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La sfida della liturgia all'arte contemporanea (L'Osservatore Romano)

Contro la malattia di Narciso



Pubblichiamo alcuni stralci di una delle relazioni presentate al Convegno liturgico internazionale tenutosi a Bose.


di François Boespflug

Di generazione in generazione l'arte aiuta alla sua edificazione, nei due sensi del termine. Con altri ricercatori e teologi io vedo l'attività artistica come un carisma donato a certe persone, così come sono carismi la capacità di analizzare, di insegnare, di consolare, di formulare, di redigere, di curare, di cantare per il bene dell'altro. E tutti i carismi sono donati al "portatore" in vista della costruzione della comunità umana e/o ecclesiale.
L'attività artistica è attesa dalla Chiesa, certo non come qualcosa di dovuto ma quasi. Tuttavia un carisma non è donato a tutti; e il carisma particolare che abilita a operare per le comunità dei credenti dovrebbe essere oggetto di un discernimento specifico.
Sono convinto che l'arte malata della malattia di Narciso, che si preoccupa solo di se stessa, che ha in se stessa tutto il suo fine, che vive solo di rotture, di provocazioni e di prodezze, va dritta dritta contro un muro. Finché l'arte non esprime altro che l'artista o le recenti evoluzioni dell'arte, finché si rivolge solo a intenditori già acquisiti in anticipo, essa non può interessare stabilmente alla Chiesa, cioè alla comunità dei credenti vivi. O per esprimermi in positivo:  sono convinto che l'essenza dell'arte, come ogni attività dello spirito, è di ordine strutturalmente estatico, cioè che dà il meglio di sé nel superarsi verso un altro da sé, e il peggio nel rinchiudersi su di sé.
Può darsi che l'arte sia "un fine senza un fine" (Emmanuel Kant). Ma l'arte che si prende per un fine e non ammette altro fine che se stessa non vive. Essa vive solo quando aiuta a vivere, a celebrare, a glorificare, a rendere grazie. Sono preoccupato dal gran numero di artisti che sono "dissidenti dell'arte contemporanea" ma che, non incontrando comunità capaci di passar loro ordinazioni in modo sistematico, sprofondano in quello che si potrebbe chiamare un solitario "solipsismo delirante" di persone che parlano da sole a forza di vivere troppo sole. Costoro producono, ahimé, delle pitture generalmente sovraccariche di simboli e di motivi indecifrabili da chiunque altro all'infuori di loro stessi.
Sono convinto che se la Chiesa ha qualcosa da attendere dall'arte, l'arte ha molto da attendere dalla Chiesa. La relazione fra le due entità non è simmetrica. Al giorno d'oggi si finge di credere, un po' negli ambienti culturali dello Stato ma soprattutto in quelli ecclesiastici, che gli artisti siano a modo loro dei profeti e che dipenda dal loro apporto la capacità della Chiesa di trovarsi finalmente in sintonia con la situazione presente dell'uomo, della società e del mondo. È un'enorme menzogna o una colossale mascherata.
Molte interviste di artisti, quanto a contenuto esplicativo, sono al livello di confidenze di giocatori di calcio sfiniti dopo la partita. Ciò che è richiesto all'artista non è di profetizzare, sia detto con tutta l'amicizia che si può avere per loro; è invece di realizzare oggetti parlanti e forme parlanti. Capita loro di saper forgiare parole precise per parlare delle loro opere una volta realizzate, il che è più illuminante del loro silenzio o di semplici dichiarazioni di intenti.
Ma l'interrogazione degli artisti sui loro intenti è spesso deludente. Il loro apporto è innanzitutto meta-verbale, e capita loro di riuscire a manifestare plasticamente, visivamente, cromaticamente, realtà così profonde e sottili che molte persone sono felici di indovinarvi una parte di se stesse fin allora messa a tacere. Ciò succede. Ma non credo che si renda loro un servizio esaltando oltre misura la loro capacità di dire come nessun altro la verità su ciò che è umano, né che si renda loro un servizio attribuendo loro a ogni piè sospinto la qualifica di creatori, cosa che non si fa né per i romanzieri né per gli strumentisti né per i medici, che pure talvolta si mostrano creativi quanto loro.
Sono convinto che l'arte che vive di rotture e di riaffermazioni della propria autonomia senza curarsi di ottenere altra ricezione che quella di qualche danaroso mecenate e di altri speculatori è destinata presto o tardi all'oblio. Semplicemente perché fa vivere solo il suo autore, molto provvisoriamente, e una piccola cricca di profittatori. Il popolo dei credenti, dei cercatori di senso e dei cercatori di Dio non ne è nutrito. Avanzo la predizione che molte opere oggi celebrate come capolavori finiranno fra non molto nelle riserve dei musei.
Resto convinto che la prosecuzione dell'immensa avventura dell'arte di ispirazione religiosa cristiana passa per un ritorno alla figura e al volto, tranne forse per qualche rara forma d'arte che può continuare a servire la celebrazione del mistero nel registro dell'astrazione:  penso in particolare all'arte della vetrata, che vi si presta come nessun'altra. Mi chiedo anzi se l'arte europea non appassisca nel momento in cui si allontana da quel "gran codice dell'arte" che è la Bibbia, per riprendere l'espressione di Northrop Frye presa a prestito da William Blake.
Mi capita di raccomandare a degli artisti, anche agnostici, di ricominciare a frequentare la Bibbia, in questo spirito. E resto convinto che una pittura e una scultura che non accettino di pagare il prezzo di una certa continuità con ciò che fu la storia dell'arte cristiana non ha la minima possibilità di inserirsi in questa storia e di restare. Perirà in brevissimo tempo per non aver saputo accettare di stare sulle spalle di chi la precede.

(©L'Osservatore Romano - 4 luglio 2010)

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