa, dentro un tempio. Ma non si può ingabbiare la potenza della parola di Dio che nel verbo fatto carne si è ormai indissolubilmente legata al movimento della storia degli uomini.
6) Questi è il Figlio mio, l’amato, in lui ho posto il mio compiacimento, ascoltatelo: l’apostolo in 2Pt 1,17 ricorda di aver ascoltato da Dio Padre questa voce dalla maestosa gloria. Pietro all’annuncio della passione ha detto Dio non voglia, questo non ti accadrà mai; pensava di rimanere lì sul monte lontano dalla strada che sale a Gerusalemme. Ma il Padre di Gesù non è il dio delle religioni di cui l’uomo tenta di servirsi; chiama invece a mettersi alla sequela di suo figlio Gesù, a mettersi al suo servizio in obbedienza alla sua parola.
7) I discepoli caddero con la faccia a terra: la nube del versetto precedente, questa caduta con la faccia a terra e anche il fatto di essere toccati per rialzarsi del versetto successivo sono tutti elementi della rivelazione apocalittica e sono presenti nella grande visione di Daniele (cfr. Dn 10,9-10).
8) Alzando gli occhi non videro nessuno, se non Gesù solo: quell’uomo, Gesù di Nazareth, adesso nelle sue solite sembianze, è il vero Mosè che rivela la nuova legge di Dio. In lui si raccoglie tutta la storia della Salvezza; nella sua Pasqua quella storia si compirà e ci sarà la rivelazione finale del disegno salvifico di Dio a favore dell’intera umanità.


Genesi 12,1-4a
Ln quei giorni, 1il Signore disse ad Abram:
«Vattene dalla tua terra,
dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre,
verso la terra che io ti indicherò.
2Farò di te una grande nazione
e ti benedirò,
renderò grande il tuo nome
e possa tu essere una benedizione.
3Benedirò coloro che ti benediranno
e coloro che ti malediranno maledirò,
e in te si diranno benedette
tutte le famiglie della terra».
4aAllora Abram partì, come gli aveva ordinato il Signore.

1) Il Signore disse: queste parole, che danno inizio al nostro brano (comunemente noto come Vocazione di Abramo) sono anche l’atto primordiale di tutta la Creazione perché tutto fu fatto dalla Parola di Dio (cfr. Gen 1,3: Dio disse: "Sia la luce!". E la luce fu.). Nel nostro brano esse operano solo l’inizio di una nuova creazione perché questa volta mirabilmente Dio nella sua opera creativa associa a sé l’uomo Abramo. Ma solo da Gesù Cristo, Nuovo Adamo e discendente di Abramo (cfr. Mt 1,1: Genealogia di Gesù Cristo,… figlio di Abramo) avrà inizio un’umanità nuova perché redenta dal peccato e riportata a Dio.
2) Vattene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre…: la promessa è fatta ad Abramo non in quanto appartenente ad un determinato ambiente culturale (Vattene dalla tua terra), anche se Abramo proveniva dalla Terra dei due Fiumi, la Mesopotamia, nella quale fiorirono importanti civiltà. La chiamata di Abramo non derivava neppure da sue particolari ascendenze familiari (Vattene… dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre). Proprio con il nostro brano Abramo fonda l’identità giudeo-cristiana (la nostra!) uscendo da una città e non fondandone una nuova. È così che Abramo è il primo nella Bibbia ad essere chiamato straniero perché non ha né una sua città e nemmeno una terra, e non le avrà mai. Egli stesso dice di sé: "Io sono forestiero e di passaggio in mezzo a voi” (Gen 23,4).
3) …verso la terra che io ti indicherò: è la Terra promessa! Di essa Dio dirà sempre che è sua per cui in essa gli ebrei continueranno a vivere da stranieri. Lo dice in Lv 25,23 dove si parla del Giubileo: Le terre non si potranno vendere per sempre, perché la terra è mia e voi siete presso di me come forestieri e ospiti. Quindi la condizione di straniero è una caratteristica permanente e imprescindibile di ogni cristiano che, alla sequela di Gesù, è in cammino verso la Patria celeste.
4) Farò di te una grande nazione: questa “grande nazione” è la nazione dei figli di Abramo che, nell’interpretazione di Paolo, è costituita sia dai pagani sia dagli ebrei che camminano sulle orme della fede di Abramo” (cfr. Rm 4,9-12). La promessa è così grande ma le certezze terrene inesistenti. Infatti [Abramo] credette, saldo nella speranza contro ogni speranza, e così divenne padre di molti popoli, come gli era stato detto: «Così sarà la tua discendenza». Egli non vacillò nella fede, pur vedendo già come morto il proprio corpo - aveva circa cento anni - e morto il seno di Sara.… pienamente convinto che quanto egli [Dio] aveva promesso era anche capace di portarlo a compimento”.
5) Benedirò coloro che ti benediranno e coloro che ti malediranno maledirò: queste parole sono parte integrante della benedizione di Dio su Abramo. Si veda anche l’episodio di Gen 27,27ss dove Isacco benedice il figlio Giacobbe: "Ecco, l'odore del mio figlio, come l'odore di un campo che il Signore ha benedetto. …Chi ti maledice sia maledetto e chi ti benedice sia benedetto!".
6) E in te si diranno benedette tutte le famiglie della terra: la finalità della chiamata di Abramo è universale in quanto indirizzata a tutte le famiglie della terra. Il progetto di Dio si compirà in Cristo (cfr. Gal 3,16) mentre la sua realizzazione storica è ora affidata alla Chiesa (cfr. Mt 28,18ss.: Gesù si avvicinò e disse [agli undici discepoli]: "A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo").
7) Allora Abram partì, come gli aveva ordinato il Signore. La partenza di Abramo è risposta positiva al Signore ed evento di salvezza perché pura obbedienza (Cfr. il testo CEI 1971, Salmo 84,6: Beato chi trova in te la sua forza e decide nel suo cuore il santo viaggio).


2Timoteo 1,8b-10
Figlio mio, 8bcon la forza di Dio, soffri con me per il Vangelo. 9Egli infatti ci ha salvati e ci ha chiamati con una vocazione santa, non già in base alle nostre opere, ma secondo il suo progetto e la sua grazia. Questa ci è stata data in Cristo Gesù fin dall’eternità, 10ma è stata rivelata ora, con la manifestazione del salvatore nostro Cristo Gesù. Egli ha vinto la morte e ha fatto risplendere la vita e l’incorruttibilità per mezzo del Vangelo.

1) Con la forza di Dio soffri con me per il Vangelo: a Timoteo, discepolo e “figlio” carissimo di Paolo, è indirizzata dalla prigionia, la lettera. La condizione di fatica di entrambi, non diminuisce il loro affetto e la loro comunione: mi ricordo di te nelle mie preghiere sempre, notte e giorno. Mi tornano alla mente le tue lacrime e sento la nostalgia di rivederti (2Tm 1,3ss.). La memoria del dono di Dio, il rimanere nella carità, che è la forza di Dio, sono le armi per sopportare insieme la fatica ed essere pieni di gioia nel Vangelo: chi ci separerà dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? (Rm 8,35). Attingere forza insieme, dalla grazia che è in Cristo Gesù è la condizione per portare insieme la sofferenza; è la strada della salvezza per tutte le genti. Allora Giuditta supplicò a gran voce il Signore Gli Assiri si sono esaltati nella loro potenza, vanno in superbia per i loro cavalli e i cavalieri, si vantano della forza dei loro fanti, poggiano la loro speranza sugli scudi e sulle lance, sugli archi e sulle fionde e non sanno che tu sei il Signore , che stronchi le guerre… la tua forza,infatti non sta nel numero, né sui forti si regge il tuo regno: tu sei invece il Dio degli umili, sei il soccorritore dei piccoli, il rifugio dei deboli, il protettore degli sfiduciati, il salvatore dei disperati… dà a tutto il tuo popolo e a ogni tribù la prova che sei tu il Signore, il Dio di ogni potere e di ogni forza, e non c’è altri, all’infuori di te che possa proteggere la stirpe di Israele. (Gdt 9).
2) Gesù ha vinto la morte e ha fatto risplendere la vita e l’incorruttibilità per mezzo del Vangelo: i discepoli e gli annunciatori del vangelo devono ogni giorno, convertirsi alla debole, potente, forza del Vangelo. Gesù è la prova dell’amore continuo di Dio per ogni uomo: Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, che è in Cristo Gesù, nostro Signore (Rm 8,38ss.).


SPIGOLATURE ANTROPOLOGICHE

L’elemento emergente dalle Scritture di questa seconda domenica di Quaresima è quello dell’esilio. Un esilio spaziale e temporale. Soprattutto un esilio spirituale, per il quale è richiesto un “esiliarsi da sé”, che coinvolge tutta la persona. Siamo all’opposto di ogni pretesa e ricerca di “identità”. O meglio, bisogna dire che l’identità propria dell’ebreo e del cristiano è quella dello straniero e del pellegrino. Dal “vattene” che Abramo si sente dire, alla necessità che Pietro rinunci al suo desiderio di “essere qui”, la vita è incessantemente “chiamata” da una Parola che sempre incalza dall’esterno. La vita infatti non è un “progetto” che ognuno formula e attua, ma è progetto e dono (“grazia”) dell’Altro. La vita è quindi piuttosto una “strada verso la terra”, dove non è previsto un arrivo che sia dentro l’orizzonte dell’esistenza, non è previsto un luogo tale che ci si possa fermare dicendo che “è bello qui”. È bello continuare il cammino.
Quando Paolo invita dicendo “soffri con me per il Vangelo” certamente pensa ad una mèta. Non è un cammino senza direzione! Ma il suo esito finale è al di là di ogni meta raggiunta. Questo mette evidentemente un sospetto. Quello che nasce dall’inevitabile esito della morte. Ci possiamo chiedere: dunque la promessa fatta ad Abramo, secondo la quale in lui saranno benedette tutte le famiglie della terra, per lui non si compie? Viene la morte a spezzare la speranza e a smascherare l’illusione? No, non è così, perché la morte non è più lo smacco della vita, ma la sua pienezza. Non perché lo scopo della vita è la morte, ma perché lo scopo della vita è dare la vita. Secondo Gesù nel Vangelo di Giovanni, Abramo vede il giorno di Gesù, vede quindi la fine e la pienezza di tutto. Lo vede con gioia. Ma lo vede da lontano.
Questa domenica “verso la Pasqua” illumina e chiarisce il senso dell’esistenza: tutto, ogni parola e ogni gesto, ogni progetto e ogni fatica… tutto converge nell’evento dal quale tutto trae il suo significato e il suo scopo: dare la vita! Il giovane ebreo che cammina verso la morte è in modo assoluto “l’amato”! Ascoltarlo vuol dire seguirlo nel progressivo esiliarsi da sé fino a dire “Perché mi hai abbandonato?” La pace è il frutto prezioso dell’abbandono di ogni “terra”. È il frutto di un cammino dove come stranieri si attraversa ogni terra, perché nessuna “terra” è nostra se non quella che si colloca sempre “al di là”, come terra promessa. Uno spregiudicato insegnamento della sapienza ebraica afferma che persino se “trovi Dio”, trovi un idolo. Per questo non si può parlare del Figlio amato se non “dopo” la sua morte. La risurrezione è questo “dopo la morte”, che non solo non nega la morte, ma ne fa la sua porta.

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