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Paolo Gamberini 'L’aldilà? Se ci fosse, si saprebbe'

Primo piano del teologo Paolo Gamberini con occhiali, barba e colletto ecclesiastico; in un riquadro circolare in alto a sinistra è inserito il giornalista Corrado Augias. In basso, la grafica nera riporta il titolo "L'aldilà? Se ci fosse, si saprebbe".

8 novembre 2026 

«L’aldilà? Se ci fosse, si saprebbe». La frase attribuita a Corrado Augias esprime un’obiezione comprensibile: perché credere in una vita oltre la morte, se nessuno può mostrarcela con la stessa evidenza delle cose che vediamo ogni giorno? Eppure, possiamo domandarci se ciò che conosciamo esaurisca davvero tutto ciò che esiste. 

Immaginiamo un bambino nel grembo materno capace di pensare e di parlare. Per lui il mondo sarebbe quello: il tepore che lo avvolge, il liquido in cui si muove, il battito che accompagna ogni istante. Non conoscerebbe altro. Quel grembo sarebbe l’intero universo. 

Se qualcuno gli dicesse: «C’è una vita oltre questo luogo», potrebbe rispondere: «Una vita fuori di qui? Se ci fosse, si saprebbe». Come potrebbe immaginare l’aria, lui che non ha mai respirato? Come potrebbe comprendere il cielo, i colori, il volto di una persona? 
Forse giudicherebbe assurda l’idea di vivere senza il cordone che lo nutre. Ciò che rende possibile la sua vita gli sembrerebbe anche l’unico modo possibile di vivere. 

E tuttavia il suo corpo si prepara a un’esistenza che ancora non conosce. I polmoni si sviluppano prima del primo respiro. Gli occhi si formano prima di incontrare la luce del giorno. Nel mondo che abita stanno maturando possibilità che troveranno compimento oltre i suoi confini. 

Anche la madre sarebbe per lui un mistero. Ne riceverebbe continuamente la vita, senza averne mai visto il volto. Sarebbe immerso nella sua presenza, pur non potendola conoscere come la conoscerà dopo la nascita. Se domandasse: «Dov’è questa madre di cui parlate?», sarebbe difficile indicargliela: il grembo stesso nel quale vive è già il luogo del suo incontro con lei. 

Poi arriverebbe il parto. Dal punto di vista del bambino, potrebbe sembrare una catastrofe: il suo ambiente si restringe, l’equilibrio si spezza, una forza lo spinge verso l’ignoto. Tutto ciò che gli era familiare viene meno. Se potesse interpretare quel passaggio, forse direbbe: «Sto perdendo la vita». E invece sta nascendo. 

Possiamo guardare alla nostra morte attraverso questa immagine. Anche noi abitiamo un mondo che conosciamo attraverso possibilità limitate. Vediamo, ascoltiamo, comprendiamo entro un orizzonte. La morte ci appare come la fine di tutto perché coincide con il limite oltre il quale il nostro sguardo non riesce a spingersi. Ma il limite dello sguardo coincide necessariamente con il limite della realtà? 

Il paragone con la nascita ci invita a essere più cauti quando trasformiamo ciò che ignoriamo nella certezza che non esista. Il bambino non potrebbe dedurre ogni particolare della vita futura dalla propria esperienza nel grembo. Eppure, quella vita lo attende. 

La speranza osa pensare che anche noi siamo attesi. Che la vita presente sia una gestazione nella quale impariamo ad amare, a ricevere, a diventare noi stessi. E che Dio, di cui cerchiamo il volto, sia già non solo la presenza nella quale viviamo, ma la stessa vita che scorre in noi mentre trascorre il tempo: vita eterna, vicina a noi più di quanto riusciamo a comprendere. 

In questa prospettiva, l’aldilà comincia a riguardare il nostro modo di vivere adesso. 
Ogni gesto d’amore custodisce e fa maturare qualcosa. Ogni riconciliazione allarga lo spazio della vita. Come nel grembo si prepara il primo respiro, così nella nostra esistenza potrebbe maturare una capacità di comunione che ancora non conosciamo pienamente. 

Resta la paura, ma nel buio possiamo lasciare aperta una possibilità: che ciò che a noi appare come l’ultimo istante sia l’inizio di una vita più ampia. Mentre dal nostro punto di vista diciamo «è morto», dal punto di vista del mattino e della maturità della vita si può dire: «È venuto alla luce».
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