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Ragazzi fragili lasciati soli con i telefoni, la violenza nasce da lì

Illustrazione ad acquerello di un ragazzo seduto da solo a un tavolo mentre guarda lo smartphone, con testo "Ragazzi fragili lasciati soli con i telefoni, la violenza nasce da lì - intervista a Paolo Crepet"

Paolo Crepet: “Va impedito che l’istituzione venga messa in discussione dal primo che passa. Torniamo al pensiero analogico”

«Stiamo assistendo alla tempesta perfetta e l’abbiamo creata noi. La vicenda di San Vito Lo Capo ne è la perfetta raffigurazione, contiene tutti gli errori, le indolenze e le miopie della società e degli adulti nei confronti dei minori». Per lo psichiatra e sociologo Paolo Crepet l’aggressione del ragazzino di 12 anni al suo professore «è conseguenza di tre fattori ben precisi su cui non possiamo più far finta di nulla, girarci dall’altra parte, minimizzare». 

Quali sono? 
«Scuola, famiglia e accesso alla tecnologia. In questo ordine. Di criminalità minorile ne scrissi trent’anni fa. Non ho mai smesso di occuparmene e lo dico chiaro: le condizioni del paziente si sono aggravate. Siamo ad un punto di non ritorno. Non c’è solo San Vito, ci sono i fatti di Palermo, la facilità con cui si spara, con cui si esce la sera armati. Un problema comune a tutte le città italiane». 

Cominciamo dalla scuola. Rischiamo una “Colombine” italiana? 
«Se continuiamo a basarci sulle statistiche sì, se cominciamo ad affrontare il problema, forse no. Le istituzioni snocciolano dati confortanti sulla sicurezza nelle aule, ma la realtà è ben altra che non si vuole vedere. Sembra quasi che si stia attendendo la strage per poi dire “ecco è successo, abbiamo un problema”. Il problema c’è già oggi e sarebbe saggio risolverlo prima, e sottolineo prima, di dover parlare di tragedie». 

In che modo? 
«Oggi la scuola ha perso il suo ruolo, ha perso autorevolezza e non le viene riconosciuta l’autorità che deve avere nel sistema sociale, nelle nostre comunità. Una scuola vuota e senza valore diventa solo uno dei tanti luoghi di scontro. Va recuperato il senso della “istituzione scolastica”, va impedito che venga messa in discussione da genitori, politici, amministratori. Dal primo che passa». 

In questo scenario professori che rischiano l’aggressione cosa possono insegnare? 
«Molto poco, non sono più guide per i ragazzi. Faccio un’iperbole: non esisterà più “L’attimo fuggente”. E in un certo senso è quello che le nostre istituzioni vogliono: una generazione di fragili, ignoranti, capaci solo di chiedere aiuto all’intelligenza artificiale del telefonino». 

Che ruolo gioca la famiglia? 
«Prendiamo ad esempio il ragazzino di San Vito: a soli 11 anni ha portato a scuola uno smartphone comprato dai genitori, ha account social non controllati dai genitori. Si è informato sulle stragi di studenti in America di nascosto. Ha dipinto caschi, magliette, annunciato l’azione sui social senza che qualcuno se ne accorgesse. Eppure, lui stava chiedendo attenzioni, inconsapevolmente». 

Vengono “abbandonati” davanti a computer e telefoni? 
«C’è una sorta di deresponsabilizzazione dal ruolo di genitori. C’è chi pensa di essere amico dei figli, chi li accontenta per il senso di colpa, chi non sopporta la fatica di educare e li lascia con in mano un telefono. Essere genitori è sudore, sofferenza, perseveranza e responsabilità che non possono essere compensati da uno schermo. Altrimenti crescono disagio, solitudine e rabbia, le basi della violenza». 

Poi c’è l’accesso alla tecnologia e alle informazioni. Un incredibile accelerante? 
«Peggio della benzina sul fuoco. Anche perché difficilmente controllabile. Quel bambino di 11 anni grazie alla tecnologia del suo telefonino è stato bombardato di informazioni, spesso fuorvianti. Lo schermo del suo smartphone è stato strumento di emulazione. Ogni processo è accelerato cento, mille volte. Questo contribuisce ad avere azioni spesso inconsapevoli». 

Come si recupera quel ragazzino col coltello? 
«Cominciamo a copiare quello che stanno facendo in Svezia: matita e quaderno, tecnologia ridotta, ritorno al pensiero analogico. Sull’altare della velocità, dell’efficienza, della produttività e del codice binario stiamo sacrificando le nuove generazioni. E in tutto questo alla Silicon Valley o nella Cina di TikTok ringraziano». 

di Francesco Patanè 

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